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Muraro, non mettere il piede oltre la soglia! di M.Pivetta

Marina Pivetta
www.womenews.net

Aprendo la posta, la e mail della Casa Internazionale delle Donne mi ricorda che il 31 maggio alle ore 18 c’é la presentazione del libro “Dio è violent” di Luisa Muraro (organizzata dalle Edizioni Nottetempo in collaborazione con le Biblioteche di Roma, ci saranno Federica Giardini e l’autrice).

A partire da una scritta su un muro di Lecce, “Dio è violent…! E mi molesta”, Luisa Muraro conduce un’analisi sull’uso della violenza e sul senso che assume in una società in cui è venuta meno la narrazione del contratto sociale.

Penso che mi sarebbe piaciuto essere a Roma, ma impegni di altre iniziative proposte negli spazi del Castello Manservisi di Porretta Terme me lo impediscono. Cerco allora su Internet le anticipazioni del saggio di Luisa Muraro Al limite, la violenza pubblicato da “via dogana”, n. 100 e riportato nel sito del’Associazione internazionale filosofe. Leggo una, due volte il saggio e alla terza ne sottolineo alcune parti, quelle che più mi colpiscono e che qui vi ripropongo per poi farci un ragionamento.

“La predicazione antiviolenza non manca certo di argomenti morali ma le manca ormai un punto di leva per solleva re le giuste pretese e abbassare l’arroganza dei potenti. Anticamente il punto di leva era la parola divina; modernamente è stato l’ideale del progresso. Che oggi è morto, al pari e forse più di Dio. Oggi, a causa della competizione globale, esasperata dalla crisi in corso, l’idea che sia possibile stare meglio tutti non agisce più; prevale quella che il meglio sia per alcuni a spese di altri.
La costatazione che non siamo più animati dal sogno di stare tutti meglio, è un colpo mortale all’ideale dell’uguaglianza e alla politica dei diritti. E impone di riaprire il discorso sull’uso della forza. C’è una violenza nelle cose e fra i viventi che prelude a un ritorno della legge del più forte: dobbiamo pensarci.
Il discorso può aprirsi dicendo semplicemente che, in certi contesti, a certe condizioni, è opportuno non usare tutta la forza di cui si dispone. Bisogna però tenerla a disposizione, se non si vuole che altri se la prendano: alla propria forza non si rinuncia senza soccombere ad altre forze. Si tratterà dunque di dosarla senza perderla.
La predicazione antiviolenza vorrebbe farci credere che la misura giusta la fisserebbe il confine tra forza e violenza: no, lo sconfinamento tra l’una e l’altra spesso è inevitabile . La misura da cercare è nella coincidenza fra la giustezza e la giustizia dell’agire, coincidenza che va cercata non dico a tentoni, ma quasi. La giustezza (che è parente dell’efficacia) è soprattutto dei mezzi, la giustizia è soprattutto dei fini. La loro rispondenza, sempre da ri-cercare, si oppone al cinismo del fine che giustificherebbe i mezzi, ma anche alla paralisi di un agire tutto conforme alle regole stabilite. Ed è un nome della politica.
Dosare l’uso della forza di cui si dispone fa parte della strategia dell’agire politico non come un’opzione qualsiasi ma come un sapere necessario; lo insegna molto bene l’antico filosofo taoista Sun-Tzu nell’Arte della guerra. La giustizia, per il generale che comanda l’esercito, consiste nell’obbedire agli ordini dell’Imperatore, ma il generale sa che “ci sono ordini dell’Imperatore ai quali non si deve obbedire”: bisogna saperlo se vogliamo accorciare le distanze fra la cosa giusta da fare qui e ora, e la giustizia del nostro fare, riconoscibile anche domani e dopodomani. In seconda battuta deve venire, logicamente, un’aperta discussione sull’idea di violenza giusta.
Il nostro sistematico non chiamare in causa Dio (che ha le sue buone ragioni), ce la rende forse una questione improponibile, perché la violenza giusta è per definizione violenza divina, ossia manifestazione di un essere per essenza giusto. Che non è certo l’essere umano. Tra i nomi divini c’è anche Sole di giustizia. Non esiste? Pazienza, ci faremo luce con le candele, ma le verità teoriche restano tali anche in assenza di fatti, e teniamole presenti.
