Home LGBTQ: fede, diritti, lotta all'omofobia A proposito di “Liberarsi per liberare il genere” di D.Bilotti

A proposito di “Liberarsi per liberare il genere” di D.Bilotti

Domenico Bilotti
http://revuegauche.blogspot.it

Quando ho visto nella newsletter delle Comunità di Base in Italia (26 Ottobre 2013) un articolo di Monica Lanfranco di articolata critica sui “compagni antagonisti violenti”, temevo di imbattermi in una di quelle complesse analisi che mirano a destituire la legittimità di un movimento di protesta sulla base dei disordini, degli scontri e dei danneggiamenti che si verificano nelle occasioni in cui quei movimenti trovano nella piazza il proprio seguito e la propria massima amplificazione mediatica (essenzialmente, sui disvalori di quelle manifestazioni, piuttosto che sulle ragioni in forza delle quali sono convocate).

Avrei immaginato di trovarmi sotto gli occhi un editoriale sulla radicalizzazione asettica della nonviolenza, dove essa non viene assunta come metro di condotta universale di tipo inter-individuale, ma esclusivamente come architrave dei rapporti tra cittadino e autorità (analisi di questo tipo, di solito, non si occupano affatto della nonviolenza nei rapporti tra autorità e cittadino).

Così, ci imbattiamo frequentemente in letture artefatte di Gandhi, ben distanti dalla lucidità speranzosa che poteva avere un Balducci nell’accostarsi al politico indiano, in enfatizzazioni costruite e mai riscontrate su “riot” e disordini sociali, in ambigue asserzioni dove non si riconosce il dato di fatto: il rifiuto della violenza è essenzialmente acquisizione di interi movimenti civili venuti alla luce dopo la stagione dell’eversione extraparlamentare, edotti dei fallimenti di quella e in chiara discontinuità rispetto ad essi.

È, tendenzialmente, la popolazione che esprime tentativi di resistenza ad essere “inerme” (dal Kosovo all’Ilva, verrebbe da dire: ma questo Étienne de La Boétie non poteva prevederlo…), mentre l’esercizio del monopolio legale della forza può avvenire in parametri del tutto slegati dal Costituzionalismo occidentale, che pure quei parametri aveva teoreticamente disposto anche grazie all’elaborazione culturale cristiana e che ad essi pretenderebbe di rifarsi, nella costruzione della propria legalità “interna”.

Invece, l’articolo di Monica Lanfranco è un rilievo di taglio opportunamente cronachistico su episodi di violenza subiti da tre attiviste nel contesto dell’occupazione di uno spazio sociale. È allora cosa, se più scomoda, certo più interessante, utile, approfondita. Perciò, riposti i pregiudizi, dalla lettura del pezzo c’è solo da imparare, riflettere e capire. Quando il brano ricorda che episodi simili potevano pur essersi verificati e riscontrati nei grandi Forum dei primi anni Duemila, è, forse, strano che il commento si stupisca del clima e dell’orientamento che potevano accompagnarli: cercare di sminuire, di non attaccare, di non condannare unilateralmente per non dare “discredito” a quei contesti sociali (occupazioni, proteste, esperienze di comunità) dove tali fatti di violenza si realizzavano.

La contraddizione pare però più leggibile delle apparenze, non è storicamente aliena alle dinamiche di movimento. Da queste riflessioni è bandito ogni giustificazionismo su ipotesi delittuose di questo tipo, ma non è senza significato cercare di comprendere da cosa venga questo velo di inenarrabile che sembra seguirle con acquiescenza. Tre esempi soccorrono nel ragionamento. Nell’autonomia dei tardi anni Settanta e nei suoi documenti, si leggevano delle acutissime analisi sul dilagare delle droghe pesanti, che correttamente venivano stigmatizzate sulla base dei loro effetti devastanti, rispetto ad altre sostanze ritenute illecite, e soprattutto valutate come asservibili alla logica di neutralizzazione eteronoma dei movimenti più radicali (dipendere da ciò che ti uccide significa prima di tutto indebolirti).

Come spiegare, allora, che la diffusione dell’eroina fosse allarmante e distruttiva in quegli stessi movimenti che cercavano di abbatterne il consumo? Un conto i singoli, si dirà, un altro gli scopi civili e politici delle realtà collettive entro cui quei singoli si esprimevano. Nell’impegno di larghissima scala contro il nucleare, nei primi anni Ottanta, anche in anticipo rispetto alle catastrofi ambientali, c’era una acuta precomprensione di molti dei rischi di questa modalità di produzione energetica.

Ma come spiegare allora che nell’elaborazione di quei gruppi fosse ancora ben più che carente l’analisi sulle fonti alternative, che oltre al nucleare potrebbero soppiantare l’overdose petrolifera del mercato globale? L’Italia del tempo, anche quella dell’ecologismo, era poco preparata su questi temi e, forse, inevitabilmente, giacché la discussione non era mai giunta, sino a quel momento, a livelli di massa.

