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Il costo umano dei cambiamenti climatici

di Giacomo Corticelli
da www.peacereporter.net

In occasione del vertice dell’Aquila, ong e grandi istituzioni internazionali come la Banca mondiale, rilanciano allarmate la necessità di agire subito per la salvaguardia del pianeta, ma i potenti non sembrano cogliere la gravità della situazione. Sono i Paesi poveri che subiscono le conseguenze maggiori derivanti da fenomeni climatici estremi, provocati in larghissima parte dai Paesi più industrializzati e appartenenti ai cosiddetti grandi della terra. L’impatto devastante di un clima sempre più modificato dalle attività umane si riversa in larga parte, per ora, sui Paesi del sud del mondo già alle prese con gravi problemi interni.

Oxfam, la confederazione di 13 ong con oltre 3000 partner, che ha lo scopo di combattere ingiustizie e povertà nel mondo, ha pubblicato un rapporto intitolato ”Suffering the science – Climate change, people and poverty”. Viene messo in evidenza come le mutazioni climatiche stiano già colpendo duramente i poveri negli oltre 100 paesi in cui opera e nei quali sono state compiute le ricerche. ”I cittadini dei Paesi ricchi cominciano appena ad interessarsi degli effetti a lungo termine dei cambiamenti climatici. Ma milioni di persone tra i più poveri nel mondo, ne subiscono già le conseguenze nella vita quotidiana” dichiara Luc Lamprière, direttore generale di Oxfam Francia.

La certezza scientifica delle devastazioni. Il rapporto di Oxfam parte dai risultati degli studi sul clima compiuti da oltre 2,500 scienziati riunitisi a Copenaghen lo scorso marzo e interseca le storie delle comunità del sud alle prese con il global warming. Gli scienziati del Gruppo di esperti intergovernativo sull’evoluzione del clima (Giec) sostengono già da tempo l’urgenza di agire immediatamente contro il riscaldamento globale, che potrebbe arrivare a un punto di non ritorno già nel 2015 quando, stando ai ritmi attuali, la temperature renderanno inabitabile buona parte del pianeta. La finalità della relazione è quella di mettere in luce le storie delle vittime che stanno dietro alle statistiche, per tentare di avvicinare il mondo politico alla comunità scientifica, che appaiono oggi ancora molto distanti.

L’aumento massimo di 2 gradi centigradi delle temperature, sul quale più di 100 governi basano le proprie strategie poiché considerate ‘economicamente accettabili’, promette un avvenire desolante per più di 660 milioni di persone entro il 2030. Secondo Hans Joachim Schellnhuber, consigliere di Angela Merkel per il clima, le temperature globali potrebbero aumentare fino a 5 gradi entro il 2100: la popolazione mondiale si ridurrebbe in questo caso a un miliardo di persone. Paradossalmente le nazioni che si sono arricchite bruciando combustibili fossili sono quelle attualmente meno colpite dal cambiamento del clima, con l’eccezione di Spagna e Australia: è ai tropici, dove vive la maggior parte della popolazione mondiale e gran parte delle comunità più povere, dove si verificano i disastri più gravi. Balgis Elasha, scienziato dell’Alto concilio per l’ambiente e le risorse naturali, ha evidenziato che il ”53 percento delle catastrofi che si verificano in Africa sono legate al clima e un terzo degli abitanti del continente vive in zone soggette a siccità. Entro il 2020 i rendimenti agricoli africani potranno diminuire del 50 percento”.

La nuova normalità: fame, malattie e catastrofi. A breve termine, l’impatto più devastante causato dal ‘nuovo clima’ sarà l’aumento della fame nel mondo, poiché coltivazioni come il mais e il riso sono estremamente sensibili all’aumento delle temperature e alla mutazione delle stagioni. Si stima infatti che 200 milioni di persone all’anno fino al 2050, potranno essere costrette all’esilio a causa della fame, della degradazione dell’ambiente e dalla perdita delle loro terre. Anche la salute delle persone andrà notevolmente peggiorando: le elevate temperature provocheranno uno ‘stress climatico’ che renderà impossibile il lavoro e la diffusione di malattie, ad esempio nelle zone tropicali, sarà estremamente più veloce poiché esse cominceranno a ‘migrare’. Per quanto riguarda le catastrofi naturali è probabile che gli avvenimenti passati tra il 1975 e il 2008, saranno destinati a triplicare entro il 2030: 375 milioni di persone potranno essere colpite entro il 2015 da uragani, terremoti, incendi o alluvioni. Le migrazioni dovute al clima sono già una realtà e nuovi conflitti di carattere internazionale si innescheranno per il controllo delle risorse vitali, a causa della loro rarefazione.

