Home Politica e Società PEDOFILIA E DONNE PRETE, LO STESSO TABÙ

PEDOFILIA E DONNE PRETE, LO STESSO TABÙ

di Massimo Faggioli
da Europa OnLine, 18 luglio 2010

Nella stessa settimana in cui il Sinodo generale della Chiesa anglicana discute la questione delle donne vescovo, le nuove norme del Vaticano sui casi di pedofilia equiparano i crimini di pedofilia commessi dal clero a «la tentata sacra ordinazione di una donna». Alle reazioni indignate provenienti in particolare dal mondo anglosassone, monsignor Scicluna ha dovuto precisare, a meno di 24 ore dalla pubblicazione del documento, che vi sono due tipi di delicta graviora, quelli concernenti i sacramenti e quelli concernenti la morale, la cui gravità è diversa.

L’ennesima “precisazione” da parte vaticana tenta di aggirare le critiche più forti al documento Normae de gravioribus delictis della Congregazione per la dottrina della fede, che aggiorna il motu proprio di Giovanni Paolo II Sacramentorum sanctitatis tutela del 2001, concentra le procedure sulla Congregazione per la dottrina della fede, e ne eleva il potere al di sopra anche del supremo tribunale della segnatura apostolica.

Le nuove norme allungano i tempi di prescrizione per i crimini di abusi sessuali, in tal modo imitando o prendendo spunto dall’allungamento della prescrizione già avvenuta in alcuni codici penali, e rendono più difficile ad alcuni episcopati locali la lotta contro l’estensione dei termini della prescrizione nelle legislazioni (come negli Stati Uniti, dove, per il timore di una nuova ondata di cause legali, nell’aprile scorso i vescovi del Connecticut si opposero a un’iniziativa legislativa che mirava ad eliminare la prescrizione per i reati di violenza sui minori).

Le nuove norme rappresentano il rafforzamento di una prassi già esistente, ma non una rivoluzione di fronte all’enormità dello scandalo degli abusi sessuali commessi dal clero. Infatti le nuove norme testimoniano la volontà del legislatore di agire a tutela delle vittime passando attraverso la tutela giuridica dell’integrità del sacerdozio cattolico. Sarebbe quindi un errore considerare Normae de gravioribus delictis la risposta della chiesa cattolica allo scandalo degli abusi sessuali commessi su minori dal clero, perché i «delitti gravissimi» cui si riferisce questa normativa considerano non solo gli abusi sessuali commessi da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età, ma riguardano in primo luogo i sacramenti dell’eucarestia e della confessione. L’equiparazione degli abusi sessuali sui minori ad altri “crimini” (come la «tentata sacra ordinazione di una donna» e il divieto della concelebrazione della comunione con cristiani non cattolici) è significativa perché marca, tra le altre cose, la differenza essenziale tra un documento come questo, a tutela dell’integrità sacerdotale, e un documento (che ancora non c’è) sulla questione della pedofilia nel clero.

Il recentissimo Normae de gravioribus delictis sembra non cogliere la specificità della situazione attuale, e adotta un’ottica di tutela del sacerdozio e dei sacramenti che è figlia dei dibattiti medievali più che di una presa di coscienza della crisi in corso. Le recenti norme sono una specie di appendice alla lunga storia del diritto della chiesa, all’interno della quale la pedofilia nasce, nel Medioevo, come abuso del sacramento della confessione, come una fattispecie del crimine di sollicitatio ad turpia, vale a dire l’invito rivolto dal confessore a ripetere o a commettere in sede di confessione atti turpi di natura sessuale (da cui la creazione, nella prima età moderna, dei confessionali in legno al fine di separare fisicamente il confessore dal fedele). È chiaro che in questa nuova misura legislativa l’approccio del Vaticano alla questione dello scandalo degli abusi sessuali è centrato sul legame tra sessualità e integrità sacerdotale del sacerdozio maschile. L’impianto richiama quello dell’XI-XIII secolo, quando per i canonisti medievali incontinenza, simonia e omicidio erano crimini pericolosi perché minacciavano l’integrità dell’ordine clericale e le sue funzioni sacerdotali e sacramentali.

Nel disciplinare questi crimini “scandalosi” da parte del clero la Chiesa ha, nella sua storia, tenuto ben presente l’equilibrio delicato tra “paura dello scandalo” e “paura del contagio”: se il contagio poteva essere prevenuto senza scandalo, si tentava di preservare le funzioni medicinali e purificatrici della penitenza senza ricorrere alla giustizia. Ora, a scandalo avvenuto, cioè dopo la scoperta degli abusi e dei tentativi di insabbiamento avvenuti in vari paesi, le cose sono cambiate: la funzione giudiziaria sta avendo la meglio. Non è invece cambiata la percezione da parte del diritto canonico degli abusi sessuali come un danno all’integrità dell’ordine clericale.

Anche prescindendo da ogni considerazione sugli effetti nefasti di questo documento sui rapporti ecumenici e sull’incapacità della macchina vaticana di evitare l’ennesimo disastro mediatico col mondo anglosassone, è evidente che l’equiparazione tra la pedofilia del clero e la «tentata sacra ordinazione di una donna» dà l’impressione che il Vaticano veda negli abusi sessuali commessi dal clero una violazione della purezza del sacerdozio, più che la violazione della dignità delle vittime innocenti. Se entrambe hanno bisogno di cure, nessuno ha dubbi su quale debba venire prima.

———————————————-

NO DONNE PRETE, PAOLO VI A GUITTON

di Giacomo Galeazzi
da la Stampa, 18 luglio 2010

«La donna non può essere prete. Lei non sacrifica. Ma può essere vittima». Paolo VI rispose così a una domanda di Jean Guitton, l’intellettuale francese suo amico, riguardo alla proibizione di conferire il sacramanto dell’ordine alle donne, ribadita proprio ieri dalla Congregazione della Dottrina della Fede. La battuta è riportata in un quaderno curato da padre Leonardo Sapienza, religioso della Prefettura della Casa Pontificia, per ricordare il 32esimo anniversario della morte di Papa Montini, e intitolato «L’estasi e il terrore di essere eletto», da una citazione fatta dallo stesso Pontefice bresciano per esprimere il proprio sgomento entrando nel Conclave che lo avrebbe eletto.

«Paolo VI – commenta Sapienza – era a un tempo (cosa paradossale) indeciso e autoritario, di temperamento delicato, complesso, perchè vedeva globalmente tutti gli aspetti di una questione». E non c’è dubbio che sul tema delle donne prete abbia riflettuto molto, al di là di quella battuta con Guitton che evocando la violenza subita da molte sembra profetica perchè la norma sul reato di «attentata ordinazione» è andata a finire nella stessa legge canonica che si occupa degli abusi sessuali. Ma Guitton riporta anche altre considerazioni sul femminile raccolte dalle labbra del Papa.

«Le donne impregante di spirito evangelico possono far tanto, ne sono sicuro, per aiutare l’umanità a non essere disumana: nella donna l’amore è incarnato», disse in un’altra occasione Paolo VI all’amico francese. «Le donne – aggiunse, ma su questo i fatti lo hanno forse smentito – hanno anche l’immenso regno del silenzio. E in quest tempo il silenzio si stende sul mondo». Jean Guitton fu amico di Giovanni Battista Montini che l’autorizzò a pubblicare nel 1968 un libro: «Dialoghi con Paolo VI», che, tradotto in diverse lingue, ebbe una grande risonanza. Dopo la morte del Papa, Guitton raccolse poi gli appunti redatti in seguito ai colloqui avuti con lui dal 1950 al 1977.

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.