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TRA TREMONTI E DRAGHI AFFONDA L’ITALIA

di Ilvio Pannullo
da www.megachip.info

È buffo osservare la disputa che emerge dalle diverse rappresentazioni che vengono date dello stato dell’economia italiana. Da una parte abbiamo il sempre ottimista Tremonti, che afferma di essere soddisfatto di riuscire a mantenere lo status quo. Ci tiene a puntualizzare il suo nuovo slogan e afferma che, per lui, “in un momento straordinario mantenere l’ordinario è già straordinario”. Dall’altra, il severo Governatore della Banca d’Italia, Draghi, pone l’accento sul debito, ricordando il limite che esiste tra le parole e i fatti. Il tesoriere di Papi immagina di superare la peggiore crisi del capitalismo, mentre tutti gli altri paesi europei finanziano la spesa pubblica cercando di ripristinare la domanda aggregata oramai in caduta libera, semplicemente rimanendo immobile. Per lui questo ovviamente proverà solo che siamo circondati da irrinunciabili pessimisti.

Congiuntamente ai ripetuti riferimenti alla ormai prossima e certissima riforma del federalismo fiscale sembra venga lanciato un messaggio, un idea. L’idea che in questo paese ognuno sarà presto lasciato più solo. Sentire parlare Tremonti è sempre una sofferenza. Lui sa, fa intendere di sapere, è pronto a fare lunghe discussioni su come il mondo sia messo male con questa crisi finanziaria. Vederlo soddisfatto dire che “le entrate in Italia tengono nel loro gran totale e la caduta si sta in qualche modo fermando” fa quasi tenerezza. Lui – sembra voler dire – fa solo il possibile con quel poco che ha. Assopito e speranzoso dispensa ottimismo, ma solo quello. Mario Draghi interviene infatti funesto e spezza l’idillio mediatico, frena la giostra e ammonisce tutti i presenti: “La crisi lascerà conti pubblici deteriorati”.

“Per uscire dalla crisi economica – continua il capo di Bankitalia – la priorità deve essere il sostegno al sistema produttivo, ma anche una strategia organica di riforme strutturali, interventi che assicurino il contenimento della spesa e la riduzione del debito pubblico”. Va detto che in un momento come questo, mantenere basso l’intervento dello Stato nell’economia, equivale a razionare il cibo ad un affamato per ragioni di dieta. Quando l’immagine della crisi mediatica incomincia ad assumere le sembianze, – drammaticamente concrete – di un avviso di licenziamento o di un mancato rinnovo, è tempo che lo Stato intervenga. Qui invece si ordina di trattenere tutto il trattenibile e di osservare zelanti le esigenze che impone il nostro piccolo gigantesco mostro, quel debito pubblico su cui si discute troppo poco e quasi sempre male.

Il Governatore si fa anche scrupolo di indicare una direzione da seguire: “In tal senso la riforma delle pensioni, quella della pubblica amministrazione e opportune modalità di realizzazione del federalismo fiscale, saranno cruciali per rendere più efficace la gestione delle risorse, in quanto solo un insieme organico di riforme volte a potenziare il capitale fisico e umano del Paese potrà risultare vincente”. “La crisi – puntualizza – inciderà notevolmente sulle finanze pubbliche lasciandoci con un debito pubblico molto elevato”.

Sembra purtroppo il sempre recitato “vorrei ma non posso” all’italiana. E non fa presagire nulla di buono. In modo neanche troppo velato si lascia intendere, per rimanere nella metafora del ministro, che si chiederà di fare lo straordinario ad un paese che non riesce neanche ad assicurare l’ordinario. Se a livello di proclami e dichiarazioni c’è discordanza, nei fatti, però, il Governo e il Governatore subito sìintendono sul chi dovrà subire il peso di responsabilità non sue.

Già da subito, infatti, si potranno cogliere i primi segnali del significato di questa crisi. Il momento di difficoltà è infatti condizione indispensabile per ottenere dei cambiamenti ed in questo caso si parla di pensioni. Questo anche perché ce lo dice l’Europa, troppo spesso ingiustamente percepita come soluzione dei mali nostrani. La mini-riforma delle pensioni avviata dal governo, che aggancia l’età di pensionamento all’allungamento della vita media, “è di fondamentale importanza”, ha sottolineato il ministro dell’Economia. “Non è giusto – ha aggiunto il ministro mettendo le mani avanti – pensare alle manovre sulle pensioni come se fossero finanziarie”. Non sarà giusto ma la coincidenza non sembra fortuita.

Toccato poi sul suo punto debole, l’evasione fiscale, croce e delizia di tutta la sua carriera, rispondendo ad una domanda di un parlamentare, Tremonti ha detto di credere che “il federalismo fiscale sia fondamentale per contrastare davvero l’evasione fiscale strutturale in questo Paese”. “Abbiamo trasmesso al Parlamento la settimana scorsa – continua stufato – la relazione sull’evasione fiscale e credo che sia acquisibile agli atti”. Con questo probabilmente Tremonti manda a dire che non intende farsi carico da solo dei futuri dissesti e disordini sociali creati dalla crescente disoccupazione. Nel 2009, infatti, il numero di persone occupate dovrebbe flettere dell’1,3%, cioè circa 300.000 posti di lavoro in meno. In questo scenario le regioni dovranno contribuire perché – si dice – adeguatamente responsabilizzate. Ottimi propositi che si concretizzeranno in una reale frattura della seppur già malconcia unità del Paese.

Anche se la televisione non lo dice l’economia reale è in evidentissima difficoltà, ma il governo in questo è immobile, bloccato da esigenze di cassa. Non potendo fare nulla Mister Impunità sorride sempre, si preoccupa di illuminare a dovere ogni buona pecorella con il suo occhio mediatico oltre, ovviamente, ad intrattenerci con tutti i suoi consigli vietati ai minori. Un grande capo di governo. Immobile davanti al pericolo, lui trova sempre la soluzione giusta. Noi dobbiamo solo fidarci.

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