E torniamo per un attimo al Cattolicesimo del dissenso (espressione che ad avviso di chi scrive ha ancora un significato sociale rilevante: basta intendersi sul “dissentire”, perché e per proporre cos’altro): il lavoro culturale e la stessa capacità di ergersi a testimone di una battaglia etica, da parte del mondo cattolico, favorirono, per almeno un decennio, tra l’inizio dei Sessanta e la metà dei Settanta, l’approvazione della legge sull’obiezione di coscienza. Un mondo senza armi non abbisogna di eserciti, l’utopia al massimo grado: i modi per ricondurla alle possibilità del reale.

Ma come mai quegli intellettuali, quei fedeli, quelle donne ed uomini di buona (ottima) volontà, non intuirono che le loro brillanti argomentazioni sarebbero state riprese, strumentalizzate e vivisezionate nell’attuale dibattito sull’obiezione di coscienza, in base alla quale si tagliano pezzi di Magistero per giustificare l’obiezione all’aborto, alla dazione di farmaci, contraccettivi, profilattici, allo svolgimento di funzioni pubbliche? L’unica spiegazione possibile è che ogni movimento di critica all’ingiustizia esistente nasce PRECISAMENTE nel contesto dell’ingiustizia esistente.

Perciò, porta i semi del suo superamento, ma parte delle sue radici è costretta sul venefico terreno dell’ingiusto da cui prova a divincolarsi. La violenza contro le donne, sistemica, non dichiarata, simbolica, linguistica, concettuale, aggressiva, offensiva, lesiva, vigliacca e troppo spesso persino brutalmente materiale, è tra le coordinate non rimosse del nostro periodo storico: maschilismo e patriarcato ci permeano a un livello più subliminale e, contemporaneamente, più effettuale di quanto saremmo mai stati disposti ad ammettere.

Eppure, i semi dei movimenti di alternativa promettono la crescita di sensibilità altre, come non se ne vedono in alcun consesso civile, organizzazione partitica, realtà (finanche) ecclesiale. Nella generazione dei centri sociali autogestiti, rileggiamo rivendicazioni per i diritti del mondo lgbt, anche quando esso ai prudenti riformisti (laicisti) sembrava connotato da un eccesso di colori sgargianti e di esplosiva esteriorizzazione del proprium.

C’era pure l’attenzione alla brutalizzazione dei “sex workers”, che non è pratica giustificativa di quello sfruttamento, ma mezzo per uno scopo più ampio, come ci suggeriva la teologa della Liberazione Marcella Maria Althaus-Reid (cui rinviamo per l’analisi dei rapporti tra violenza sessuale e peccato): in definitiva, abbattere, anche negli ambiti che il pubblico dibattito si rifiuta di prendere in considerazione, le condizioni materiali dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Dovremmo, perciò, nell’indignarci quando e comunque avvengano violenze contro le donne (e declinate in forme ora così truci, ora così sottili che siamo ben lungi dal riuscire a leggerle e, conseguentemente, a contrastarle attendibilmente e durevolmente), scandalizzarci almeno un po’ per le false pudicizie, le incomprensibili remore e le aggressive divisioni che hanno contraddistinto l’approvazione di molte norme italiane degli ultimi anni.

Dallo stalking (male assemblate operazioni di novella sull’articolo 612 del Codice Penale, che, in sostanza, hanno moltiplicato in modi talvolta discutibili gli interventi in sede di prevenzione sulla sola reiterazione delle condotte) al femminicidio (la cui disciplina è, anch’essa, più diffusa, pure immotivamente, sulla parte della prevenzione penale, ma non su quella culturale o sulle azioni positive esperibili in via legislativa, come dimostra l’avventurosa vicenda del DL 93/2013 e della successiva conversione), passando per l’omofobia (il cui testo è lungi dal potersi considerare davvero esaustivo, a meno che non ci soddisfi l’implementazione delle aggravanti, pur con la prevedibile serie di “esclusioni” dal perimetro normativo, non del tutto giustificabili).

Allora, bene, benissimo, l’articolo di Monica Lanfranco, soprattutto quando ci fa riflettere su un dato sotteso che varrebbe la pena di rimarcare. È consolazione effimera, ma anche dato di fatto con cui non dovremmo stancarci di convivere, che, se lo stupro, l’odio di genere, la vessazione parapatriarcale, sempre ci inorridiscono (quanto il sequestro, quanto la tortura, che ancora non è fattispecie autonoma, nella configurazione delle norme incriminatrici del diritto italiano), a maggior ragione ci risulterebbe ripugnante e mortificante se avvenissero in quei contesti, come nei movimenti per il bene comune e nell’esperienza delle autogestioni e delle contestazioni, dove essi risultano essere programmaticamente banditi.

Lo “strepitum” della condanna si amplifica perché essa ricade su parti del vivere associato che hanno condannato a propria volta, e lottato per abbattere i fatti oggetto di quella condanna. Gli scopi della giustizia sostanziale sopravvivono ai continui fallimenti del genere umano. Ma questo fallimento non ha la forza di cancellare la bontà delle intuizioni che assistono la lotta per i diritti e il quotidiano mettersi in cammino per realizzarli, a favore di chi non li ha. In ultimo -e perciò davvero fondamentale, un fortissimo messaggio di solidarietà alle aggredite. Per quel poco che possa valere, non sarebbero state aliene al mio “territorio politico comune e condiviso”.

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