C. Zamboni, Pensare in presenza. Conversazioni, luoghi, improvvisazioni, Liguori , Napoli 2009

Recensione di Angela Lamboglia – Genova

L’ultimo libro di Chiara Zamboni, Pensare in presenza. Conversazioni, luoghi, improvvisazioni, si interroga sulle forme e le qualità che caratterizzano il pensare oralmente insieme ad altri e su come questa pratica sia in grado di potenziare l’agire politico.

Il pensare con altre è stata e rimane una pratica fondamentale per le donne, condizione essenziale della rivoluzione femminista e del pensiero della differenza, ma anche in generale della capacità da parte della politica delle donne di introdurre una discontinuità rispetto al simbolico dominante, di mettere in discussione le rappresentazioni fornite dall’esterno, ricorrendo al partire da sé, affidandosi all’esperienza e al sentire propri e delle altre.

Al pensare in presenza la filosofa riconduce anche la capacità da parte della politica delle donne di diffondersi “per contagio e per contatto” (p. 166), attraverso relazioni e reti informali piuttosto che attraverso strutture istituzionali, grazie al piacere, al godimento del pensiero orale.

Ma la pratica del pensiero orale è in primo luogo legata ad un desiderio, ad un bisogno, spesso a una vera e propria urgenza: viviamo momenti in cui i nostri vissuti sembrano non trovare alcuna possibilità di esplicitazione nel linguaggio, le parole che conosciamo non sembrano in grado di restituirci il senso della nostra esperienza e, per quanto possiamo sforzarci di ricostruirla, l’essenziale rimane al di fuori della nostra narrazione. Altre volte alcune parole si impongono nella lingua comune eppure non riusciamo a dar loro credito, esse non corrispondono alla nostra esperienza, la loro reiterazione ci allarma.

Secondo Zamboni l’esigenza del pensiero ha origine da questa esperienza, dalla percezione di una mancata aderenza tra i nostri vissuti ed il linguaggio, uno scollamento che ci chiama “ad una capacità soggettiva nei confronti del pensiero ragionante” (p. 14) e ad entrare in uno scambio guidato dal desiderio di verità, consapevoli del fatto che spesso solo in rapporto all’altro, nel raccontare ad altri o in ciò che altri riescono a cogliere nell’esperienza, l’essenziale che rimaneva nascosto trova spazio.

Zamboni rintraccia in questa nostra ricerca il desiderio di ritrovare la verità, ma non come un’evidenza pienamente rivelata, momento di assoluta chiarezza, bensì come “punto di tangenza tra linguaggio ed essere” (p. 12), riconciliazione mai definitiva e mai completamente esprimibile e che pure riconosciamo come veritiera.

Nel discutere con altri noi tendiamo verso una verità che non ci appartiene in maniera distinta e a cui anzi spesso le nostre opinioni fanno ostacolo, impedendoci di rapportarci in maniera creativa alla realtà.

Secondo Zamboni ci affidiamo allo scambio con altri perché il pensiero orale per sua natura, in quanto attività intellettuale e allo stesso tempo di relazione, ci costringe ad uno spostamento: nel pensiero orale la presenza degli altri, le loro parole quanto i silenzi, il ruminare parole in silenzio, consentono di ampliare i confini della discussione, portando a consapevolezza pensieri altrimenti oscuri, mettendoci di fronte ad una dimensione di imprevisto, perché seguendo il corso spontaneo delle riflessioni è possibile a volte cogliere un senso che appaga il nostro desiderio di verità.

Secondo Zamboni esistono tuttavia alcune condizioni e forme specifiche in cui si dà uno scambio vitale. Se infatti il pensare in presenza ha la forma di un’improvvisazione, della quale non si può anticipare la direzione e la conclusione perché dipende dal contributo particolare che ciascuno con la propria presenza è in grado di dare al lavoro comune, d’altra parte essa è un’improvvisazione disciplinata, che ha tanto più successo quanto più si rispettano alcune condizioni.

Prima condizione è che circoli autorità: “è la circolazione di autorità che permette conflitti produttivi e modificatori anziché scontri di potere e contro potere” (p. 2). Questa circolazione di autorità è alla base dei lavori della comunità filosofica di Diotima da cui evidentemente Chiara Zamboni trae molta parte delle sue riflessioni. La scelta di riconoscere autorità alle parole delle donne presenti piuttosto che ai testi dei filosofi e delle filosofe significa autorizzare ciascuna a mettersi in gioco con la propria soggettività, con un’esperienza certamente personale e che tuttavia ha un rapporto essenziale con la realtà, in quanto “ciò che viviamo soggettivamente è l’accesso singolare e contingente dell’essere e all’essere”(p. 164).

