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Povertà e dialogo con l’umanità. Un’agenda per il Papa

Giannino Piana
l’Unità, 14 marzo 2013

L’attenzione dell’opinione pubblica, in questi giorni di celebrazione del conclave, è totalmente
rivolta alla figura del futuro pontefice. i media si affannano a fornire biografie dettagliate dei vari
membri del Collegio cardinalizio, soprattutto di quelli considerati «papabili», per soddisfare la
curiosità degli utenti.

Tutto questo è pienamente comprensibile. Ma il vero problema sollevato dalle dimissioni di
Benedetto XVI (anche per il modo del tutto responsabile con cui sono state da lui motivate) è
soprattutto quello dell’agenda dei lavori della Chiesa, delle urgenze che vanno oggi prioritariamente
affrontate da chi sarà chiamato a diventare il nuovo successore di Pietro.

La definizione di queste urgenze non è facile. Il cattolicesimo è oggi presente in tutti i continenti
della terra (con una consistente preminenza quantitativa nell’emisfero Sud), e le esigenze che si
manifestano nelle diverse aree geografiche non sono necessariamente identiche.

Se tuttavia si assume come angolo visuale quello del mondo occidentale, non vi è dubbio che la
questione che si presenta come la prima (e la più decisiva) consiste nella sfida posta alla Chiesa
dall’avanzare della secolarizzazione, che ha assunto ai nostri giorni connotati sempre più radicali,
fino ad erodere le radici stesse della scelta religiosa. La risposta a questa sfida sta nel ricorso a una
nuova forma di evangelizzazione, che si proponga, come obiettivi fondamentali, la ricostruzione del
linguaggio della fede e la riforma della Chiesa.

Sul primo versante – quello del linguaggio della fede
– centrale è il problema dell’inculturazione del messaggio; inculturazione che esige, da un lato, la
capacità di restituire significato a valori oggi emarginati – si pensi soltanto alla gratuità e al senso
del mistero – che costituiscono altrettante «precondizioni» della fede; ed implica, dall’altro, la
elaborazione di categorie interpretative della realtà in grado di evocare con immediatezza la
dimensione spirituale o, più propriamente, «mistica» dell’esperienza cristiana.

Sul secondo versante
– quello della riforma della Chiesa – ciò che occorre è un vero ritorno alle origini, il ricupero cioè di
un radicalismo, che ha nella povertà, intesa come assenza non solo di ricchezza materiale ma anche
(e soprattutto) di potere, la sua espressione più autentica. Questo comporta – come osservava il
cardinal Martini in una delle sue ultime interviste – l’adozione di uno stile improntato alla
semplicità, con l’abbandono di una serie di orpelli e di paludamenti esteriori, che sono in aperto
contrasto con i contenuti del messaggio evangelico e concorrono, di conseguenza, a renderne
inefficace l’annuncio. L’altra importante questione che la Chiesa non può eludere è la questione
etica, che implica il confronto con le nuove (e delicate) problematiche derivanti dagli sviluppi del
progresso scientifico-tecnico – si pensi soltanto al campo delle scienze biomediche – e dal processo
di emancipazione dei diversi ambiti nei quali si svolge la vita degli uomini. Le aperture avviate in
questa direzione dal Concilio hanno subito, negli ultimi decenni, una forte battuta di arresto.

All’atteggiamento di ottimismo evangelico (tutt’altro che superficiale e irrealistico), che ha
contrassegnato gli anni del pontificato giovanneo e improntato i lavori dell’assise conciliare, è
gradualmente subentrato un atteggiamento di diffidenza e di paura. Le difficoltà del dialogo con una
cultura, quella postmoderna, che – come si è rilevato – indulge verso forme di secolarismo
esasperato, non può giustificare l’anacronismo di posizioni moralistiche, che, anziché sollecitare la
riflessione attorno a temi vitali come la ricerca del senso o la definizioni dei contenuti valoriali da
porre alla base delle scelte personali e collettive, si affannano a ribadire tradizionali divieti, che
vengono apertamente rifiutati o più semplicemente elusi.

Temi come quelli della sessualità, della
famiglia e della vita esigono oggi un approccio nuovo, incentrato sul ricupero dei significati umani
fondamentali e attento agli esiti delle moderne conoscenze scientifiche. Ma esigono, soprattutto, di
essere integrati in un orizzonte più ampio entro il quale deve in primo luogo esercitarsi oggi
l’impegno etico della Chiesa: quello dell’attenzione alle gravi questioni cui è legato il destino futuro
dell’umanità, dalla promozione della giustizia e della salvaguardia dell’ambiente fino
all’edificazione della pace.

La crisi che l’Occidente oggi attraversa, che non ha soltanto connotati economici e politici ma che
coincide, nel suo aspetto più profondo, con la crisi dei valori e del senso, fa emergere in termini
diffusi il bisogno di una proposta liberatrice, che restituisca all’umanità il coraggio di guardare con
occhi di speranza il futuro. Il vangelo di Gesù è annuncio di una «buona notizia» in grado di dare
risposta a questa attesa. Ma la possibilità che tale annuncio venga recepito è strettamente dipendente
dalla capacità della Chiesa di farne risplendere la bellezza.

Il Vaticano II, di cui ricorre il cinquantesimo anniversario dell’apertura, è stato un momento statu nascenti in cui questo splendore
si è reso trasparente. Il discorso di grande apertura al mondo con cui Papa Giovanni ha inaugurato i
lavori dell’assemblea conciliare e il clima di ricerca e di dialogo che ha caratterizzato le fasi
successive costituiscono un riferimento esemplare. Un modello al quale la Chiesa deve ispirare
anche oggi la propria condotta, se intende dare nuovo slancio all’attività evangelizzatrice,
accogliendo le sfide del nostro tempo e sapendo discernere, all’interno di esse, i «segni» della
presenza del Regno.

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