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Un nuovo immaginario

Alberto Castagnola
http://comune-info.net, 27 marzo 2012

Pubblichiamo la prima parte di un saggio di Alberto Castagnola, una lucida analisi sui meccanismi della crisi. Un capitolo che potrebbe affiancarsi a quelli di «La fine del liberismo», il libro di Castagnola edito da Carta nel 2010 (per ordinarne copie scrivete a info@editoriadellapace.org). La seconda parte, sulle «opportunità» che si aprono ai movimenti sociali, sarà pubblicata da Comune-info la prossima settimana.

Proviamo a pensare secondo delle logiche inedite, forse ne scaturiranno delle visioni diverse in grado di favorire cambiamenti sociali profondi. Dobbiamo però essere consapevoli che chiunque si metta alla ricerca di analisi differenti non è mai completamente libero dai condizionamenti di secoli di elaborazioni basate su altre schemi, forse ormai ossificati. Occore dunque un pesante lavoro di ritraduzione da linguaggi diversi.

L’ipotesi di partenza è che il sistema economico oggi dominante abbia compreso da oltre venti anni di aver impostato tutte le sue logiche produttive su un immane «errore», quello di non aver tenuto conto dei limiti delle risorse del pianeta e soprattutto della capacità intrinseca di molte tecnologie elaborate di modificare strutturalmente le condizioni, i meccanismi e gli equilibri dell’ecosfera. Il salto mentale che dobbiamo fare è smettere di pensare che sono stati i grandi pensatori della decrescita a intuire questa verità e poi cercare di farla diventare pensiero diffuso a scala mondiale. Ipotizziamo invece che il sistema dominante abbia compreso e accettato questa intuizione e abbia cominciato a elaborarla molto prima dell’opinione pubblica universale, avviando così delle «sue» strade evolutive con largo anticipo. È ovvio che un’idea del genere incontrerà reazioni negative e rifiuti a ogni livello, perfino nelle persone oggi più preoccupate dei danni all’ambiente e della necessità di modificare il sistema produttivo e quello dei consumi, però proviamo a seguire questa ipotesi di lavoro senza pregiudizi.

L’ascesa della finanza

La prima conseguenza da verificare può essere così enunciata: il sistema dominante si rende conto di avere imboccato una strada pericolosa per la sua sopravvivenza e tenta una ulteriore «mutazione», cioè non decide affatto di modificare le sue logiche produttive, ma si orienta a spostare i suoi meccanismi di accumulazione di capitali e di sfruttamento in una sfera fino a quel momento considerata «ancillare» rispetto alle attività produttive, quella finanziaria. La data di inizio di questa mutazione è intorno al 1990, quando attività che a partire dai primi anni del ‘900 (ma si potrebbe risalire fino ai Medici con i primi titoli di pagamento differito nel tempo e nello spazio, ai contratti di «assicurazione» sui viaggi commerciali delle navi dei primi del settecento, così simili nella logica ai moderni «futures» o prodotti derivati) venivano svolte esclusivamente nelle Borse, mentre quasi improvvisamente si spostano in altre sedi e le Borse continuano a registrarne delle quote decrescenti. Le banche cominciano a moltiplicare le operazioni su titoli indipendenti dal loro contenuto fisico, materiale, produttivo. Aumentano le loro attività società finanziarie, i fondi di investimento e gli Hedge funds, si moltiplicano i fondi pensione che utilizzano in operazioni finanziarie i denari accumulati per un uso futuro dai lavoratori dipendenti; poi cominciano a essere «inventati» nuovi titoli, pacchetti di titoli, titoli che assicurano e garantiscono la solvibilità di titoli e così via. I titoli conosciuti sembra abbiano superato le quattrocento unità, anche se quelli più frequentemente trattati sono in realtà poche diecine.

