Home Politica e Società Nove milioni per una nuova politica di pace nel mondo: Quale?

Nove milioni per una nuova politica di pace nel mondo: Quale?

Antonino Drago
www.serenoregis.org

Nella recente legge di stabilità approvata dal Parlamento, sono stati inseriti 9 milioni in tre anni per “… l’istituzione di un contingente di corpi civili di pace, destinati alla formazione e alla sperimentazione della presenza di 500 giovani volontari da impegnare in azioni di pace non governative nelle aree di conflitto o a rischio di conflitto o nelle aree di emergenza ambientale”.

Come utilizzarli per attuare una nuova politica di Pace, che sia esemplare nell’operare senza armi al fine di contribuire a risolvere i conflitti internazionali?

Ma innanzitutto, come mai l’Italia si trova nella posizione del Paese leader mondiale nel proporre iniziative istituzionali per la Pace? Ha iniziato ad esserlo nel 1998 con la legge 230 sulla obiezione di coscienza, la quale prevedeva all’art. 8e una “istruzione e esercitazione di una difesa civile non armata e nonviolenta” degli obiettori di coscienza in Servizio civile. Poi anche la legge 64/01 sul servizio civile volontario ha finalizzato questo servizio a “contribuire alla difesa della Patria con mezzi ed azioni non militari”.

Poi su questo tema nel 2004 un decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha istituito un Comitato consultivo, composto da una maggioranza di civili non istituzionali. Nel 2008 la vice Ministra AA.EE. On. Sentinelli ha finanziato con 170 mila euro un gruppo di associazioni per la formazione di personale di peacekeeping civile. Infine oggi questo consistente finanziamento, che è pari all’1 per mille della difesa militare (così come è il finanziamento dell’ONU rispetto alle spese mondiali per gli armamenti).

Questa leadership dell’Italia vale anche rispetto alla Germania, che ha sì un servizio civile di Pace, però che “…seconds experts to assist local partner organisations” (vedi sito), cioè invia tecnici (psicologi, medici, amministrativi, ingegneri), che in zone a rischio lavorano secondo la loro professione, non per preparare direttamente la pace.

In effetti l’Italia ha quattro “fortune”. La prima è di aver avuto più maestri di nonviolenza che qualsiasi altro Paese (a parte l’India): Capitini, Lanza del Vasto, Dolci, La Pira, Don Milani, Don Tonino Bello, ecc.. La seconda è di avere un art. 11 della Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra…”) che non ha uguali nelle altre Costituzioni.

Terza fortuna è di aver avuto la Campagna di obiezione fiscale più forte del mondo; forte non solo per l’assemblearismo e i meccanismi di accumulazione delle somme obiettate su un fondo comune, ma anche per la prospettiva politica: appunto una nuova maniera di concepire lo Stato, tale da includere una difesa alternativa.

Quarta fortuna è stata quella di un fattivo servizio civile degli obiettori, il quale ha tanto influito sulla società italiana che essa non ha potuto più farne a meno, sia per i servizi prestati, sia per la prospettiva educativa e politica sulla gioventù. Queste sono tutte fortune esclusive, nessun altro Paese le ha avute. Esse spiegano perché ancora nessun altro Paese ha una delle precedenti novità istituzionali per la Pace.

Secondo punto da chiarire. Pur aspirando i proponenti (in particolare l’on. Marcon di SEL) a un Corpo autonomo di peacekeeping, il finanziamento sarà devoluto al Servizio civile nazionale, perché oggi la legge permette allo Stato solo questa attività di pace disarmata; la quale appartiene alla prospettiva che lanciarono gli obiettori di coscienza nella assemblea straordinaria di Bologna 1985: una prima istituzione italiana di difesa alternativa compiuta dai giovani obiettori, e oggi dai servizio civilisti. Quindi dieci anni prima che Langer trasferisse questa proposta in Europa; laddove aumentano gli studi anche ufficiali sul tema (l’ultimo di Clark e Dudouet, EXPO/B/DROI/2008/69), ma non iniziative e ancor meno le chiarificazioni sul tipo di intervento, se dipendente dai militari o non.

