Home Europa e Mondo La disumanità di Obama e l’improvvisa guerra all’Isis

La disumanità di Obama e l’improvvisa guerra all’Isis

Nazanín Armanian
Blogs.publico.es Traduzione di Flavia Vendittelli

Barak Obama non ha saputo resistere alla tentazione (o alle pressioni dei suoi avversari) ed è diventato il quarto presidente degli USA a bombardare l’Iraq, utilizzando gli stessi pretesti “benevoli” per lo stesso obiettivo principale: mantenere il controllo degli USA sull’idrocarburo iracheno. Lo rivela la cronologia degli avvenimenti, da quando lo scorso dicembre uomini dell’esercito dell’Isis (Islamic State of Iraq and al-Sham) – armati da Occidente, Turchia e Arabia Saudita -, sono entrati in Iraq seminando panico e morte tra la popolazione. Già ci sono alcune risposte alla domanda sul “perché Obama non ha combattuto contro Al Qaeda in Iraq” fino a poco prima di metà agosto.

Vediamo come l’inerzia degli USA, come pure l’attuale aggressione militare, sono interessate e ben calcolate:
– Il giorno di Natale del 2013, gli jaidisti attaccano la chiesa Vergine Maria di Bagdad e uccidono 35 cristiani. Washington non fa nulla.
– A gennaio 2014, assaltano Falluja e Ramadi, uccidendo centinaia di persone. Obama tampoco interviene.
– Tra il 10 e 29 giugno prendono il controllo di varie zone delle provincie di Kirkuk, Saladin, Tikrit, Al Adhim, Tal Afar e di Mosul, e nonostante i loro crimini obblighino i circa 8.000 cristiani di questa ultima città a fuggire, gli occidentali non li soccorrono, mentre il nuovo spauracchio del Pentagono, tale Abu Bakr al Bagdadi, proclama un califfato nei territori conquistati in Iraq e Siria.
– Il 13 giugno, Obama dice che aiuterebbe a contenere gli jiadisti a condizione che Nuri al Maliki abbandoni la sua politica settaria.
– Nei giorni 2 e 3 agosto l’Isis occupa le città curde di Sinjar e Zumar, spingendo alla fuga centinaia di yazidi, gli adoratori dell’angelo demonio, fedeli dell’affascinante credo izadi.
– Il giorno 7 prende la città cristiana di Qaraqosh, e ora sì, Obama dichiara la sua disponibilità a mandare i suoi droni per “proteggere” i civili catturati e i suoi connazionali.
– L’8 agosto, proprio quando le azioni delle aziende petrolifere occidentali cominciano a scendere per il secondo giorno consecutivo, per via delle minacce degli islamici e l’evacuazione di una parte del personale delle compagnie Afren, Genel Energy e Chevron, le bombe tornano a cadere dal cielo dell’Iraq, a quanto sembra per neutralizzare EI, uccidendo centinaia di civili. Gli eterni danni collaterali degli infami interessi.

Il casus belli degli Stati Uniti era falso Il governo degli Stati Uniti ha annunciato che avrebbe “soccorso” i 40mila yazidi rifugiati sulla montagna Sinjar. La farsa viene fuori quando giorni dopo afferma che ci sono «molti meno rifugiati sulla montagna Sinjar ed è molto meno probabile la missione di soccorso». In realtà, sono solo poche migliaia di yazidi quelli che si sono nascosti all’interno di questa montagna abitata da altri gruppi umani da secoli.

Ovviamente lo sapevano, ed in caso lo disconoscano, perché Obama afferma che l’aggressione militare durerà dei mesi? Senza dubbio, stanno esagerando la forza dell’Isis (nel caso in cui non si conformi agli ordini del Pentagono e operi liberamente) come quando una quarantina di Paesi comandati dagli Usa mentirono per attaccare l’Afganistan e contenere i talebani che non avevano neanche uno straccio di aereo. Non vi è inoltre alcuna spiegazione “umanitaria” del perché gli uomini pii di USA e Unione Europea non muovano neanche un dito per aiutare i palestinesi, i libici imprigionati tra il fuoco incrociato di gruppi che hanno armato per distruggere lo Stato libico o migliaia di persone che stanno morendo di fame in Sudan del Sud, nonostante abbiano rotto il paese in due per “salvare” la popolazione cristiana.

Non c’è modo di verificare se realmente l’Isis ha rubato i 420 milioni di dollari delle banche di Mosul, né che controllasse sette campi petroliferi e due raffinerie nel nord dell’Iraq, come afferma la stampa occidentale, giustificando così la portata della nuova missione bellica.

Un altro mistero: perché degli islamici così potenti non hanno fatto nulla durante il massacro degli abitanti di Gaza, per esempio? Perché non aprire un fronte contro Israele per indebolirlo o lanciare un’azione vendicativa contro i suoi interessi in qualsiasi parte del mondo, come si è soliti attribuire?

La macabra strategia di Obama La scommessa personale del presidente Usa per mantenere l’unità dell’Iraq ed evitare la sua disintegrazione non è mai piaciuta né a Israele né ai repubblicani che preferiscono smembrare gli stati forti e/o grandi e creare piccole colonie controllabili: Jugoslavia e Sudan sono il risultato e Siria e Iraq seguiranno la stessa sorte.

