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Gli angusti orizzonti sinodali

Piero Stefani
dal suo blog “Il pensiero della settimana”

Il Sinodo dei vescovi ha conquistato, fatto senza precedenti, le prime pagine dei giornali. È stato colto come un passaggio cruciale di questo pontificato. La costatazione sembra esatta e giustifica di per sé l’attenzione ad esso riservata (…). Quanto è stato avvertito è che il Sinodo si è rivelato un luogo di tensioni, avendo messo in pratica la sollecitazione papale di discutere apertamente. Il paradosso è che un’ala tutt’altro che marginale, si è servita della sinodalità auspicata da Francesco per opporsi alla sua linea. Il papa fa della misericordia la chiave di volta della sua pastorale, tuttavia l’operazione non è condotta fino al punto da modificare la dottrina. In lui c’è però una certa spinta a ridefinirne le applicazioni. Ciò è bastato a inquietare non pochi vescovi.

Nel corso del Sinodo il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, card. Müller, ha assunto pubblicamente l’inedita funzione di insegnare al papa che la dottrina non si cambia. Così facendo ha mutato dottrina e prassi assumendo la posizione di maestro nei confronti del vertice del Magistero. Meno contraddittorio, ma non per questo privo di lati paradossali, è stato l’imprevisto discorso tenuto da Francesco alla fine del Sinodo. In esso, pur elogiando la sinodalità, il papa ha ribadito con grande vigore tutta la sua personale autorità petrina, non solo cum Petro ma anche sub Petro. È lontano il tempo del suo primo, indimenticabile discorso quando si presentò solo come vescovo di Roma.

Se volessimo fare un paragone con la storia profana si sarebbe tentati di rievocare l’epoca del dispotismo illuminato. In quel tempo alcuni sovrani, quando cercarono di attuare riforme dall’alto, trovarono una forte opposizione in larghe componenti feudali le quali si appellavano alla tradizione per giustificare il loro dissenso. Tuttavia, come ogni paragone, anche questo zoppica, non tanto perché manchi la volontà di compiere le riforme dall’alto, quanto per il fatto che l’oggetto delle riforme sta proprio nell’aumentare e non nel diminuire lo spazio e il peso riservato alla feudalità (i vescovi). Nel razionale secolo dei lumi le contraddizioni erano minori: protestava chi vedeva diminuito il proprio ruolo. Rispetto al Settecento, in questi stati generali della Chiesa cattolica manca completamente il terzo stato. Ci può essere un implicito appello del sovrano al popolo (…), tuttavia quest’ultimo non gode di alcuna rappresentanza. Un ulteriore paradosso è che l’oggetto del Sinodo, la famiglia, riguarda solo ed esclusivamente il terzo stato. I vescovi discutono per due anni sulla famiglia, tuttavia i laici, gli unici regolarmente sposati, sono oggetto e non soggetto del dibattito. (…).

A partire dal Vaticano II la Chiesa cattolica ha fatto proprio il cammino ecumenico, nei decenni successivi si è impegnata sempre più nel dialogo interreligioso; questo percorso di cinquant’anni non ha arricchito però la comprensione teologica di se stessi.

L’oggetto su cui dibatte il Sinodo è quasi esclusivamente cattolico: basta pensare al tema dell’indissolubilità canonica del matrimonio e del mancato accesso dei divorziati risposati all’eucaristia. Il fatto che questo sembri il massimo problema indica la modesta percezione della realtà della famiglia da parte di coloro che famiglia non hanno. In ogni caso a partire da questo punto pastorale, non sembra esserci nessun estremo per imbastire un discorso teologico di vasto respiro: la trasgressione avviene solo in base a una regola ecclesiastica che non può assurgere a norma di fede. Né questi temi sono in grado di diventare un autentico banco di prova della misericordia di Dio.

Il salto qualitativo della discussione sinodale potrebbe avvenire solo se quest’ultima fosse situata in un ambito capace di far tesoro del cammino ecumenico e del dialogo interreligioso. Ciò non significa sostenere che la Chiesa cattolica debba rinunciare al suo specifico; anzi, è vero il contrario. È proprio collocato in quel contesto che risulterebbe evidente il fatto che l’unico discorso teologico in grado di affrontare i temi della famiglia sarebbe quello capace di intrecciarlo con una riflessione dedicata anche al celibato. L’argomento spiccherebbe il volo se si confrontasse con le diverse e complementari vocazioni presenti all’interno della Chiesa cattolica. Del resto la prospettiva del duplice discorso su matrimonio e celibato è già chiaramente attestata dal Nuovo Testamento (cfr. Mt 19,3-11; 1 Cor 7,1-28). Invece si procede per comparti. In luogo dei carismi che formano la molteplice unità del corpo (cfr. 1 Cor 12) ci si rivolge a una linea che risente (…) di una impostazione “feudale” di tipo settoriale. Il fatto che ci si accapigli su elementi secondari – sia pure presi a pretesto per problemi legati all’equilibrio del potere ecclesiale – indica quanto la Chiesa cattolica sia tuttora impreparata ad affrontare le grandi sfide della società contemporanea. Soltanto riattingendo alle fonti e confrontandole tanto con la storia quanto con il presente si potranno trovare piste capaci di elevare il discorso al livello richiesto dai tempi.

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