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da Adista Notizie n. 93 del 26/09/2009 – www.adistaonline.it

1)“DELUSI E AMAREGGIATI” DA UNA CHIESA CHE PREFERISCE LA RAGION POLITICA AL VANGELO. LETTERA DI CATTOLICI A BAGNASCO
2)“LA COMUNITÀ CRISTIANA PARTECIPI ALLA SCELTA DEL NUOVO VESCOVO”. LETTERA APERTA DI OTTO PRETI DI TREVISO
3 ) UN “CATECHISMO” PER CHI NON SOPPORTA I CATECHISMI. PUBBLICATO IN ITALIA IL “SOGNO DI NABUCODONOSOR” DI P. LENAERS

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“DELUSI E AMAREGGIATI” DA UNA CHIESA CHE PREFERISCE LA RAGION POLITICA AL VANGELO. LETTERA DI CATTOLICI A BAGNASCO

di Giampaolo Petrucci

Una lettera aperta, firmata da oltre 50 cattolici a vario titolo inseriti nella pastorale parrocchiale della Capitale, inviata al presidente della Cei e arcivescovo di Genova, card. Angelo Bagnasco, per esprimere “il profondo disagio” vissuto “negli ultimi tempi di fronte a molte posizioni della Cei e delle gerarchie della Chiesa cattolica”, cui i firmatari sentono di appartenere “per tradizione, ma soprattutto per convinzione e scelta”. Una lettera scritta anche “per dare una testimonianza che renda le nostre coscienze libere da sensi di colpa per aver taciuto”.

La lettera (il testo completo all’indirizzo internet http://sergiocontisblog.blogspot.com/) ha avuto una gestazione, tramite passaparola, di soli 15 giorni. E questo è un sintomo – hanno spiegato i promotori ad Adista – della pressante esigenza che molti cattolici hanno di esprimere fuori dall’ombra il proprio profondo dissenso nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche. Al cuore della denuncia i continui attacchi che, proprio dai vertici, colpiscono il Concilio Vaticano II e ne “attenuano continuamente innovazioni, intuizioni, aperture di nuove strade nella millenaria tradizione della Chiesa”.

Emblematico, in tal senso, il “recupero” degli scismatici lefebvriani (v. Adista nn. 10, 17, 25, 31, 35/09) e soprattutto della liturgia di Pio V (v. Adista nn. 51, 53, 67, 75 e 83/07, 13/08), peraltro “sconosciuta alla generalità dei fedeli”. Questi fatti “non possono indicare altro che il rifiuto della riforma liturgica conciliare, evidente segno di un più ampio rifiuto di parti fondamentali del Concilio”.

La Chiesa cattolica di Roma, ricorda la lettera, da diversi anni è in piena crisi di vocazioni e soffre di una continua e costante emorragia di fedeli. Le parrocchie si spopolano e molti cattolici si allontanano dai loro pastori, “delusi e amareggiati” a causa di molte posizioni dottrinali “non sempre animate da misericordia”. Tra questi, i cosiddetti “cattolici adulti”, che la Chiesa considera “ribelli all’autorità”, “serpi in seno”, “traditori” che “è meglio espellere”. E così la gerarchia, insensibile “verso i tanti, tantissimi, che in tutto il mondo si sono allontanati e si allontanano singolarmente, senza rumore esteriore”, si è dedicata anima e corpo a recuperare solo pochi ultraconservatori e strenui avversari del Vaticano II.

A tale proposito la lettera apre una curiosa parentesi: i seguaci di Lefebvre, scrivono i firmatari, rappresentano “l’unico scisma subito negli ultimi decenni dalla Chiesa”, arrivato – ironia del destino – proprio dagli ammiratori della tradizione, proprio da coloro, cioè, che “dovrebbero essere gli zelanti difensori del papa e della sua infallibilità”. Di fronte a questa evidente contraddizione nella ‘misericordiosa accoglienza’ della Chiesa di Roma, i firmatari dichiarano: “Noi ci sentiamo traditi”. Eppure, si legge ancora nella missiva, “il Concilio non ha svuotato le chiese, semmai ha impedito che si svuotassero di più. La storia va capita, non esorcizzata”.

Dall’ecclesiastico al politico, la lettera denuncia infine il malcelato sodalizio delle gerarchie cattoliche con la destra italiana, così come ha dimostrato la presa di distanza della Santa Sede nei confronti del segretario del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti, mons. Agostino Marchetto, “su uno dei temi più cari della caritas cristiana ed alla stessa Chiesa cattolica italiana, quello dell’accoglienza dei migranti” (v. Adista n. 76/09). Non è una questione di ‘colore’, chiariscono i firmatari: “Ci addolora il coinvolgimento in sé con le parti politiche, il mercanteggiare con chi può offrire di più in leggi o agevolazioni, a scapito della libertà evangelica”.