Appello ai leader del G8. Il consigliere politico di Oxfam, Max Lawson, raccomanda che ”i leader del G8 devono fare sul serio per garantire, con questo vertice, un piano concreto per ottenere aiuti e protezione per le popolazioni povere contro la tripla crisi rappresentata dall’economia, dal cibo e dal clima”. La relazione Oxfam viene pubblicata in concomitanza con avvio all’Aquila del vertice dei grandi, che si sono già in parte impegnati a devolvere lo 0,7 percento del proprio Pil in aiuti umanitari entro il 2015 ( l’Italia ne devolve attualmente solo lo 0,22 ). Si avvisano gli 8 grandi che senza un impegno immediato a favore dell’ambiente, verranno definitivamente resi vani gli ultimi 50 anni di progressi raggiunti nel campo dello sviluppo e della lotta alla povertà nei paesi del sud del mondo.

Romain Benicchio di Oxfam France, sottolinea che i paesi del G8 ”devono impegnarsi in un accordo globale sul clima incentrato sui bisogni delle popolazioni più povere”, che avrebbero bisogno di almeno ”150 miliardi di dollari all’anno” per favorire uno sviluppo indipendente dal carbone e prevenire le conseguenze nefaste del ‘global warming’. John Holmes, sottosegretario delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, ha scritto in aprile, con il titolo ‘Disasters – the new normal’ che ”investendo 3,15 miliardi di dollari nella riduzione dell’impatto delle inondazioni tra il 1960 e il 2000, la Cina ha evitato una perdita stimata in 12 miliardi di dollari” mentre si calcola che negli Stati Uniti ”ogni dollaro speso a favore del clima, permetterebbe di economizzarne 4” per il futuro. I dirigenti politici dovrebbero quindi mobilitarsi immediatamente, anche se una recente inchiesta sulle preoccupazioni della popolazione statunitense, pone al ventesimo posto (su 20) il problema ambientale.

Le minacce maggiori e i paesi più a rischio. La Banca mondiale, organismo delle Nazioni unite finanziato in larga maggioranza dai paesi più ricchi, ha stilato un elenco delle cinque principali minacce derivanti dai cambiamenti climatici (siccità, inondazioni, tempeste, innalzamento del livello del mare e deficit alimentare) in un rapporto intitolato ”Convenient solution for an inconvenient truth”. La più grande istituzione finanziaria del mondo ha anche provveduto ad identificare i paesi che rischiano di essere più coinvolti nel processo: quattro tra le nazioni più povere al mondo sono in cima a questa lista.

Nel Malawi, paese dell’Africa meridionale con un reddito annuo pro-capite inferiore ai 100 dollari e in cui la maggior parte delle persone vive in aree rurali, i periodi di intensa siccità sono destinati ad aumentare e la popolazione rischia di restare priva dei minimi mezzi di sopravvivenza forniti dall’agricoltura.

Il Bangladesh è invece a capo della lista dei paesi con più alto rischio di inondazioni. L’aumento dello scioglimento dei ghiacciai a causa delle alte temperature, è destinato a gonfiare notevolmente i fiumi Gange e Brahmaputra, che potrebbero sommergere dal 30 al 70 percento del paese in caso di forti inondazioni.

Il Vietnam, sempre secondo studi commissionati dalla Banca mondiale che delineano un innalzamento di 5 metri del livello del mare circostante, potrebbe veder inondato il 16 percento della sua superficie. A causa di ciò, il 35 percento della sua popolazione perderebbe la propria casa e il 35 percento della propria economia locale verrebbe irrimediabilmente distrutta.

Secondo
l’Ipcc (Intergovernmental Panel for Climate Change) il Sudan, il più grande stato africano, sarebbe il paese dove l’agricoltura verrebbe maggiormente devastata e dove si verificherebbe il più grosso deficit alimentare nel mondo.

Infine le Filippine, paese asiatico composto da oltre 7 mila isole, sarebbe invece il luogo che potrebbe essere maggiormente sconvolto a causa dei più frequenti e intensi temporali: nel 2008 è stato uno dei tre paesi più colpiti da catastrofi, stando alle ricerche del Centro di ricerca sulla epidemiologia dei disastri di Bruxelles.

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