I rapporti con le attività produttive si allungano e si allontanano, e pur essendo ancora oggi formalmente presenti, lo scopo iniziale delle operazioni su titoli e le attività delle Borse, cioè facilitare la raccolta di capitali per le imprese produttive, non viene negato ma si riduce a percentuali minime del totale delle somme in circolazione. La sfera finanziaria ormai costituisce la fonte di profitti più largamente presente sul pianeta e la struttura portante della megamacchina dominante: se le strutture di produzione e di consumo sono lo scheletro del sistema, la carne e il sangue circolano e si espandono in forma finanziaria. Nonostante questo cambiamento, parte cospicua delle proteine viene prelevata dai redditi prodotti da chi ancora opera nel sistema tradizionale: non solo i lavoratori, ma anche i ricchi che si affidano ai vari Madoff (il finanziere statunitense che è riuscito a truffare migliaia di investitori promttendo tassi di rendimento sopra la media del mercato prima di fargli perdere l’intero capitale), gli anziani che tentano di moltiplicare le loro pensioni, ecc.. Altri prelievi vengono effettuati attraverso la trappola dei giochi e l’aumento del sistema tangentizio che, fuori ormai da ogni regola moralistica o etica, è funzionale alla mutazione in corso (per questo le proposte di Mani pulite prima e di Saviano oggi lasciano il tempo che trovano).

Questa mutazione, cambiare le forme di funzionamento senza modificare le logiche profonde, viene sollecitata, protetta e alimentata dall’apparato statuale e giuridico, nonché giustificata dal pensiero liberista che nella cosiddetta «bolla» finanziaria sembra trovare una nuova giovinezza. Qualche elemento di prova può essere utile: i governi totalmente liberisti della Tatcher in Inghilterra e di Reagan negli Stati uniti agli inizi degli anni ’80, la nomina di Greenspan alla Fed agli inizi degli anni ’90, nella crisi del 2007 la nomina di ministri del tesoro provenienti dal mondo bancario e legati al resto della Finanza (Paulson, ad esempio). In Italia il berlusconismo a ben vedere ha spalancato le porte ai bilanci creativi, ai flussi tangentizi, al debito pubblico, ecc. mentre il nuovo presidente del consiglio proviene ancora dalla Trilaterale, dal Bildeberg, e mette due banchieri nei ministeri economici fondamentali, quasi subordinando la soluzione dei problemi del debito nazionale alla salvaguardia della sfera finanziaria.

D’altro canto, quasi nessuna misura è stata finora presa per ridimensionare o riorientare il mondo della finanza: solo in qualche paese sono stati limitate soltanto le operazioni allo scoperto e si parla molto di una eventuale Tobin Tax, ma ancora nulla è stato fatto. Più in particolare, perfino la «riforma» studiata dal presidente Obama da quasi tre anni giace sotto la polvere degli archivi del Congresso statunitense, (mentre dovrebbe essere studiata a fondo per vedere se almeno in potenza sarebbe in gradi di modificare il quadro economico internazionale oppure se, anche approvata, costituirebbe solo una ulteriore prosecuzione della dominazione finanziaria sotto vesti superficialmente più accettabili).

E intanto l’ammontare delle operazioni finanziarie si sta di nuovo avvicinando ai livelli raggiunti prima della «crisi» del 2007. Le cosiddette «speculazioni» hanno mano libera nei loro «attacchi» agli Stati. Se ne potrebbe dedurre che l’operazione cosmetica avviata dal sistema dominante sia ancora brillantemente in corso.

A ulteriore conferma di questa ipotesi si può ricordare che, delle misure di liberalizzazione adottate negli Stati uniti, diverse precedono di molto tempo (talune di alcune alcuni decenni), l’inizio dell’espansione delle sfera finanziaria, mentre si ricorre ad esse solo dopo il 1990. In pratica si potrebbe pensare che le misure sono state pensate e introdotte solo in base alle dinamiche dei principi liberisti generali, mentre solo il lancio della mutazione in senso finanziario richiede una loro utilizzazione su larga scala.

