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Lo scacco di papa Francesco

Simone Maghenzani
www.vociprotestanti.it

La prima reazione alla lettura della lunga intervista del papa rilasciata al direttore de La Civiltà cattolica, e ripubblicata integralmente da Avvenire, è il silenzio. Non è un testo da leggere in fretta, la densità di citazioni sotto traccia è rilevante, dai profeti biblici alla mistica, alla spiritualità gesuitica. C’è molto da imparare. Il papa parla a partire da sé, dalla sua esperienza, dalla sua fede. L’innovazione, al di là dei contenuti, è in un pontefice che dialoga e fa cura pastorale in prima persona, costantemente: un papa che si presenta come catechista. La conferma della fede e la catechesi come modo di interpretare una missione.

La necessità dei mezzi di comunicazione è tuttavia quella di avere un titolo. Eppure, poco o nulla si capirebbe di quel testo se lo si limitasse a qualche dichiarazione su omosessualità, comunione ai divorziati, donne che hanno abortito. Il papa che parla alla rivista dei gesuiti è un papa che conosce la storia della chiesa, quella della teologia, e che possiede una solida struttura. Un papa che sa fare gesti informali perché tutto ciò che li precede è stato meditato.

La novità di questa intervista è un papa che porta la spiritualità e le convinzioni di un Ordine religioso, dopo più d’un secolo, al pontificato. Lo slancio missionario, e la capacità catechetica di un Ordine militante che tornano nuovamente utili nell’ora della sconfitta, in un nuovo tentativo di conversione, soprattutto, di riconversione delle masse già cattoliche.

La nuova evangelizzazione più che essere un dicastero da affidare a compunti monsignori della Lateranense, è quella fatta in prima persona da un papa che riesce a convincere il mondo a pregare per la pace: e a farlo però in ginocchio nell’adorazione eucaristica, nella recita del rosario, nella giaculatoria mariana. Non l’immagine televisiva di Giovanni Paolo II, ma il confessore che riesce ad andare a prendere ciascuno nel suo, e portarlo a confessarsi.

Il papa che emerge, esplicitamente, è un pontefice moderato ma non reazionario. Un cattolico che non smuove in nulla la dottrina, ma che al contempo vuole presentare il volto pastorale della chiesa. Sarebbe semplice chiudere qui questa analisi. Ma siamo costretti ad andare più in profondità.

Il pontificato di Bergoglio giunge in un momento di debolezza estrema della Curia pontificia e del papato come istituzione. La rinuncia di Benedetto XVI porta in sé la forza di chi ha studiato e conosce popolo e gerarchie cattoliche, e sa per fedeltà inquieta che è il momento di passare la mano, per tentare di resistere all’attacco mediatico, per fare pulizia dei corrotti di Curia. Per consapevolezza di non essere il papa ora necessario. Il popolo già cattolico ha bisogno di un leader, che può continuare la stessa battaglia con altri e più forti mezzi. E se l’Enciclica Bergoglio è in realtà l’Enciclica Ratzinger, è Francesco a poter incarnare l’immagine del papa buono, l’eterno mito della dialettica tra corte corrotta e sovrano misericordioso.

E il papa argentino sa come farlo. Sa perché è quello che la Compagnia gli ha insegnato in molti anni. Sa perché ex professore di scuola, superiore provinciale, perché cresciuto con gli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola. Sa perché non è un dogmatico ma un papa mistico, come emerge chiaramente dall’intervista. Un papa che non tiene lezioni a Tubinga, ma che ha nel suo dna le riduzioni del Paraguay, poi consacrate dal celebre film Mission.

Un papa interessato a conquistare anime più che al difendere l’immagine della sua infallibilità: la sinodalità gli aggrada, quel che conta è la postura missionaria della sua Chiesa, il resto corrisponde alla vita degli ordini. Un papa che non ha paura di parlare di questioni morali. E che le riconduce a conseguenze, non a centro della sua predicazione. Al centro la salvezza, come ricorda costantemente: il papa predica.