Nel formare il suo governo, Obama ha assegnato al vicepresidente Joe Biden il compito di mettere ordine in Iraq. Biden, che essendo senatore aveva promosso una confederazione di etnie e religioni nel paese invaso, in seguito ha ritirato la sua proposta che oggi è sostenuta persino da settori del Partito Democratico. L’ultimo tentativo di Obama di evitare la fine ufficiale dello Stato iracheno (perché non vuole che il suo paese venga accusato di smembrare i paesi del Sud) è stata chiedere al primo ministro Nuri Al Maliki di formare un governo che includesse le minoranze etniche e religiose. Obama è incapace di capire che chiedere tolleranza a una teocrazia, che per sua natura è reazionaria, settaria, ingiusta e corrotta, peraltro in un paese di lunga tradizione laica, è come chiedere la luna.

Così ha elaborato un’altra strategia: lasciare che l’Isis mettesse a ferro e fuoco il nord del paese, uccidesse centinaia di innocenti, arrivasse a pochi km da Bagdad per poi, tra altri obiettivi, continuare a manipolare la politica in Bagdad.

Perché Erbil? Il presidente statunitense lo ha fatto chiaramente capire: ha ordinato gli attacchi aerei per impedire l’avanzata del EI in Erbil, la capitale del GRK. La città con 8.000 anni di storia, protetta dalla dea sumera Ishtar (Esther e Estrella in castigliano, Setaré in persiano), che è entrata a far parte dell’Imperio Persiano, ed è stata conquistata da Alessandro Magno, oggi vive un’autentica febbre dell’Oro. Oro Nero che macchia l’attuale decisione di Obama, che persegue i seguenti obiettivi:

– Proteggere lo status quo del Kurdistan iracheno e la sua ampia autonomia. Dato il caos che regna nel resto del paese, consolidando il suo potere in questa regione, la potrà convertire in un trampolino per portare avanti il suo piano del Nuovo Medio Oriente.
– Garantire il dominio delle sue aziende petrolifere sul crudo curdo -il 0,5% dell’offerta mondiale-, nonché sull’89% delle riserve di gas naturale dello Stato che si trova sotto il controllo del GRK, dove operano ExxonMobil e Chevron. Gli Usa considerano questo petrolio di loro proprietà, dato che non era sfruttato prima dell’invasione del 2003.
– Impedire interruzioni nella produzione e nella fornitura di petrolio, che limitano la ripresa economica dell’Occidente.
– Arrestare la salita del prezzo di petrolio e il panico sui mercati. Secondo i leader curdi, nelle vicinanze di Erbil si trova la nona riserva mondiale di petrolio. Inoltre, il gas di Erbil potrebbe sostituire quello russo per gli europei.
-Fare in modo che Israele non sia più il bersaglio delle proteste a livello mondiale per i suoi crimini di guerra a Gaza, con la cortina di fumo creata in Iraq.
-Neutralizzare le critiche sulla sua politica estera e non solo quelle provenienti dal Tea party: Hillary Clinton lo ha accusato pubblicamente di essere “estremamente prudente”. Dato che non ha osato “dare uno schiaffo militare” alla Russia per Crimea e Ucraina, si sfoga con gli iracheni.
-Forzare cambiamenti politici a Bagdad: ha eliminato dalla scena, e senza rispettare i canali legali, l’uomo dell’Iran Nuri al Malikicon che ha prolungato illecitamente la permanenza delle sue truppe in Iraq. Lo scoppio di una bomba vicino alla sua casa e i ricordi della terribile morte di Saddam o Gheddafi sono stati sufficienti a fargli lasciare la sua poltrona a Haidar al Abadi, il nuovo amministratore della colonia. Così, Obama debilita l’Iran dalle sue “profondità strategiche” di Iraq e Siria. Forse Washington non si aspettava un appoggio quasi entusiasta di Teheran al suo nuovo uomo nella capitale irachena.
-Dare una lezione agli jiadisti, la leva del Pentagono nella regione, come fece Bush con i suoi ex soci Al Qaeda, Muyahedines e Talebani afgani: che facciano ciò che viene loro ordinato e la smettano di agire per conto proprio su tutto quando si tratta di pozzi di petrolio.
Questi punti si aggiungono alle 23 osservazioni sulla nuova guerra liquida degli USA in Iraq. I curdi, principali beneficiari del nuovo intervento occidentale, riprendono il controllo di varie città, riceveranno molte armi, hanno tolto di mezzo Maliki, e vedono come Washington stia cambiando idea e può permettere la creazione di uno Stato curdo, fosse anche sotto il nome di “federare l’Iraq”, considerandola una opzione meno dannosa per i loro interessi.

La Francia difende la sua parte di bottino Un altro Paese che, mentre da un lato impedisce l’arrivo di aiuti umanitari -non di armi- della Russia agli ucraini assediati, e dall’altro invia armi ai curdi perseguitati dagli islamici, è la Francia, che non perde nessuna opportunità di rivivere sogni napoleonici nella sua epoca imperialista. I Peshmerga (termine persiano-indoeuropeo composto da Pish “davanti” e Marg “morte”, legata a “morgue” in castigliano), saranno la carne da cannone degli interessi della compagnia Total, che si vendica di Bagdad per non concederle altro che una piccola partecipazione allo sfruttamento del giacimento di Halfaya del sud. La compagnia petrolifera francese negozia con Exxon Mobil perché le ceda la sua licenza dei campi di Pulkhana e Taza, disputati dal governo centrale e dal GRK. Makili aveva minacciato la Exxon che se lo faceva rischiava di perdere il contratto del campo meridionale di West Qurna-1. Dopo la visita della delegazione del GRK a Parigi, nel dicembre scorso, la Total aspira ad essere la principale compagnia petrolifera del Kurdistan iracheno.

Questo è l’Iraq democratico, lo stesso modello esportato in Libia e quello che vogliono per la Siria e persino per la Federazione Russa per le sue immense risorse naturali. In tutto questo, ci si chiede: dov’è l’Onu?

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