Si fa presto a dire “Voglio essere ulivo”

Giancarla Codrignani

Si fa presto a dire “Voglio essere ulivo” quando mi viene in mente la dolcezza dei rami della domenica che precede la Pasqua, la tenerezza delle foglie lucide di verde. Che, tuttavia, provengono da alberi tormentati, tronchi modosi, aspri, aggrovigliati, come la settimana pasquale attraversata dalla Passione prima di arrivare alla Resurrezione.

Giusto dunque partire dalla riflessione su un tempo caratterizzato da profondi cambiamenti a livello globale e dai drammi umani che ci interpellano mentre attorno cresce l’angoscia e, quasi complementare, l’indifferenza. Il tronco globale è duro e tormentato e in questo clima i tenui fili di relazione pur bene intrecciati possono non compensare la sofferenza, tante volte così profonda da non farsi avvertita, anche se lacerante. Non so a voi, ma a me capita di vedere in tante associazioni e gruppi divisioni, insofferenze, distacchi. Inoltre mi sembra che si viva malissimo la campagna referendaria, come se non fosse “normale” che le persone perbene vogliano tutte difendere la Costituzione pur facendo scelte diverse. Ma anche Brexit e Trump confermano che non si vogliono approfondire le questioni che impegnano le singole coscienze proprio perché quest’epoca di grandi cambiamenti, perfino antropologici, fa paura.

Non sono sicura che su questo sfondo sia facile ritrovare il punto di ritorno alla nostra ricerca del “vuoto”. In qualche modo ci viviamo in un vuoto, un vuoto, purtroppo di idee, proposte, sentimenti e perfino preghiere: nemmeno nel silenzio di un chiostro potremmo percepire un vuoto che va oltre il nome di Dio.

Eppure il futuro apre possibilità impensate anche se il mondo non ha – nemmeno il nostro gruppo – capacità di “visione”. La prospettiva dovrà, secondo me, rinunciare ad ambizioni, anche spiritualI, troppo alte per un lavoro comune (che non sia solo individuale). Anche se nessuno ha ricette, per coerenza e responsabilità dobbiamo davvero cercare di “trovare parole e atteggiamenti nuovi che sappiano dare voce ad una visione diversa del mondo e delle dinamiche storico/economiche…”.

Forse va anche posto in primo piano che non tanto il femminismo quanto i diritti delle donne sono sotto attacco, anche perché nessuna scuola di pensiero ha affrontato la necessità di fondare una “politica delle donne”. La rimozione delle idee avanzate (cfr. l’economia del dono citata da Giovanna, per non contare la riforma di un pil comprensivo della riproduzione prospettato da vent’anni dall’International Association for Feminist Economics) danneggia le società e bisogna continuare. Per chi, a qualunque titolo, approfondisce i problemi del cattolicesimo, si preparano tempi in cui sarà necessario difendere Papa Francesco dagli attacchi conservatori. E forse anche in questo i contributi delle donne potranno essere significativi.

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