Papa riformatore – Papa problematico

Mira Furlani – Firenze
 
Certamente Francesco non sarà un Papa curiale. Nel suo primo saluto alla folla presente in San Pietro si è rivolto a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, non ha parlato di credenti e non credenti, vecchia espressione di una cultura neutra maschile che proprio la pratica politica delle donne ha messo in crisi. Anche il nome Francesco è di buon auspicio, così come il suo linguaggio, per nulla “semplice”, bensì fortemente programmatico.

Tuttavia accanto alla positività di una scelta latinoamericana, il nuovo Papa mi ha subito fatto ricordare un luogo e una data molto importanti per tutte le comunità cristiane di base. La data è quella dell’ agosto 1968, il luogo é Medellin in Colombia. Lì ebbe luogo la prima Assemblea generale dell’episcopato latinoamericano che si confrontava sugli impulsi di rinnovamento scaturiti dal concilio Vaticano II. Tale Assemblea sancì l’atto di nascita della teologia della liberazione.

La scelta qualificante di Medellin fu anzitutto l’opzione per i poveri in quanto primi destinatari del vangelo. In seguito, dal punto di vista pastorale, si moltiplicarono le comunità ecclesiali di base, come chiesa in cui i cristiani stessi, anche in assenza del sacerdote, leggevano la Bibbia, appropriandosi della Parola per viverla in spirito comunitario.

Mi risulta che il cardinale Jorge Mario Bergoglio non abbia mai appoggiato la teologia della liberazione. Egli faceva parte di quella chiesa argentina in posizione di “guerra santa contro il comunismo e i governi di sinistra”. Lo confermano anche i suoi rapporti con la giunta militare degli anni ’70. Le Madres de Plaza de Mayo hanno già rilasciato delle dichiarazioni in proposito, basta guardare il loro sito e leggerle.

Jorge Mario Bergoglio è stato anche il vero oppositore all’ attuale Presidente dell’Argentina, la quale lo ha accusato della responsabilità nella sparizione di due religiosi durante gli anni della dittatura militare del 1976/1983. I due religiosi avevano fatto la scelta di vivere nelle favelas “una povertà radicale” in linea con la teologia della liberazione, linea malvista da Bergoglio che la giudicava un “fatto politico”. Questo giudizio è stato ed è tuttora condiviso anche da Ratzinger. Di conseguenza, quando si parla di povertà, nella Chiesa ci sono due visioni: quella portata avanti da Oscar Arnulfo Romero e dai gesuiti dell’Università cattolica di San Salvador, uccisi per la loro coerenza verso le intuizioni coraggiose dei teologi e le teologhe della liberazione; c’è poi la povertà cosiddetta più “spirituale”, cioè quella abbracciata dall’attuale Papa Francesco. Personalmente mi pare che nel Vangelo di Gesù non si faccia distinzione fra povertà come fatto politico e povertà come fatto spirituale. Gli uomini cambiano, speriamo in bene.

In ogni caso l’avvento di questo pontificato ribalta la geografia eurocentrica della Chiesa, questo fatto costituisce senz’altro una svolta storica, a mio avviso una svolta non senza grandi problematiche, molte delle quali le comunità cristiane di base italiane già conoscono.

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