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Oltre le religioni? di F.Barbero

Franco Barbero
CdB via Città di Gap – Pinerolo

Chi si fermasse al titolo sloganistico “Oltre le religioni” del libro di J. Spong, M. Vigil, R. Lenaers e J. M. Vigil (Gabrielli editore, 2016), potrebbe pensare che queste pagine descrivano il funerale delle religioni. Chi, come me, conosce l’intera produzione di questi Autori, e la apprezza da parecchi anni, legge con grande gioia, piacere e speranza queste pagine che, se invitano alla decostruzione del linguaggio arcaico, lo fanno con la speranza e l’audacia di chi spera nella “costruzione possibile” di un cristianesimo riconciliato con le più feconde acquisizioni e sfide della modernità.

Il merito di questi capitoli consiste anche nella urgenza con cui segnalano il bisogno di una svolta e, purtroppo, anche le paure e le sonnolenze delle nostre chiese, cattoliche e protestanti. Nel mio libro “Una fede da reinventare”, che nel 1975 (scritto nel 1972-73) un grande Editore come Claudiana accettò di pubblicarmi, prendevo di petto la cosiddetta politica dell’aggiornamento, dei ritocchi cosmetici dell’istituzione cattolica senza mutazione del paradigma.

Oggi, anzi da parecchi anni, questi Autori-Autrici cercano di fare l’inventario del baule da abbandonare e tentano di far vedere che, in questa prospettiva, diventa possibile una conversione del cristianesimo e delle altre religioni, senza che si perda nulla dell’essenziale: dico assolutamente nulla.

Portati alla discarica storica una ventina di dogmi cristologici, mariologici, le dottrine del peccato originale e della blasfema teologia dell’espiazione, il sacerdozio sacrale, la transustanziazione, la discriminazione uomo-donna, il mito della famiglia tradizionale, le dottrine oppressive sugli omosessuali… il cristianesimo scopre il Dio dell’amore, il fondamento dell’essere, la sorgente propulsiva ed accompagnante del farsi della natura e della storia.

Un lettore attento si accorge, a libro finito, che tutte – proprio tutte queste ricerche – erano ben note e ben più elaborate in molte delle nostre comunità e dai maestri degli anni conciliari. Questi per me sono passaggi interamente compiuti dal 1963 al 1985 e “il nuovo paradigma archeologico biblico” crebbe progressivamente proprio in quegli anni.

Nessuno di noi 40 anni fa pensava che il testo biblico ci fornisse la biografia di Abramo o di Mosè, come nessuno di noi credeva alle due nature di Gesù o alla verginità fisica di Maria. Ma il libro, tra alcune contraddizioni e ripetizioni comprensibili, offre un quadro, un orizzonte positivo e costituisce un utile strumento da leggere in una comunità, un testo da regalare al parroco e agli amici.

Attenzione: il meglio è opera di Ferdinando Sudati. A lui, soprattutto, va un sincero ringraziamento per la efficace opera redazionale.

In ogni caso, si tratta di un libro da leggere. Scritto in modo semplice ed anche affascinante. Pagine intere che forse avevate letto 40-30 anni fa su Schillebeeckx, Kung, Salas, Molari, Barbaglio, Ortensio da Spinetoli e persino nei miei libri. Ma qui è prezioso il “quadro complessivo” come l’intero discorso sulla storicità dei paradigmi, sull’ipotesi di una nuova epoca assiale.

Il libro costituisce anche un farmaco assai salutare per chi ha paura di ogni cambiamento e si aggrappa al passato ignorando che Dio e la storia sono movimento. Questo quadro complessivo davvero ci voleva.

Gli Autori condividono un orizzonte che ritengo molto costruttivo. Senza voler sminuire il valore evangelico del percorso dei cristiani che usano il paradigma catechistico tradizionale, per le nuove generazioni le osservazioni critiche qui enumerate possono essere capaci di stimolare ad una fede più liberante e gioiosa, più ecologica e ancor più solidale. Qui si gioca la partita.

Questo paradigma può diventare più aderente alle istanze positive del nostro tempo e può rendere il cristianesimo amico delle persone che amano la vita libera e responsabile. In ogni caso non posso tacere un rammarico: nelle chiese locali questo libro è stato quasi completamente ignorato. Ne ho regalate alcune copie in giro con personale “sacrificio economico”, ma non ho ricevuto riscontro alcuno. Per fortuna la Cittadella in estate diede vita ad un incontro su “La conversione delle religioni”. Di esso non ho informazioni precise.

Come sempre il teologo Carlo Molari ha dedicato al libro due contributi comparsi su “Rocca” (n.2 e n.3 del 2017). Queste riflessioni sono state utili anche alla nostra comunità perché al libro abbiamo dedicato cinque incontri per una lettura nei gruppi biblici settimanali. In particolare, per valorizzare la lettura, abbiamo rimesso mano e fatto riferimento anche ai testi che, dal 1963 fino ad oggi, hanno avviato ed approfondito le ipotesi e le ricerche che ora troviamo nelle pagine di “Oltre le religioni”. E‟ stato un lavoro prezioso con una lettura coinvolgente perché in quegli anni fummo in grado di compiere un umile, ma coraggioso cammino comunitario. In molte pagine del libro ci siamo ritrovati/e.

Durante il lavoro dei due gruppi biblici, si è molto valorizzato il fatto che il libro rappresenta uno “scossone” salutare per guardare avanti al “mondo nuovo” in cui stiamo vivendo cercando di lavorare anche per una “chiesa altra” che a noi continua ad interessare. Ma qui voglio riportare alcune osservazioni critiche di Carlo Molari e altre emerse nei nostri gruppi. Ovviamente chi legge potrà riferirsi ai testi integrali di Molari e farsi un‟idea sua.

