Home Politica e Società Le donne di fonte alla crisi del debito e alle politiche di austerità: pratiche di resistenza e alternative femministe

Le donne di fonte alla crisi del debito e alle politiche di austerità: pratiche di resistenza e alternative femministe

Anita Giuriato, Anna Picciolini, Lidia Cirillo
www.womenews.net

Il workshop “Le donne di fonte alla crisi del debito e alle politiche di austerità: pratiche di resistenza e alternative femministe” e stato il piú affollato della giornata di venerdì 9 novembre nella Fortezza da basso di Firenze dove si e svolto il Forum sociale europeo (Firenze 10+10, 8-11 novembre 2012). Duecento donne si sono confrontate sulla proposta di convergere su azioni comuni contro le misure di estorsione e salasso, pudicamente ribattezzate di austerità, con cui i governi europei affrontano la crisi dei mercati finanziari.

Il workshop, organizzato da Marcia mondiale delle donne, Femministe per un’altra Europa, Attac e Cadtm, e stato coordinato da Nadia De Mond e introdotto da Christiane Marty, Christine Van Den Daelen e Nicoletta Pirotta a nome della lista “donne nella crisi” che in Italia ha preparato l’evento. La lista ha costruito e fatto circolare un appello e una scheda di adesione.

L’appello ha tracciato le grandi linee del proprio posizionamento. Queste linee possono essere sintetizzate piú o meno come segue:
– il rifiuto piú netto dell’ideologia e delle politiche di austerità e la denuncia delle realtà di cui l’una e l’altra sono l’effetto. L’attenzione a non trasformare il femminismo in vittimismo non puó tradursi in reticenza sugli effetti che la crisi produce sull’esistenza delle donne, in modo particolare su quella delle giovani generazioni.
– l’esigenza di agire insieme con modalità diverse da quelle del recente passato cioè con la logica della convergenza e non della sommatoria. Una rete non puó essere la palestra o nella peggiore delle ipotesi il ring in cui si confrontano impianti ideologici, identità, storie collettive e individuali. Ci si mette insieme individuando preventivamente ciò su cui si converge cioé su obiettivi, pratiche, scadenze ed esperimenti che si ritengono utili alla costruzione di un’opposizione allo stato di cose attuale e prossimo venturo.
– l’intento e di fare della rete, se e quando si riuscirà a costruirla, uno strumento di azione capace di coinvolgere donne oggi ancora al di fuori dei circuiti femministi e di interessare le nuove generazioni alle prese con il problema drammatico dell’occupazione e dell’auto sostentamento.

La discussione di venerdì 9 novembre non ha potuto che rappresentare un’inizio di reciproca conoscenza tra i nuclei in costruzione nei diversi paesi. Vale la pena di segnalare l’intervento della compagna greca, Sonia Mitralias, che ha raccontato delle condizioni in cui in questo momento vive il suo paese, condannato alla miseria dall’economia dei giocatori d’azzardo. Li le donne hanno perso una conquista che sembrava elementare e irreversibile, cioè quella a un parto assistito da una struttura sanitaria. Chi partorisce, se vuole essere assistita, deve pagare una cifra di cui molte donne in Grecia oggi non dispongono.

Le narrazioni non si sono limitate alle “sfighe” delle donne come ha detto spregiativamente l’unica, e ovviamente legittima voce di dissenso durante la discussione. Da piú di un intervento l’accento e stato messo piuttosto sulla forza di un possibile soggetto femminile. Si tratta di una forza che ha radici strutturali e culturali e che in Italia e testimoniata dall’affluenza di donne di ogni età a incontri nazionali e locali e calla speranza che da quegli incontri nasca qualcosa. La lista “donne nella crisi” e nata anche perchè per una volta quella speranza non sia delusa.

Ancora una precisazione. Il femminismo e una soggettività collettiva che dovrebbe attraversare trasversalmente l’intero arco di temi e problemi con cui l’umanità deve oggi fare i conti. Ma la lista “donne nella crisi” non ha la velleità di occuparsi di tutto. Si presenta invece come un insieme di donne caratterizzate da specifiche preoccupazioni: la gravita della crisi e i suoi effetti, l’urgenza di tradurre le parole in azioni, le modalità piú utili all’agire insieme.