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“LA COMUNITÀ CRISTIANA PARTECIPI ALLA SCELTA DEL NUOVO VESCOVO”. LETTERA APERTA DI OTTO PRETI DI TREVISO

di Luca Kocci

Coinvolgere il popolo di Dio nella scelta del proprio vescovo, come del resto facevano le prime comunità cristiane, quando la Chiesa non era ancora diventata un’istituzione centralizzata e burocratizzata. È la proposta di 8 preti della diocesi di Treviso, di cui 4 parroci (don Olivo Bolzon, don Giuseppe Furlan, don Silvio Favrin, don Giuliano Vallotto, don Sandro Dussin, don Umberto Miglioranza, don Claudio Miglioranza e don Giorgio Morlin), esposta in una “lettera aperta in occasione della nomina del nuovo vescovo”.

Dopo quasi 6 anni alla guida della diocesi di Treviso, mons. Andrea Bruno Mazzocato – pastore assai amato dai leghisti, a cominciare dal vicesindaco Giancarlo Gentili, che lo ha salutato con rammarico: “Ha difeso i nostri principi di fede dagli attacchi concentrici di altre religioni e di qualche prete rosso” – è stato nominato arcivescovo di Udine, dove arriverà il prossimo 18 ottobre, al posto di mons. Pietro Brollo, in pensione per raggiunti limiti di età. Sul successore di Mazzocato a Treviso circolano le consuete indiscrezioni curiali: il francescano Gianfranco Agostino Gardin, oppure il vescovo di Vittorio Veneto mons. Corrado Pizziolo.

Un toto-vescovo che non interessa agli 8 preti trevigiani, i quali vorrebbero invece una partecipazione della comunità cristiana nella scelta del loro pastore. “Per la nostra Chiesa di Treviso – scrivono –, sicuramente, il cambiamento del vescovo è un segno, che può trovarci del tutto disinteressati ed estranei, oppure partecipi e corresponsabili nell’accoglienza e nella collaborazione con il nuovo pastore. A tal fine proponiamo queste nostre riflessioni” (in parte ispirate dalle tesi di Antonio Rosmini nel suo testo più noto: Le cinque piaghe della santa Chiesa). L’attuale sistema di nomina dei vescovi nella Chiesa cattolica ci sembra, scrivono nella lettera aperta, “una struttura obsoleta e necessaria di profonda revisione e cambiamento. La Tradizione magisteriale, quella con la T maiuscola, insiste nel dire che non può essere pastore chi non è eletto dal gregge. L’elezione di un vescovo deve essere frutto della partecipazione del clero e del popolo. L’attuale situazione non presenta nessuna di queste caratteristiche essenziali. È frutto del potere che decide, al massimo consultando chi vuole. Ci sembra più la nomina di un prefetto del potere centrale che l’elezione di un pastore”, mentre la Chiesa, “definita dal Concilio come Lumen Gentium, propone una visione di profonda comunione nella trasparenza e nella corresponsabilità di tutto il popolo di Dio”. Proponiamo allora, continuano, “che le nostre parrocchie si ritrovino a riflettere su questo tipo di Tradizione ecclesiale e ad offrire alla Chiesa locale un contributo di riflessione”.

Oltre alla partecipazione, la fraternità, anche nei segni esteriori, a cominciare dall’appellativo del vescovo. Non più “eccellenza”, ma semplicemente “fratello vescovo”, riprendendo peraltro le suggestioni emerse dal gruppo di riflessione sulla Chiesa dei poveri animato, ai tempi del Concilio, dal prete operaio Paul Gauthier, il cardinale di Bologna Giacomo Lercaro e il vescovo di Recife Helder Câmara
. “I rapporti gerarchia-popolo, preti-laici li sentiamo sempre più adeguati solo se riflettono quotidianamente il Vangelo”, si legge nella lettera dei preti trevigiani. “In particolare ci sembra che le nostre relazioni con il nuovo vescovo possono essere prefigurate dalle parole di Gesù: ‘Ma voi non fatevi chiamare rabbì, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno padre sulla Terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare maestri, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo’ (Mt. 23,8-11). Per questo – concludono –, proponiamo di chiamare il nuovo vescovo non più con il titolo di eccellenza, padre o altro, ma semplicemente fratello vescovo”.

