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Mai più clandestino

di Chiara Pracchi

L’agenzia DireS, da oggi, mette al bando questa parola dai propri dispacci

Da oggi, 10 novembre, la parola “clandestino”, riferita a persone immigrate, non comparirà più nei lanci dell’agenzia DiReS, nata un anno fa dalla collaborazione di Dire con Redattore Sociale.La parola verrà evitata anche nelle trascrizioni delle interviste, a meno che il termine non serva per chiarire il pensiero di qualcuno. In quel caso, però, verrà riportata tra virgolette. Come sinonimo il giornalista potrà usare “irregolare”, “migrante”, “richiedente asilo” a seconda dei casi, fino ai più generici, “persona”, “lavoratore”, “donna”, “uomo”. Anche l’espressione “extracomunitario” dovrà essere usata con parsimonia, a meno che non si intendano chiarire degli aspetto giuridico-legali dell’immigrazione.

Come siete arrivati a questa decisione?
“L’idea ci è venuta alcuni mesi fa – spiega al telefono con PeaceReporter Stefano Trasatti, direttore di Redattore Sociale – quando si è incominciato a parlare del reato di clandestinità e ad usare questa parola in modo molto negativo e pervasivo, quasi fosse un sinonimo di persona immigrata. Nello stesso periodo anche il gruppo “Giornalisti contro il razzismo”, cui aderiamo, stava promuovendo una riflessione sull’impiego delle parole nella stampa. Perchè “clandestino”, nel suo significato etimologico, è qualcuno che non paga il biglietto su una nave, per esempio, ma non può essere in alcun modo un termine che connota una condizione umana. Eppure ci siamo resi conto che l’espressione era così consolidata fra di noi che se ne era perso il significato reale e che veniva usata quasi sempre in modo improprio. Così abbiamo deciso, dopo una non breve riflessione, che se volevamo dare avvio ad un cambiamento, avremmo dovuto cominciare proprio noi agenzie, che siamo il punto di partenza dell’informazione”.

Crede che il vostro esempio verrà seguito?
“Certo, qualcuno alzerà il sopracciglio, considerandola un’ iniziativa da sognatori. Del resto ne’ io, nè Giuseppe Pace, direttore di Dire, ci illudiamo che il cambiamento possa essere immediato, ma se fra cinque-dieci anni la parola “clandestino” non verrà più usata nell’accezione odierna, potremo rivendicare una parte di merito”.

Lei crede che i giornalisti abbiano la responsabilità delle parole che usano?
“Certamente, perchè usare un linguaggio appropriato significa cambiare la percezione della realtà, e quindi l’atteggiamento delle persone che entrano in contatto con questi fenomeni, di conseguenza, le politiche che li governano. Il linguaggio usato per rappresentare certi cambiamenti sociali è fondamentale, perchè questi vengano accettati dalla società stessa. E noi giornalisti dobbiamo interrogarci tutti i giorni su come presentiamo la realtà e avere una coscienza profonda delle parole che adoperiamo. Senza però criminalizzare nessuno.”

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3/10/2008 – Mettiamo al bando la parola clandestino
da: www.peacereporter.net

I giornalisti contro il razzismo, proseguono sul lavoro iniziato alcuni mesi, e di cui peaceReporter aveva dato conto, nell’opera della sensibilizzazione, in primis, proprio degli stessi operatori dell’informazione. Per questo hanno approntato una campagnan per la messa al bando della parola ‘clandestino’ e hanno pubblicato, fra gli altri, un contributo molto interessante: è un articolo di Giuseppe Fasi, autore per derive Approdi del libro: ‘Lessico del razzismo democratico. Le parole che escludono’.

CLANDESTINITA’ – di Giuseppe Faso

Quando si passa dalle ipocrisie giustificate dalle convenienze sociali al linguaggio diretto,qualcosa si guadagna (in chiarezza) e altro si perde (in contegno, come lo intendeva Goffman).