Dunque, senza contraddire in ciò il catechismo, ma con una sottolineatura che trova agio immediato tra gli strilloni digiuni di teologia della comunicazione italiana, si dicono cose importanti. Conta l’accompagnamento, non il giudizio. Non stupirebbe che di qui a qualche tempo si aprisse sulla comunione ai divorziati, per esempio. Forse, qualche possibilità in più si potrebbe palesare sulla non obbligatorietà del celibato ecclesiastico.Senza dubbio, la condizione delle donne abortite assume nuova veste, qualora si passasse ai fatti, magari con l’abolizione della scomunica latae sententiae.

Tutto ciò deve essere considerato. Il papa non smette di ritenere peccato l’omosessualità, il divorzio o l’aborto, ma ne propone un diverso accompagnamento. Quel che conta è lo stare nella chiesa, e percepire il sacerdote come figura pastorale di mediazione col divino. Il punto è stare nella chiesa. Che è popolo di Dio, per Bergoglio, ma ingnazianamente anche “santa madre Chiesa gerarchica”.

La verità di questa intervista è la teologia di Jorge Mario Bergoglio. La spiritualità del suo Ordine, perinde ac cadaver, non viene per nulla abbandonata nella nuova veste papale. La coscienza come luogo dove sentire Dio, il “discernere”, l’esercizio spirituale, il libero arbitrio, l’antropologia, sono formidabili intuizioni gesuitiche cinquecentesche, fermentate su inquietudini eterodosse spiritualistiche, poi normalizzate quali armi possenti della Controriforma. Il posto del gesuita è il pulpito e il confessionale, e lì Bergoglio sta. La tenerezza, i buoni sentimenti, la possibilità di essere l’uomo dell’Eden nel proprio quotidiano sono i temi della sua catechesi. Bergoglio omaggia certo tomismo e ne disconosce altro, senza remore alcune. Spiritualità mistica e ratio studiorum sono armi per il XXI secolo, e queste Beroglio sceglie da missionario, ancora una volta, per una nuova reconquista.

Questo papa mette sotto scacco, potenzialmente, il protestantesimo. Mette sotto scacco il protestantesimo qualora esso riduca la sua predicazione alle sue determinazioni etiche. Se la contrapposizione è ideologicamente relativa all’etica, Bergoglio spariglia le carte. Per lo meno, nella comunicazione giornalistica e nei tweet: e questo e molto spesso questo soltanto oggi conta. Egli tuttavia costringe i protestanti a ingaggiare la discussione sul piano esegetico, dogmatico e della storia.

Il protestantesimo italiano ha per decenni trovato spazio nelle chiusure della prassi pastorale cattolica, nel suo moralismo, nella sua intransigenza legalistica. Molti fratelli e sorelle si rivolgono a noi per mancanza di libertà nella loro Chiesa d’origine. Non è possibile non vedere il cambiamento. Beroglio non modifica la dottrina ma ne rimodula l’espressione: compelle intrare. Costringili ad entrare, continua a dire al suo clero, andate a prendere la pecora smarrita.

Ma la teologia del pontefice è la teologia costruita nei decenni della Controriforma, nella ricerca della spiritualità dell’essere umano, nell’umanità di chi può discernere Dio e raggiungerlo, di chi è capace di bene e deve riscoprire la sua creaturalità, conformemente alla legge di natura. La teologia di Bergoglio è intrisa di riflessione sull’essere umano, nella convinzione del suo arbitrio.

Quanto ai protestanti, è evidente che la libertà che essi annunciano non è quella della scelta dell’uomo, ma quella di Dio di essere tale. Di molte cose possiamo dire grazie a questo papa. Forse anche di poterci aiutare a non fare confusione. Sta a noi ingaggiare un serrato dibattito. Sull’Evangelo, e su nient’altro che esso.

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