Nessuna replica ufficiale dalla Curia di Treviso, da cui è uscita solo qualche reazione ufficiosa, come riporta Il Giornale del 12/9: “Voci isolate, datate storicamente. È una lettera come tante”. (luca kocci)

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UN “CATECHISMO” PER CHI NON SOPPORTA I CATECHISMI. PUBBLICATO IN ITALIA IL “SOGNO DI NABUCODONOSOR” DI P. LENAERS

di Valerio Gigante

Un catechismo, sì, nel senso di un’esposizione completa della dottrina cristiana. Ma la definizione potrebbe essere fuorviante, perché Il sogno di Nabucodonosor o la fine della Chiesa medievale (Massari Editore, 2009, pp. 367, euro 15) è un testo scritto con un linguaggio diverso dall’“ecclesialese” di cui sono infarciti tanti documenti del magistero cattolico e tante prediche, accessibili solo ad un pubblico di “iniziati”; un libro lontano da una visione della Chiesa e della società che l’autore stesso definisce “medievale” e “irrimediabilmente passata”; un libro, soprattutto, che non proclama verità immutabili attraverso decreti autoritari, ma scardina alla radice dogmi secolari riformulando l’intera fede cattolica attraverso parole “viventi” ed in una prospettiva radicalmente nuova.

L’autore, l’85enne gesuita belga Roger Lenaers, si pone infatti l’obiettivo di esprimere “la fede unica ed eterna in Gesù Cristo e nel suo Dio nel linguaggio della modernità”, nella consapevolezza che il “monumento grandioso” della vecchia Chiesa istituzionale finirà come l’imponente statua dai piedi d’argilla sognata da Nabucodonosor: “Una statua, una statua enorme, di straordinario splendore”, racconta la Bibbia (Dn 2,31-35), con “la testa d’oro puro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro e i piedi in parte di ferro e in parte di creta”. Una grande pietra si staccò dal monte dove si trovava, “ma non per mano di uomo, e andò a battere contro i piedi della statua, che erano di ferro e di argilla, e li frantumò. Allora si frantumarono anche il ferro, l’argilla, il bronzo, l’argento e l’oro e divennero come la pula sulle aie d’estate; il vento li portò via senza lasciar traccia, mentre la pietra, che aveva colpito la statua, divenne una grande montagna che riempì tutta quella regione”. Ecco: secondo Lenaers le “verità” tradizionali fanno la fine di quella statua quando vengono a contatto con la luce dirompente del messaggio evangelico.

Nella presentazione del suo libro, il gesuita belga – che dal 1995 (dopo il pensionamento) ha scelto di fare il parroco a Vorderhornbach, sulle montagne tirolesi – spiega che se “per l’uomo occidentale del terzo millennio il linguaggio della tradizione cristiana è diventato un idioma estraneo”, diventa improrogabile il compito di tradurre il messaggio cristiano in un linguaggio in cui l’uomo e la donna moderni possano riconoscersi. E spiega: “Non abbiamo ricevuto la nostra fede per tenerla sepolta nel campo del passato, ma per spargerla e seminarla”.

E per farlo Lenaers opera una revisione totale del catechismo cattolico, rileggendo ad uno ad uno tutti i temi della dottrina nella chiave del passaggio dall’“eteronomia” alla “teonomia”, una operazione che intende operare una “riconciliazione tra l’autonomia dell’essere umano e la fede in Dio”. Eteronomo, secondo l’autore, è l’universo mentale delle rappresentazioni cristiane tradizionali, secondo cui il nostro mondo sarebbe completamente dipendente dall’altro mondo e dalle sue prescrizioni. Un universo mentale che attraversa l’Antico e il Nuovo Testamento, l’eredità dei Padri della Chiesa, la scolastica, i concili, la liturgia, i dogmi e alla loro elaborazione teologica, tutti basati sull’“assioma dei due mondi paralleli”.

La teonomia, invece, “riconosce in Dio la dimensione più profonda di ogni cosa e pertanto anche la legge (dal greco: nomos) interna del cosmo e dell’umanità”. In questo pensiero “esiste un solo mondo: il nostro. Ma questo mondo è sacro poiché è la costante autorivelazione di quel mistero santo che intendiamo con la parola Dio”, un Dio che “non è mai fuori ma che è stato sempre al centro”, come la più profonda essenza di tutte le cose, la legge interna del cosmo e dell’umanità.

È nella prospettiva della teonomia, quindi, che Lenaers rilegge le formulazioni eteronome della dottrina relativamente alle Sacre Scritture, alla Tradizione, alla gerarchia, alla cristologia, alla Trinità, a Maria madre di Dio, alla resurrezione, alla vita dopo la morte, ai sacramenti. Anche perché “molte delle rappresentazioni tradizionali non sono così antiche come per lo più si afferma e pertanto non appartengono alla ‘buona novella’ originaria”: “La confessione della divinità di Gesù – ricorda ad esempio Lenaers – ha impiegato vari secoli per entrare a far parte del deposito della fede; tre secoli sono trascorsi prima che lo spirito di Dio venisse visto come una persona divina; ce ne sono voluti quattro per la dottrina del peccato originale ereditario; mille per riconoscere il matrimonio come sacramento; e molti di più per l’infallibilità papale e i dogmi mariani. Era forse impossibile essere veramente cristiani nei tempi precedenti a queste formulazioni?”.

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