Si osservi l’evoluzione dell’uso di “clandestino”. Pochi mesi fa, con ipocrisia, i governantiparlavano di “lotta alla clandestinità” – e conducevano una lotta, non sempre blanda, contro singole persone chiamate “clandestini”; oggi si proclama direttamente la “lotta al clandestino”, da quella istituzionale (il “clandestino” come reo) a quella socio-criminale (l’aggressione per strada, il pogrom), tra loro unite profondamente e separate in superficie da pochi anelli di una catena: il razzismo eretto a sistema.

Chi si oppone debolmente, sembra destinato non solo a debacles e ritirate locali, ma a una sconfitta epocale. Uno dei motivi principali sembra risiedere nella scelta di opporsi alla “clandestinità come reato”, ripetendo, dell’avversario, una categorizzazione e così confermandola. Perché non ci si oppone, come in Francia o in Spagna, alla “mancanza di documenti come reato”? Sans-papiers, sin-papeles: perché “clandestini”?

L’analisi che qui si conduce sulle quotidiane parole che escludono non vive a stampa. Conduco esercizi di spiazzamento, semplici e spesso efficaci. Chiedo alle persone di cercare di ricordare cosa dicevano, sei anni fa, invece che “badante”, quindici anni fa, invece che “etnico”, vent’anni fa,invece che “culturale”. Sfogliamo insieme giornali di allora, consultiamo banchedati. Spesso la prima reazione è paranoica, poco plausibile (”ho sempre detto così”), e la resistenza alle successive evidenze patetica – segno di un peggioramento del clima civile, dovuto soprattutto a chi, avendo accesso ai media, da intellettuale o politico inquina quotidianamente il linguaggio del senso comune. Talora invece l’onestà intellettuale dell’interlocutore produce in lui vere sofferenze.

Così è accaduto a un ex-sindaco, sul termine “clandestino”. Gli ho chiesto come li pensava, lui, i senza documenti, quando nel ‘90 o nel ‘95 li aiutava nella ricerca delle “prove” della loro presenza, per potersi regolarizzare; o quando, nell’ottobre dell’89, la giunta da lui presieduta concedeva un piccolo contributo a un pullman di sans-papieres in partenza per la manifestazione nazionale antirazzista (e per l’apertura di una sanatoria) dopo l’uccisione di Jerry Masslo. La coscienza esatta del linguaggio di allora (”li chiamavamo immigrati, semplicemente”) e della diffusione successiva del termine “clandestino” lo ha sbigottito. Balbettava.

Anche perché ha misurato il cambiamento avvenuto dentro di sé: “se dico clandestino indico qualcuno che ha fatto qualcosa di male”. Clam-die-stinus, infatti, significa “che si nasconde di giorno”. Per due motivi: o perché agisce contro precisi decreti (come attestato fin prima del 1600 in Bernardo Davanzati) oppure perché si è imbarcato di nascosto in una nave o in un aereo, come indicava un dizionario già nel 1950. Più tardi, un bel romanzo di Mario Tobino ci ricordò che “clandestino” era anche il gruppo di antifascisti viareggini che presero le armi contro i tedeschi (rischiando la vita contro precisi decreti).

Raffigurare in questo modo chi è senza documenti è malvagio, e copre la volontà perversa a costringerlo a star nascosto, nei cantieri, nelle cucine dei ristoranti, nelle case di chi ha anziani da assistere. Nascosto, impaurito, ricattabile. Senza carte e senza diritti. Per lottare contro un’ulteriore ferita alla dignità delle istituzioni e della società, bisogna chiedere il riconoscimento immediato dei diritti, la “concessione” delle carte, e ricordare che la loro mancanza (un’infrazione amministrativa) è dovuta alla miopia di uno stato le cui classi dirigenti poi si meravigliano di criminali raid razzisti (ma non li perseguono, come a Ponticelli).Ma è urgente anche, e prima,
una campagna che metta al bando la parola “clandestino”. Per fare chiarezza: chi continuerà a usarla sarà per lo meno un pusillanime.

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