Altrimenti, in base a quello che capita di fatto tra gli umani, si crede che la violenza sia in sé cattiva. E si prepara il terreno per sostenere che essa si giustifica unicamente se il suo uso viene regolato per legge. Si sorvola così sul fatto che il diritto usa la violenza come uno strumento per scopi che il diritto stesso dichiara tali, giusti: un circolo vizioso dal quale non si esce senza spezzano, dato che il diritto vigente rispecchia lo stato dei rapporti di forza e la violenza non gli è certo estranea. Cose già dette e risapute. Possiamo far finta d’ignorarle? Si tratta di pensare una violenza che non è strumento di nessuno, che il diritto non può fare sua giustificandola, e nessuno può farla sua, manifestazione di una giustizia che ci oltrepassa dalla quale, però, noi umani possiamo lasciarci usare, consapevoli del rischio inevitabile di cadere in errori ed eccessi. Dunque, violenza giusta non come categoria del diritto, al contrario, le cui condizioni storiche il diritto non può codificare, solo riconoscere a posteriori. Possono stabilirle, di volta in volta, soltanto le circostanze.
La forza, date certe circostanze, può giustamente ed efficacemente esercitarsi arrivando ai limiti della violenza e perfino oltrepassarli. Ma perché abbia senso discutere su questa tesi, giusta o sbagliata che sia, devo chiedermi se ho veramente la capacità di agire con tutta la forza potenzialmente mia, se ne dispongo effettivamente. Se non fosse così e se questo difetto di energia fosse diffuso, come temo, sarebbe ridicolo cercare un nuovo punto di leva, come voler saltare su un letto con le molle rotte. La predicazione antiviolenza, nella misura in cui esclude a priori l’idea di una violenza giusta, favorisce l’abdicazione ad agire, se necessario, con tutta la forza necessaria. E ciò si ripercuote sull’intelligenza delle persone: chi non usa la sua forza quando gli sarebbe utile e necessario, sembra stupido, ma chi vi ha rinunciato a priori, lo diventa realmente.Nessuno lo dice ma, secondo me, nell’appannarsi dell’intelligenza collettiva in questo nostro paese, non c’entra solo il consumismo e cose simili, ma anche la fine della sfida comunista che veicolava un’idea di violenza giusta, quella rivoluzionaria; poco importa qui il giudizio politico, sto parlando di dosaggi interiori.
Dicendo “tutta la forza necessaria”, intendo la duplice forza della consapevolezza (non il recriminare e lamentarsi ma vedere e rendersi conto fino in fondo) e del tirare le conseguenze pratiche e logiche, quelle che stanno nelle possibilità della persona che vede e si rende conto.
Era nelle possibilità delle forze di pace presenti nella ex Iugoslavia difendere i civili inermi che furono assassinati in massa a Srebrenica nel 1995. E invece che cosa hanno fatto i militari dell’Onu? Hanno aiutato a selezionare le vittime destinate al massacro: l’hanno fatto non per paura né per complicità ma per semplice stupidità, incapaci di percepire il mostro dell’odio che era davanti ai loro occhi.
Era nelle possibilità degli abitanti dell’Aquila impedire al capo del governo di fare della loro sventurata città la cornice massmediatica per la sua autopromozione. Sette volte il capo del governo è andato impunemente a fare passerella nella città distrutta dal terremoto. Se lo avessero mandato indietro a fischi e sassate, come si meritava, come si usava una volta, come chiedevano i loro morti, quelli uccisi dal crollo di edifici pubblici taroccati, nessuna polizia avrebbe osato picchiarli e arrestarli. E il loro centro storico, chissà, non sarebbe più il mucchio di macerie transennate che continua a essere. _ I filosofi lamentano che confondiamo tra loro concetti diversi come potere, dominio, forza, violenza. D’accordo. Ma quando, per tutta risposta, si mettono a darci le loro accurate definizioni, vorrei dirgli: prima di ciò, dovreste indagare dove e come nasca la confusione. E chiedervi se per caso quella che appare una confusione non sia la manifestazione di qualcosa che fareste bene a guardare più da vicino. Rileggete quel capolavoro racchiuso in poche pagine che è L’Iliade poema della forza di Simone Weil. Sebbene forza e violenza siano fra loro ben diverse, separarle per definizione non fa che occultare un aspetto ineliminabile della realtà umana. Ci sono distanze e prossimità che non si stabiliscono verbalmente ma attivamente: la definizione giusta la troveremo alla luce di questo agire. Insomma, meno filosofia e più pratica.”

