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La morte a scuola di M.Boscaino

Marina Boscaino
Adista Segni Nuovi n° 21 del 06/06/2015

A Beslan, 10 anni fa, morì definitivamente la speranza: quella che odio e sete di potere – ragioni di troppi “grandi” – risparmiassero la scuola, luogo dei bambini, spazio dei piccoli. Furono massacrati senza pietà, in modo sommario e cieco, futuro, vita, fiducia, speranza.

16 dicembre 2014, Peshawar. Anche il Pakistan è sfregiato dalla violenza. Il macabro copione si è ripetuto. Stavolta, però, la notizia è stata data che quasi tutto si era compiuto. Il tempo della riflessione è stato ridotto o non c’è stato affatto: 141 vittime, di cui 130 studenti dai 10 ai 20 anni.L’ultimo a essere entrato nel nostro orizzonte è un luogo di cui certo quasi nessuno aveva mai sentito parlare: Garissa, Kenya. Ad aprile, un’altra strage di innocenti. 150 cadaveri (quasi tutti universitari) ammassati in laghi di sangue, ritratti da obiettivi impudichi, con calzoncini e magliette che diventano il segno dell’insensatezza che avvolge il mondo.

Cristiani, musulmani, ortodossi: poco importa. Dobbiamo reagire al rischio che anche la truce pratica di attaccare le scuole – luoghi di crescita, futuro, innocenza – entri nel novero dei fatti che riteniamo plausibili. Atroci, ma possibili, con un’incidenza sempre più probabile. Assuefazione all’orrore. Dobbiamo guardarci anche dalla superbia di chi pensa che non si tratta di roba propria: “Capita agli altri”. Non dobbiamo arrenderci alla malcelata presunzione che il colore di quelle pelli, quelle latitudini, quegli abiti, siano subalterni alla nostra cultura, voltando pagina ed archiviando per sempre quel caso remoto ed altro da noi. Dobbiamo invece guardare con coraggio alla comunità mondiale; al valore dell’esistenza umana, sempre e comunque. All’avvertimento e alla minaccia che costituisce la profanazione dei luoghi dell’apprendimento, pur se lontani da noi. Cambia la prospettiva.Ad un anno dal rapimento, abbiamo smesso di interrogarci sul destino di 230 ragazze nigeriane tra 15 e 18 anni, inghiottite nel nulla. A 8 mesi dal rapimento dei 43 studenti messicani, rischiamo di introiettare l’idea che questa formula del terrore costituisca una delle variabili della vita (quella degli altri).

Le urla terrorizzate di bambini e ragazzi che cercano identità e collocazione nel mondo attraverso scuola e cultura – e proprio lì trovano, invece, una morte atroce – non vanno archiviate come pagina tragica di storie lontane. Devono indicarci intransigentemente la direzione verso cui non vogliamo e non dobbiamo andare. Nelle contrapposizioni di ideologie, religioni e poteri, gli studenti chini sui libri – o anche che scherzano, si piacciono, socializzano, litigano – rappresentano il nemico nella sua essenza più pericolosa, il virus da estirpare, da scovare sotto i banchi, perché non possa riprodurre e riprodursi.

Scrive Adriano Zamperini, docente di Psicologia della violenza a Padova: «Non c’è un nome scritto sulla fronte di ognuna delle vittime, sono bersagli identificati come entità sociale, senza un’anima personale, da abbattere con furia selvaggia, per la potenzialità che incarnano: sono e potranno essere teste e cuori pensanti, si trovano nel luogo in cui la mente si allena a comprendere il nonsenso di tutte le guerre e il loro inutile perpetuarsi. Se questo dovesse accadere, se dai banchi della scuola uscissero eserciti disarmati di nuovi abitanti della terra a portare fratellanza e concordia, sarebbe la novità intollerabile da combattere, costi lo sterminio sul nascere di ogni vita».

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