Chi paga la crisi

L’ipotesi qui accennata dovrebbe essere molto approfondita prima di sostenere la necessità di cambiare l’ottica complessiva con cui viene interpretato in questa fase il sistema dominante, però può essere utile continuare nella analisi delle conseguenze di questa interpretazione. Intanto, tutte le prospettive di uscita dalla crisi, caratterizzata per la prima volta dalla contemporaneità di tre crisi, diverse tra loro ma che forse dovremmo leggere in modo molto più correlato, economica, ambientale e finanziaria, risentono della mutazione in corso. Le misure finora adottate per risolvere la crisi finanziaria del 2007 (iniziata non dimentichiamolo, dalla impossibilità di pagare i mutui da parte di coloro ai quali erano stati concessi senza andare troppo per il sottile nella richiesta di garanzie reali, quindi per cause dipendenti dalla crisi economica generale, non da difficoltà di gestire la sfera finanziaria), sono definibili come «privatizzazione dei profitti e pubblicizzazione delle perdite». Gli interventi di sostegno governativi, Stati uniti in prima fila, sono per la maggior parte, in netta ed esplicita contraddizione con il pensiero liberista, giustificati con la gravità della situazione. Che avrebbe potuto determinare il crollo dell’intero sistema creditizio e la perdita di valore del dollaro come moneta internazionale. Però si sono concretizzati in massicci e ripetuti finanziamenti alle banche, quelle ritenute essenziali per il funzionamento del sistema creditizio (mentre soltanto una grande banca privata e centinaia di piccole e medie banche locali sono state lasciate fallire) e agli istituti assicurativi pubblici, affinché fossero in grado di coprire gli oltre diecimila miliardi di dollari di assicurazioni emesse su titoli rivelatisi privi di valore.

Quindi tutto il sistema portante della sfera finanziaria, specie negli Stati uniti e in Inghilterra, ma anche in Belgio come in Olanda, ha guadagnato per lunghi anni precedenti alla crisi. I danni che avrebbero potuto distruggerlo sono stati ripagati dal settore pubblico, che ha destinato a questo scopo fondi pagati dai contribuenti, quando non addirittura stampando moneta, operazione i cui effetti negativi in termini di inflazione potrebbero ancora non essersi manifestati. Questa iniziativa di intervento massiccio è stata così favorevole per molte banche, che già due anni dopo erano in grado di restituire parte delle somme ricevute, anche perché avevano ripreso le loro attività finanziaria con modalità molto simili a quelle precedenti alla crisi del 2007.

Si può quindi affermare che Stati e enti creditizi e finanziari hanno operato in modo strettamente congiunto per difendere a oltranza la cosiddetta finanziarizzazione dell’economia, mentre le misure per la «ripresa» e quelle per ridimensionare i danni ambientali sono ancora oggi in forte ritardo. Questa strategia ha dei costi umani molto pesanti anche se non rilevati dalle fonti statistiche ufficiali, che però il sistema dominante non esita a infliggere alle sue popolazioni, mentre è molto determinato nel reprimere duramente i tentativi di ribellarsi a queste logiche, sia negli Stati uniti che nei principali paesi europei.

Un secondo ordine di conseguenze riguarda le politiche messe in atto dagli Stati occidentali e da Fed, Bce e Fmi negli ultimi anni, quando gli operatori finanziari, liberi da qualunque timore di modifiche alle norme e ai controlli che dovrebbero regolarli, hanno cominciato a realizzare coordinate operazioni speculative verso i titoli e le borse dei paesi meno ricchi del sistema occidentale (Islanda, Grecia, Italia) e minacciando di attaccare Spagna e Francia e via via tutti gli altri. La risposta dei governi non è stata diretta ad adottare in tempi stretti limitazioni e vincoli per la sfera finanziaria: i governi hanno cominciato a ridurre i debiti pubblici in tempi strettissimi e ad accumulare risorse drenando parte dei redditi attuali e futuri della popolazione. In altre parole, si stanno preparando a intervenire con massicci finanziamenti di sostegno al sistema creditizio esattamente come è stato deciso di fare nel 2007.