Muraro abbina i due termini forza e violenza. Dà per scontato la valenza positiva del primo termine, mentre si sofferma sul secondo come se fosse davanti ad una porta aperta. Muraro sta sulla soglia e, come il bassorilievo romano della Gradiva, solleva il piede e si chiede quando, e come, e se sia giusto oltrepassare la soglia. Forse la risposta nelle ultime parole del saggio: meno filosofia e più pratica. Ma quando questo viene detto da una filosofa che è considerata Maestra, la cosa mi inquieta sopratutto in giorni in cui i media tornano, con una certa insistenza, su terrorismo e processi alle nuove BR. Il tutto dentro ad un martellamento mediatico, che va avanti da mesi, e che alimenta un clima di paura non più sul diverso ma su disagi e povertà, inesorabili nemici delle nostre esistenze…Lo stesso Ministero degli Interni parla di tensioni sociali a rischio! A rischio per chi? un braccio di ferro pericoloso (per noi sopratutto per noi donne) se viene innescato.

Ecco allora che io collegherei il termine forza con il fare solidale, con alleanze nate dal basso, tra persone capaci ancora di organizzarsi e di mettersi in rete (per rompere la negatività di una nefasta parcellizzazione), con la democrazia partecipata e paritaria contro ogni forma di leaderismo mediatico, parolaio e di ruolo. Una forza in grado di contrastare ogni forma di violenza Al contrario di Muraro io continuerei a mantenere, secondo una cultura di pace, separati i due termini.

Riprenderei, invece, con forza, una vecchia pratica politica femminista: quella del non rivendicare, anche con forme violente per essere sicure/i che altri facciano quello di cui noi abbiamo bisogno, ma quella di assumersi con determinazione tutte le scelte necessarie per far si che questa forza sia levatrice di cambiamento senza lasciare libero sfogo a quella fisiologica energia chiamata violenza che se agisce, anche in libertà (come auspica Muraro), ma senza i vincoli della ragione ci riporta ad una forza bruta di cui le donne spesso conoscono le nefaste conseguenze quando viene messa in atto da alcuni maschi della specie, spesso loro compagni. Io per tanto inviterei Muraro a non mettere il piede oltre la soglia.

1 comment

Mira Furlani lunedì, 25 Giugno 2012 at 14:16

Visto che gli impegni di Marina Pivetta le hanno impedito di essere presente alla presentazione a Roma del libretto “Dio é violent…!” penso che avrebbe fatto meglio a scrivere le sue critiche dopo aver letto il testo e non invece solo attraverso la lettura di una breve presentazione fatta dall’autrice su Via Dogana, presentazione alla quale la stessa Muraro precisa di non voler rispondere, se non dopo aver letto l’intero testo.
Noi – e siamo tante – che abbiamo letto il libretto e anche ascoltato sul tema una relazione di Luisa Muraro all’Incontro naz.le promosso dalle donne delle comunità cristiane di base con altri gruppi donne, abbiamo tratto profitto e illuminazione per affrontare una certa cultura di pace immobilista e solo funzionale al sistema di potere, come l’ultima guerra in Libia insegna. Inoltre Marina P. con la lettura del libro avrebbe capito anche perché i media oggi tornano ad alimentare un clima di paura su terrorismo e processi alle BR. Luisa Muraro non mette il piede oltre la soglia: spiega invece come e perché coloro che sono al potere vanno oltre quella soglia in nome della legge e in nome della pace e della guerra giusta, in questo modo “calpestando il fare solidale con alleanze nate dal basso”, per es. appoggiando la costruzione di basi NATO a Vicenza o soffocando con la violenza le lotte No Tav.

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