Ora gli obiettori fiscali non ci sono quasi più, perché repressi duramente (ad es. il fermo macchina); mentre sono molto vivaci le associazioni (ad es. Operazione Colomba, IPRI-CCP, Un Ponte per…, ) e gruppi che intervengono in azioni di pace all’estero (le azioni italiane più famose sono state Time for Peace del 1989 a Gerusalemme, la quale eccezionalmente mise assieme pacifisti israeliani e palestinesi in una manifestazione relativamente di massa; e nel 1992 i 500 a Sarajevo in guerra, guidati da Don Tonino Bello.)

Oggi ci si domanda: sapranno “i nuovi eroi” utilizzare il finanziamento statale per indicare la novità che li caratterizza, cioè azioni precise effettuate sul campo?

I precedenti tentativi istituzionali non hanno dato una risposta. Dopo la 230/98, non ci fu adeguata pressione per farne attuare l’art. 8 e). Cosicché essa rimase materia di principio giuridico (al punto che nel 2010 un D. Lgs. n. 66 del 2010 l’ha abrogata, fatti salvi gli articoli sulla obiezione di coscienza e sull’Ufficio Naz. del servizio civile). Anzi, nel 2001 la leva è stata “sospesa” e solo l’intervento delle Associazioni, senza più giovani e interessate al servizio civile, portò alla 64/01, che significativamente all’art. 1 a) mantenne la finalità della difesa alternativa.

Anche quell’articolo sarebbe caduto nell’oblio se le Regioni non avessero rivendicato alla loro gestione il Servizio civile affidato allo Stato centrale. A seguito di una decina di sentenze nello stesso senso, la sent. 228/04 della Corte Costituzionale ribadì che quel servizio è difesa della Patria senza armi, pertanto è da attribuire allo Stato. Per attuare questa difesa il governo fu costretto a istituire almeno il Comitato su menzionato.

Ma al suo interno una maggioranza composta da rappresentanti di Associazioni bloccò il primo finanziamento per il 2004 (400.000 euro); tra altri motivi: un giovane all’estero costa tre volte uno in Italia. Dopo le dimissioni del presidente (il sottoscritto) e altri tre membri, il nuovo presidente del Comitato (Prof. P. Consorti) organizzò un convegno che rafforzava la sua interpretazione della finalità della 64/01: essa non aveva a che fare con i conflitti riguardanti la difesa della Patria, ancor meno la Pace all’estero. Cosicché questo Comitato, rinnovato tre volte, non ha prodotto che documenti e infine nel 2011, grazie a un piccolo finanziamento straordinario, ha inviato sei giovani per un anno nel tentativo di risolvere micro-conflitti (vendette) in zona non di guerra (Albania).

Una sorte non molto diversa ebbe nel 2008 il finanziamento straordinario del M.AA.EE per la formazione al peacekeeping civile. Avendo accettato un titolo poco qualificante (“Volontariato”), esso fu rivolto principalmente a studenti di scuola superiore (cioè giovani non indipendenti, che quindi non erano intenzionati a partecipare immediatamente a operazioni di pace) e solo in parte utilizzati per quattro corsi di 40 ore per adulti.

I quali, d’altra parte, avrebbero potuto usufruire di corsi ben più impegnativi (800 ore) nella forma dei corsi professionali sul peacekeeping civile, istituiti dalle Regioni con fondi UE. Essi iniziarono dai primi anni 2000 a Bolzano e poi si diffusero in altre Regioni (notevoli i quattro corsi nella Campania di Bassolino nel 2004). Ma poi sono scomparsi progressivamente, benché Tecnostruttura (l’ufficio giuridico delle Regioni) abbia anche prodotto uno studio sulla figura professionale del peacekeeper (Franco Angeli, 2007).

Da segnalare anche la istituzione di un corso di laurea di Scienze per la Pace all’Università di Pisa, che però ha confinato questa materia a un corso a scelta (tenuto dal sottoscritto); e anche un Centro Studi sul Servizio Civile, promosso dal Prof. Consorti; ma senza novità di rilievo né all’esterno, né tra gli studenti universitari.

In questo panorama è evidente che una proposta d’impiego del nuovo finanziamento ha una natura critica: si giungerà finalmente a chiarire all’opinione pubblica che cosa significa la pace senza armi in zone di guerra? Rispetto alla trentina di proposte che nel 2004 furono presentate nel Comitato ministeriale e che restarono lettera morta, molte guerre e paci sono passate nel mondo. Oggi la situazione di questo tipo di interventi qual è?

