Home LGBTQ: fede, diritti, lotta all'omofobia Una prospettiva nuova

di Gianni Geraci, Portavoce Gruppo del Guado
da www.gaycristiani.it

Commento alle dichiarazioni del cardinal Bagnasco sui criteri di voto che i cattolici debbono seguire

Un cattolico che, come me, ha sempre sofferto per l’ipocrisia con cui talvolta si muovono i vertici della sua chiesa, non può non guardare con simpatia alle parole con cui il cardinale Angelo Bagnasco, ha deciso di intervenire durante questa campagna elettorale. Il presidente della Conferenza Episcopale Italiana ha scelto infatti di affrontare con chiarezza un argomento su cui potrebbe essere sonoramente smentito di qui a meno di una settimana.

Sembra distante anni luce il clima in cui, nel 2005, si promuoveva l’astensionismo sul referendum che chiedeva l’abrogazione della legge 40. Anche allora la presidenza della CEI era scesa in campo durante la campagna elettorale, ma l’aveva fatto con la matematica certezza che il risultato della consultazione non l’avrebbe sconfessata.

È inutile nascondercelo! Il discorso con cui il cardinal Bagnasco ha richiamato i valori non negoziabili che dovrebbero, a suo avviso, guidare le scelte degli elettori cattolici, ha come obiettivo principale la candidatura di Emma Bonino alla presidenza della regione Lazio e come obiettivi secondari le candidature di Niki Vendola, un omosessuale dichiarato, in Puglia e di Mercedes Bresso (un politico che spesso ha fatto le sue scelte senza lasciarsi condizionare dal’episcopato) in Piemonte.

Si tratta di tre regioni che i sondaggi danno in bilico tra il centro sinistra che esprime queste tre candidature e un centro destra che, non avendo valori propri, non ha problemi ad assumere quei valori che possono aumentarne il consenso (non a caso, su un tema come quello dell’accoglienza degli immigrati, dove l’opinione pubblica ha posizioni molto distanti da quelle espresse dai vertici della chiesa italiana, lo stesso centro destra mette da parte le indicazioni che arrivano dei vescovi).

Proprio perché l’intervento del cardinal Bagnasco riguarda una partita il cui risultato non è preventivamente scontato, questo stesso intervento da la possibilità alle tante persone che hanno a cuore una maggior autonomia della politica e della società dagli interessi e dalle istanze dei vertici ecclesiastici, di segnare un punto importante, che potrebbe avere un significato simile a quello che ha avuto, nel 1974, la vittoria dei no al referendum abrogativo della legge sul divorzio.

Come allora non si tratta tanto di una battaglia dei cattolici contro quelli che cattolici non sono, ma si tratta di un confronto tra quanti credono nella «legittima autonomia delle realtà terrene» così come viene ribadita dal Concilio Vaticano II e quanti, invece, decidono di delegare ai vertici dell’episcopato «la responsabilità di scoprire, di usare e di ordinare gradatamente le leggi e i valori che sono propri delle realtà create e della società» (cfr GS 36).

Il confronto non è tra chi vuole cacciare Dio dalla convivenza civile e chi invece vuol difendere i valori che danno un senso alla nostra condizione di uomini, ma tra chi crede che questi valori vadano testimoniati e chi, invece, preferisce la scorciatoia che consiste nell’imporli dall’altro, con il rischio di causare, nelle persone, una reazione di radicale rigetto.

Il cardinal Bagnasco, con un’onestà che gli va riconosciuta, ha deciso di appoggiare questa seconda impostazione e, nel farlo, avrà senz’altro pensare di agire per il meglio.

Anche i cattolici italiani dovranno farsi la stessa domanda domenica prossima e, anche a costo di non seguire le indicazioni del presidente della CEI, dovranno decidere tra la difesa della laicità dello Stato e la sua mortificazione, ricordando magari le parole pronunciate da Benedetto XVI il 9 dicembre del 2006 davanti ai giuristi cattolici:

«Non può essere la Chiesa a indicare quale ordinamento politico e sociale sia da preferirsi, ma è il popolo che deve decidere liberamente i modi migliori e più adatti di organizzare la vita politica».

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