La proposta emersa dal workshop, il prossimo otto marzo come giornata internazionale contro la crisi e l’austerità e stat poi portata sia nell’assemblea di convergenza del pilastro sul debito, sia in quella affollatissima di convergenza delle convergenze.
In questi contesti Nadia De Mond e Nicoletta Pirotta sono intervenute con vis polemica e passione perché quella scadenza fosse fatta propria dall’intero forum Social europeo, cosa poi avvenuta.

Vale la pena di citare in conclusione una proposta che non e stata ancora ripresa ma che e sembrata a molte originale e praticabile dal punto di vista propagandistico: perchè non chiedere che il nobel per la pace, ingiustamente attribuito all’Unione Europea, venga restituito e investito per bisogni e richieste di donne ?

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L’alternativa europea è possibile. In sei punti

Rete europea degli economisti progressisti
il manifesto, 11 novembre 2012

L’European Progessive Economists Network ha raccolto gruppi di economisti, ricercatori, istituti e coalizioni della società civile che criticano le politiche economiche e sociali dominanti che hanno portato l’Europa alla crisi attuale. Vogliamo promuovere un ampio dibattito su sei punti:

1) Le politiche di austerità dovrebbero essere rovesciate e va radicalmente rivista la drastica condizionalità imposta ai paesi che ricevono i fondi d’emergenza europei, a partire dalla Grecia. Le pericolose limitazioni imposte dal fiscal compact debbono essere rimosse, in modo che gli Stati possano difendere la spesa pubblica, il welfare, i redditi, permettendo all’Europa di assumere un ruolo più forte nello stimolare la domanda, promuovendo il pieno impiego e avviando un nuovo modello di sviluppo equo e sostenibile. Le politiche europee dovrebbero ridurre gli attuali squilibri nella bilancia dei pagamenti, obbligando al riequilibrio anche i Paesi in surplus.

2) Le politiche europee dovrebbero favorire una redistribuzione che riduca le diseguaglianze, e andare verso l’armonizzazione dei regimi di tassazione, mettendo fine alla competizione fiscale, con uno spostamento dell’imposizione dal lavoro verso i profitti e la ricchezza. Le politiche europee dovrebbero favorire i servizi pubblici e la protezione sociale. L’occupazione e la contrattazione collettiva devono essere difese; i diritti del lavoro sono un elemento chiave dei diritti democratici in Europa.

3) Di fronte alla crisi finanziaria in Europa – segnata dall’interazione tra crisi delle banche e del debito pubblico – la Banca Centrale Europea deve operare come prestatore di ultima istanza per i titoli di stato. Il problema del debito pubblico deve essere risolto con una responsabilità comune dell’eurozona; il debito deve essere valutato attraverso un audit pubblico.

4) E’ necessario un ridimensionamento radicale della finanza, attraverso una tassa sulle transazioni finanziarie, l’eliminazione delle attività speculative e il controllo del movimento dei capitali. Il sistema finanziario dovrebbe essere ricondotto a forme di controllo sociale e trasformato in modo che promuova investimenti produttivi sostenibili dal punto di vista sociale ed ambientale e l’occupazione.

5) Una transizione ecologica profonda può offrire una via d’uscita dalla crisi in Europa. L’Europa deve ridurre la sua impronta ecologica e l’utilizzo d’energia e risorse naturali. Le sue politiche devono favorire nuovi modi di produrre e di consumare. Un grande programma di investimenti che promuovano la sostenibilità può offrire posti di lavoro di alta qualità, espandere competenze in ambiti innovativi e ampliare le possibilità d’azione a livello locale, specialmente sui beni comuni.

6) In Europa la democrazia deve essere estesa a tutti i livelli. L’Unione europea deve essere riformata e va invertita la tendenza alla concentrazione di potere nelle mani di pochi stati e istituzioni fuori dal controllo democratico, che è stata aggravata dalla crisi. L’obiettivo è di ottenere una maggiore partecipazione dei cittadini, un maggiore ruolo per il parlamento europeo, e un controllo democratico più significativo sulle decisioni chiave.

Le politiche europee devono cambiare strada e un’alleanza tra società civile, sindacati, movimenti e forze politiche progressiste è necessaria per portare l’Europa fuori dalla crisi prodotta da neoliberalismo e finanza, e verso una vera democrazia.

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