«Se per religione intendiamo il complesso dei simboli attraverso i quali una fede si esprime e si struttura, è chiaro che non potrà esistere una vita di fede non religiosa. In realtà il libro non intende negare la necessità di una struttura simbolica della fede cristiana bensì del suo necessario cambiamento. Per cui la formula Oltre le religioni non è da intendersi nel senso assoluto bensì in rapporto alle loro attuali modalità di espressione.» (Rocca 3/2017)

«Il secondo punto ambiguo riguarda il rapporto tra fede e religione. Alla domanda: il cristianesimo è essenzialmente una religione? Padre Lenaers risponde “No, non lo è! E‟ solo nel corso del tempo che è diventato una religione (Oltre le religioni, 135). In realtà tutti i primi discepoli di Gesù erano ebrei, frequentavano il Tempio, praticavano una religione. Non è mai esistita una fede cristiana non religiosa!» (Rocca 2/2017)

«Alla fine Lenaers assicura il credente: “noi possiamo ancora pregare „Dio‟, consapevoli che questo nome non esprime più il Theos premoderno, ma un mistero d‟Amore, un Qualcosa di meraviglioso che si rivela in ogni cosa e in noi e la cui immagine più splendente è il modello d‟amore di Gesù di Nazareth” (Oltre le religioni, p. 137). Riconosce che “il prezzo da pagare è alto” perché “cambiare strada e prendere le distanze dalle apparentemente forti e fondate certezze che avevamo… è molto difficile” (Oltre le religioni, p. 137). Molte intuizioni di Lenaers sono giuste e feconde, ma la cristologia che egli attribuisce ai teologi attuali non è esatta e la prospettiva di una fede non religiosa che egli presenta è illusoria: anche la nuova necessaria forma di vita cristiana e religiosa, si esprime cioè con strutture simboliche.» (Rocca 3/2017)

«Riguardo invece al nuovo Testamento le acquisizioni archeologiche sono conferma della storicità di molti eventi narrati. La ricostruzione che José Maria Vigil compie del mistero cristiano però non corrisponde agli attuali livelli della fede matura cristiana. Le espressioni con cui riassume l‟attuale fede cristiana “Gesù è nato nel seno dell‟ebraismo, ma è Dio stesso in persona che, nella pienezza dei tempi, si è incarnato tra questo popolo eletto, per portare a pienezza la rivelazione realizzata da Dio nella prima Alleanza con il suo popolo” (p. 125) non traducono con esattezza la dottrina tradizionale, ma la deformano in modo da accentuare l‟aspetto innovativo. Gesù secondo il Nuovo Testamento in realtà è nato dal tronco di Jesse e ha camminato nella fede ebraica». (Rocca 2/2017)

Non posso condividere che Gesù e il Nuovo Testamento portino a pienezza la rivelazione realizzata da Dio nella Prima Alleanza con il suo popolo. Questo linguaggio anche per me non è condivisibile sia per l‟ambiguo uso del concetto di incarnazione, sia perché l‟ebraismo non ha bisogno della “pienezza cristiana”, ma è una realtà che è in pieno cammino, come noi cristiani, “senza la pienezza”. Gesù, neanche lui, non ha rivelato la pienezza di Dio e del Suo amore. Gesù è un ebreo che non ha mai pensato di superare l‟ebraismo, ma di aiutarlo ad “andare oltre”, più in profondità e in apertura. E poi il mistero di Dio non si conosce mai, assolutamente mai, in pienezza. Quandoque dormitat et bonus Homerus. La tesi è che Gesù sia la più perfetta autoespressione di Dio (Claudia Fanti, p. 22), che “abbia mediato Dio in un modo poderoso e unico nella storia dell‟umanità e in me” (Spong), che sia “la suprema autorivelazione del mistero che chiamiamo Dio” (p. 31), “la fonte della nostra salvezza” (p. 138), “il nostro Alfa e Omega” (p. 138) e “il nostro salvatore” (p. 142). Non potrei mai pensare che Gesù sia la fonte della salvezza e “il salvatore”. Cinquant‟anni fa imparai da Schillebeeckx e Dupuis che Gesù non salva nessuno, ma ci testimonia in modo affidabile la salvezza che viene solo da Dio. Solo Dio è il salvatore. Queste espressioni sono per me irricevibili. Gesù è “Dio-centrato”.

Le altre osservazioni critiche di Molari mi sembrano meno pertinenti e convincenti, ma mi permetto di segnalare il fatto che qua e là trovo alcune semplificazioni. Rispetto all‟esperienza della preghiera le pagine 115 e 145, mentre indicano alcune reali deviazioni, risultano poco propositive e poco aderenti ad un cammino comunitario. Nel confronto ci è parso che su questo terreno manchi l‟afflato salmodico e sia carente l‟aspetto positivo e creativo che il cammino comunitario di oggi già esprime. Molte comunità cristiane di base e altre esperienze vivono un intenso laboratorio in cui silenzio, adorazione, meditazione, supplica, invocazione si intrecciano in quella “mistica degli occhi aperti” di cui parlammo ben oltre cinquant‟anni fa. Insomma su alcuni terreni abbiamo constatato che la pars costruens è ancora fragile per chi cerca ogni giorno di compiere i piccoli passi possibili ed ha bisogno di costruire ponti verso il futuro.

Un particolare che ci ha un po‟ deluso è il fatto che Oltre le religioni enunci un plurale, ma poi non introduca i lettori e le lettrici ad una dimensione del pluralismo religioso e dell‟inter-religiosità che, nella nostra esperienza, è di fondamentale importanza. Ma chi, come me, ha letto le intere opere di questi autori, sa che un “riassunto” è sempre un riassunto con i suoi pregi e i suoi limiti.

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