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Libia, il Paese che verrà di Peacereporter

www.peacereporter.net, 19 settembre 2011

Un Paese unito, dove ogni minoranza etnica ha un suo riconoscimento e dove la vita politica è davvero partecipata. Ecco la Libia che immaginano le popolazioni del Jebel Nafusa, il cuore berbero della Libia, secondo il professor Brugnatelli

Chi pensa che i confini della Libia sono destinati a cambiare dopo la guerra a Gheddafi, si sbaglia. Non c’è nessun conflitto “tribale”, non si corre alcun rischio che il Paese si trasformi in una “nuova Somalia”. È ciò che pensa il professor Vermondo Brugnatelli, docente di lingue e letterature dell’Africa all’università di Milano Bicocca e profondo conoscitore della cultura berbera. “Il popolo libico con la guerra a Gheddafi ha ritrovato unità. Alla fine della ricostruzione credo che nascerà uno Stato federale e non penso che ci saranno contese territoriali”, dice.

Eppure ci sono state delle minoranze che hanno combattuto per difendere Gheddafi.
Sì, ma solo nel sud, dove ci sono i tuareg. Se si pensa alla zona occidentale del Jebel Nefusa, a magioranza berbera, il discorso cambia: in quel caso la popolazione si è subito schierata con i ribelli. A sud, invece, si trovano i pochi nomadi della regione, che girano soprattutto tra Mali e Niger. Molti sono stati catturati e trasformati in soldati lealisti, ma capita spesso che al posto che combattere si arrendano ai ribelli.

Quanto è forte il vincolo tribale in Libia?
La logica delle tribù di cui tanto si parla ha un valore relativo: non esistono gruppi monolitici e per altro, dato che il 60 percento della popolazione ha meno di 30 anni, questo legame è sempre meno vincolante. Si parla tanto dei Warfellah, i grandi amici di Gheddafi, che in realtà sono una macro tribù da 1 milione di persone in cui è solo una minoranza a sostenere il dittatore. Tanto che ci sono stati dei tuareg che hanno partecipato alle insurrezioni e si sono schierati con i ribelli.

Alcuni tuareg rientrati ad Agadez, in Niger, dopo aver combattuto dalla parte dei lealisti hanno dichiarato ad alcuni media occdentali che Gheddafi aveva fatto molto per loro.
Li aveva riempiti di soldi, come con i governi vicini, ma poi non ha concesso nient’altro. Però pensavo che alla fine i tuareg non sarebbero ricascati nella propaganda di Gheddafi e che non avrebbero combattuto.

Avevano un riconoscimento politico nel governo di Gheddafi?
Certo che no, Gheddafi li trattava malissimo. Le strutture politiche non ci sono mai state in Libia. Esistevano dei comitati rivoluzionari che in realtà erano semplici cellule di partito. Invece il nostro ministro degli esteri Frattini a gennaio diceva ancora che il governo libico era ben strutturato. In più Gheddafi negava l’esistenza di berberi e tuareg: sosteneva che non esistessero minoranze e che i libici fossero tutti arabi musulmani.

Esistono conflitti tribali in Libia?
Più che tribù ci sono gruppi messi l’uno contro l’altro sfruttando dei contrasti che già esistevano. Ad esempio, Gheddafi ha usato le popolazioni non berbere per controllare la regione del Jebel Nefusa. Il quadro della ribellione libica è molto più complesso delle apparteneze etniche. Uno dei problemi del nuovo Stato sarà proprio quello di trattare con i collaborazionisti del vecchio regime, proprio in nome dell’unità ritrovata.

Che cosa succederà ora alle minoranze libiche? Che ruolo avranno nella nuova Libia?
Ora c’è da scrivere una Costituzione, che non verrà calata dall’alto come il Libro Verde della Jamahiriya. I contatti che ho in Libia, soprattutto i berberi del Jebel Nefusa, raccontano soprattutto dei lati positivi della liberazione da un dittatore. Al contrario, in Italia, ci siamo fatti influenzare troppo dalla propaganda di Gheddafi, che paventa un rischio frammentazione del Paese e che si concentra più sulle malefatte dei ribelli che su quelle compiute nei 42 anni di dittatura di Gheddafi.

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