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Italiani, analfabeti divini

Alberto Melloni
Il Sole 24 Ore, 11 maggio 2014

Gli storici dell’educazione hanno spiegato da tempo perché il grande successo di alfabetizzazione
che per l’Italia segna una punta nell’età giolittiana non venga più celebrato, ma anzi colto nella sua
insufficienza all’indomani della liberazione. Finito il fascismo, la scuola che aveva costruito l’Italia
liberale finisce sotto la lente di osservazione di chi vi vede una discriminazione di classe nella quale
era prefigurata in nuce la stessa svolta autoritaria del Paese. Nella severità di quell’analisi si rafforza
l’idea che la costruzione di una democrazia sostanziale abbia bisogno di rimediare quel “reato”
(espressione di don Milani) perpetrato ai danni delle classi subalterne.

È lo Stato il protagonista dell’impegno fissato dalla Costituzione repubblicana: il soggetto di una
scuola comunque pubblica (ad populum) aperta al concorso di una scuola privata costruita «senza
oneri» per lo Stato. Quella clausola voleva impedire che le componenti ideologiche della società
italiana potessero privatizzare la formazione dei propri figli, costruire una scuola come replicante
dell’orientamento ideologico della famiglia con un danno che o per via politica o per via sociale
avrebbe pure riverberato a discapito del cattolicesimo romano – con la sola eccezione della scuola
ebraica, tutelata perché laddove una piccola minoranza ferita dalle politiche razziste e genocidarie
cercava la salvaguardia di una sua specificità contribuiva e non sottraeva coesione alla società.

Questa visione pubblicisitica passa anche dalla tv: nel 1960 Non è mai troppo tardi del «maestro
Alberto Manzi» forma la prima classe virtuale della storia europea non serve a riscattare l’ancor
vasta platea di analfabeti primari o di ritorno che hanno nei partiti di massa o a Barbiana le loro
antenne, ma a formare un giudizio comune su e contro l’analfabetismo come parte delle politics
fasciste, lotta che il centrosinistra trasformerà nelle policies politica della scuola “unificata”, volta a
sconfiggere l’analfabetismo profondo, come piaga endemica della società italiana.

Ciò che resta invece immutata è la convinzione che l’alfabetizzazione debba avere due poli culturali
precisi e pensati, che si impongono nel percorso secondario: il polo della letteratura e il polo della
storia. La quantità di storia e di letteratura insegnata agli scolari segna il divide di classe e nella
riforma Gentile è il filtro delle classi dirigenti. Si versa conoscenza là dove si percepisce che esiste
oggetto conoscibile ed atto intellettuale al quale si può essere “educati”: con una graduazione che ha
in Croce e Gentile la sua spiegazione. Davvero marginale, invece, è la percezione di altri
analfabetismi, e non di scarso peso, che percorrono la società italiana di allora. Ma che in larga
parte corrono lungo l’intero Novecento.

L’analfabetismo religioso italiano non è l’unico di cui ci si dovrebbe preoccupare, ma non è per questo di scarso peso.
Se lo si intende come l’accettata mancanza di strumenti di conoscenza di una esperienza di fede, i testi sacri che la fondano,
le sue pratiche culturali, le norme interne ed esterne, i dinamismi storici che la percorrono e la modificano – esso è parte
integrante della storia italiana. Infatti la mancanza di strumenti per capire il vocabolario del religioso e per analizzarne
i dinamismi non viene da un “dato” sociologico, ma dalla storia.

Si tratta di un analfabetismo che non si identifica grazie a paradigmi storiografici in voga e
non si esaurisce nel paradosso di una scuola che dedica la più celebre “ora” a un insegnamento che
dipende dall’autorità apostolica del vescovo, ma che si sforza di presentarsi come strumento di
cultura incardinato in una antropologia “cristiana”, come se il cristianesimo avesse una antropologia
atemporale. Una comprensione storica dell’analfabetismo religioso, tuttavia, non è operazione
semplice come la polemica sull’ora di religione o che ha a che fare, ma non si spiega semplicemente
come un capitolo dei rapporti Stato/chiesa. Nessuno vuol negare il peso della mentalità privilegiaria
né negare che l’approdo di nuovi alfabeti confessionali e religiosi nell’Italia repubblicana ha reso più
evidente il problema.

Ma questo primo “rapporto” postula che le ragioni dell’analfabetismo religioso siano di più lungo periodo
ed affondino le loro radici in una perdita di strumenti che risale nella sua stratificazione più profonda
all’epoca posttridentína e più plasticamente è rappresentata dalla soppressione dei primi decenni dello Stato
unitario. Il paesaggio culturale oggi è quello di un Paese dove è rilevabile statisticamente l’ignoranza
totale della Bibbia, la produzione di idee fantasiose sulla struttura dottrinale o cultuale della fede
nella quale si era nati, la superficialità con la quale si leggono le fedi estranee al proprio immaginario infantile.

Con buona pace del ritornello sul Paese “cattolico” e senza sminuire la portata di quei sette milioni
di fedeli che entrano in una chiesa parrocchiale o in un santuario la domenica, l’analfabetismo
religioso di cui soffre l’Italia è vasto e merita di essere posto sotto osservazione, come fa questo
rapporto, inizio di una collaborazione fra il ministero dell’Istruzione dell’università e della ricerca, la
fondazione per le scienze religiose, la vasta rete di collaborazioni che questa infrastruttura del
sapere coltiva da sempre.

L’analfabetismo religioso, infatti, grava su una società che è pluralista de facto e che però non ha gli
strumenti critici per trarne le conseguenze nello spazio pubblico su tre livelli: il primo è quello della
scuola, dove non si esce da una contrapposizione sterile; il secondo è quello della produzione
legislativa sulla libertà religiosa; il terzo è quello della ricerca: una indagine comparativa della
stessa definizione epistemologica di questi saperi potrebbe già indicare con quanta difficoltà si
muovono discipline scientifiche che, ogni volta che possono, si sottraggono alla collaborazione e
alla possibilità di essere considerate come un insieme. L’analfabetismo (del) religioso è una piaga
non meno grave di quella costituita dall’analfabetismo tout court: i dati internazionali oggi a
disposizione spiegano che il problema è quanto mai vasto e diffuso sia in Europa, sia fuori. Il
contesto italiano ha delle specificità che vanno conosciute e pensate, per poter fornire all’Unione di
cui è parte e al Mare di cui è sponda non soluzioni passpartout che non ci sono, ma un esemplare
sforzo di intelligenza.

Brano tratto dal volume L’analfabetismo religioso in Italia. Actio finium regundorum, in Rapporto
sull’analfabetismo religioso in Italia, a cura di Alberto Melloni, il Mulino, Bologna, 2014, pp. 527.

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