In Italia si è cominciato a elaborarli quando nel 1992 tutto il movimento per la pace italiano fu “aggredito” dalla emergenza della guerra alle nostre porte, in Jugoslavia, e i deputati pacifisti furono presi in contropiede dal “dover” approvare l’’intervento “umanitario” ONU in Somalia. Da allora è nato un sforzo eccezionale di nuovi gruppi che, con tante esperienze sul campo, hanno superato una serie di tappe di questa crescita.

Ma questa crescita spontanea dal basso è sufficiente davanti a questo finanziamento impegnativo? Come confrontare questa crescita con gli almeno 150 giovani tra i 18 e 28 anni che per un solo anno del loro servizio civile dovrebbero essere prima formati e poi inviati in una zona “calda”? Certamente il loro intervento senza le armi (che costano oro e che distruggono tutto) è almeno 5 volte più economico di quello armato; ma solo se questo intervento è efficace.

Qualche ONG potrebbe di nuovo esaurire l’attuale finanziamento in una formazione per una futura attività che ogni frequentante deciderebbe poi dopo nella sua vita privata. Oppure potrebbe scegliere un luogo critico (ad es. Cipro, secondo un progetto già sperimentato dalla città di Ferrara nel 2005-8). Oppure potrebbe indirizzare i giovani a dare protezione internazionale e sostegno alle Comunità di Pace della Colombia (benché l’attuale avanzamento del processo di pace potrebbe far scomparire a breve questa necessità). Oppure potrebbe cercare nella disastrata Africa uno Stato failed dove compiere una esperienza esemplare; ma di quale attività, mentre bande incontrollate scorrazzano impunite?

Infatti le azioni sul campo (escludendo ovviamente quelle umanitarie che già altri fanno) sicuramente debbono difendere i diritti (umani e civili) e raggiungere almeno il livello dell’empowerment della popolazione (di più che la formazione alle soluzioni nonviolente). Allora, uscendo definitivamente dalla qualifica di “volontariato” e dalla crescita solo spontanea, che proporre di più, in modo da “pesare” sulla soluzione del conflitto armato?

Finora le ONG italiane non hanno programmato interventi al livello granché superiore a quello dei diritti umani. Né all’estero hanno una rete di gruppi stabili nei quali i 150 giovani da inviare dovrebbero inserire la loro attività di solo un anno. Inoltre esse debbono sottostare al M.AA.EE che esclude alcune “zone calde” nel mondo e al Ministero della Difesa che esclude le zone dove esso non interviene (come fu nella guerra in Jugoslavia).

Infine un sano realismo suggerisce che la grande diversità (di motivazioni, interessi, autorevolezza, capacità operativa, capacità amministrativa e gestionale) delle ONG (cattoliche e non, nonviolente e non, nonviolente pragmatiche e nonviolente di testimonianza, collaterali o autonome da partiti, affini ai militari o separate da essi) ha poche chances di raggiungere una immediata unità programmatica su un progetto “grosso” come quello che richiederebbe il finanziamento suddetto e che sia migliore di quelli delle coalizioni internazionali di ONG: le Peace Brigades International (dal 1981) e la Nonviolent Peaceforce (dal 2001).

Queste sanno bene che un incisivo intervento sul campo pone una serie di problemi: 1) il dilemma partigianeria o indipendenza dagli interventi armati (dell’Italia, NATO e delle (due o più) parti in conflitto)? 2) lo scontro degli obiettivi immediati e ultimi della pletora di attori di “pace” sul campo, con problemi di mutua comunicazione (anche per la imprecisione dei mandati degli attori istituzionali, poco disponibili verso le ONG); 3) i grandi dilemmi etici nello scegliere la strategia e la tattica, fino al problema di come elaborare il lutto (sul luogo e nel Paese d’origine) per eventuali caduti sul campo.

Le due suddette coalizioni potrebbero accettare il finanziamento tramite i loro rappresentanti italiani; ma questa soluzione ha lo svantaggio di dover scegliere due sole ONG italiane tra le tante che potrebbero essere coinvolte. Nella ipotesi più ottimistica, solo alcune ONG italiane, o autonome o legate a organizzazioni internazionali, riuscirebbero a esprimere un intervento all’altezza di tragiche situazioni belliche.

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