In sostanza, sembrano confermare l’ipotesi che la sfera finanziaria sia il settore diventato prioritario nelle preoccupazioni degli Stati e che nulla intendono fare per bloccare o ridimensionare le attività finanziarie. Perfino l’indebitamento pubblico, concepito per decenni come lo strumento principe per alimentare gli investimenti a breve termine e i consumi dell’immediato futuro, viene giudicato aver raggiunto livelli eccessivi, anche se ben poco finora è stato fatto per cancellare le voci di spesa più suscettibili di continuare a gonfiarsi nei prossimi anni a seguito degli aggiustamenti di prezzi richiesti dalle imprese, degli aumenti dei costi e delle pressioni esercitate in favore delle grandi opere.

Finanza senza lacci

Se quanto precede ha un senso, o comunque è utile per sgombrare il campo da schemi di politica economica ormai obsoleti, sarebbe opportuno rendersi conto che le misure adottate dal governo precedente e quelle applicate e minacciate da quello attuale, dovrebbero almeno essere precedute da decisi interventi nei confronti di chi opera nella sfera finanziaria, per limitarne la libertà di manovra e per restringere l’azione di trasferimento di risorse dall’economia materiale alla sfera finanziaria (le cui operazioni, per altro, godono in buona parte di un totale esonero fiscale). L’altro filone di intervento, anch’esso preliminare, dovrebbe riguardare il contenuto del debito pubblico, per evitare di cercare di ridurre un fenomeno, che di per se tende ad aumentare nel tempo, senza introdurre modifiche nei criteri e nelle strategie di indebitamento dello Stato. Non è infatti certo casuale il succedersi di «finanziarie», definite sempre risolutive e che invece si rivelano inadeguate nel giro di poche settimane.

Di tutto ciò non vi è traccia negli ultimi convulsi mesi dei paesi europei e quindi permane diffusissima la sensazione che si stia tentando di realizzare manovre che ben poco fanno nei confronti dei meccanismi in atto, mentre sottraggono risorse già scarse solo alle fasce di popolazione più indifese. Anche la fiducia in una «ripresa» analoga a quelle del passato comincia a incrinarsi, sia perché tutti sono in grado di comprendere che la disoccupazione e il precariato hanno ormai raggiunto livelli ben difficilmente riassorbibili anche in presenza di una «ripresa» sostenuta, sia perché non si intravedono eventuali azioni internazionali e governative che potrebbero stimolare e sostenere una ripresa delle dimensioni occorrenti.

In Italia, le misure adottate nel novembre 2011 dal nuovo governo Monti sembrano portare ulteriori elementi a sostegno dell’ipotesi di partenza, considerando la scarsissima importanza delle misure relative alla sfera finanziaria, la quasi simbolica portata dei prelievi alle categorie di reddito più alte e la massima concentrazione degli interventi su un drenaggio spinto di risorse dai percettori di redditi fissi, in particolare i possessori di case, i pensionati e i lavoratori quasi al termine della loro vita produttiva che viene forzatamente prolungata.

Ciò di cui non si discute, a livello istituzionale, è della qualità del futuro di gran parte dei paesi europei: la prospettiva più realistica, a partire da quando si faranno sentire gli effetti delle misure adottate negli ultimi mesi, è quella di una depressione diffusa e serpeggiante, destinata a continuare per parecchi anni, con le componenti che dovrebbero essere più attive in una specie di coma farmacologico e un ossigeno molto scarso per ogni iniziativa innovativa. Partiti e sindacati, da parte loro, stretti tra il desiderio di non intaccare il «modello» dominante in una fase così critica e l’incapacità di elaborare vie di uscita completamente nuove, non hanno finora contribuito in alcun modo a delineare delle alternative valide. Di fatto sostengono interventi che sanno bene essere o inadeguati o addirittura fuori quadro, aumentando la loro debolezza relativa rispetto a una megamacchina (vedi «La megamacchina» di Serge Latouche, Bollati Boringhieri) che segue strategie prodotte in sedi lontane.

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