Altra condizione essenziale è il mettere a tacere il bisogno di definire per lasciare spazio ad un’interrogazione aperta a percorsi imprevisti. Questo a volte assume la forma di un dimenticare ciò che riteniamo acquisito per aprirci ad un ascolto dell’altro davvero libero. Altre volte è lo stesso tema iniziale a dover superato, allargato, perché ciò che ci sta veramente a cuore trovi espressione, e il pensiero orale consente questa apertura perché si interloquisce con il pensiero degli altri, “però solo per quello che del suo discorso risuona in noi, e già questo disloca il filo del ragionamento”. (p. 26)

Zamboni paragona la natura dell’improvvisazione di pensiero a quella realizzata dai musicisti, in particolare nel jazz: i jazzisti dispongono delle note e delle tecniche come competenza iniziale e con queste giocano , avviandosi lungo strade di cui ancora non conoscono il corso, ma affidandosi ad un sentire che consente loro di riconoscere il momento in cui entrare come quello in cui mettersi da parte, il tema da sviluppare e quello ormai esaurito. Allo stesso modo noi pratichiamo il pensiero orale servendoci del linguaggio come strumento essenziale e con le parole componiamo interrogativi, racconti e riflessioni, senza conoscere in anticipo la conclusione verso cui tendiamo, ma affidandoci all’andamento della discussione, raccogliendo e meditando le parole altrui, intuendo corrispondenze e contraddizioni tra i reciproci vissuti.

In entrambi i casi si parte da un tema e, quando lo scambio riesce, “il processo comincia a snodarsi autonomamente…avviandosi per un percorso di cui non si vede l’andamento né il disegno complessivo” (p. 8).

Zamboni evidenzia soprattutto come il pensare con altri ci coinvolga non solo a livello intellettuale, ma anzi il pensiero orale è condizionato dalla presenza concreta, dalla materialità, dal sentimento, dall’atmosfera che respiriamo.

Anche i luoghi intervengono nel processo del pensiero, rendendolo più agevole o viceversa ostacolandone il corso, e a questo proposito è interessante la riflessione che Zamboni compie sul tema dello spazio. Rispetto ad una visione tradizionale dello spazio come contenitore di oggetti, Zamboni intende infatti lo spazio come ciò che si dà attraverso relazioni qualitative tra le cose e le persone, senza le quali non potrebbe essere. Da Leibniz Zamboni riprende la definizione dello spazio come “ordine delle coesistenze tra loro” (p. 141), per cui è la relazione ad istituire lo spazio, a disporre un luogo, a dare ad esso una qualità specifica.

Se pensiamo ad alcuni luoghi che ci sono familiari e che sono per noi importanti, si tratta spesso di luoghi che richiamano immediatamente alla mente relazioni significative, esperienze condivise, luoghi che hanno acquisito un posto speciale nell’immaginazione e nella memoria in virtù delle persone che abitualmente vi incontriamo, delle tracce che le loro parole hanno lasciato impresse dentro di noi. Sono luoghi di cui non riusciamo per lo più ad esprimere ad altri che non ne hanno fatto esperienza, ciò che per noi li caratterizza, perché il loro valore ha a che fare con il godimento dello stare con altri e con altre, con un’esperienza per certi versi intraducibile.

Qualcosa di simile accade quando si partecipa ad una discussione con altre e si tenta di far partecipi di quell’esperienza coloro che non erano presenti. Possiamo riportare le parole dette, riassumere i passaggi più significativi della discussione, ma non ciò che sfuggiva alle parole ed anche in generale alla dimensione del visibile. Si tratta di qualcosa che ha a che fare con l’atmosfera che si respirava, con i sentimenti che nascevano e con il ritmo della discussione, tra urgenza di dire e silenzi, tra la sensazione della rispondenza tra le parole dette da altri e i propri vissuti e lo stupore perché qualcosa che non si riusciva ad esprimere trovava voce.

In questo senso, come dice Zamboni, il parlare in presenza coinvolge non solo il nostro corpo concreto, ma il suo lato inconscio, invisibile. Nel pensare con altri noi ci mettiamo in gioco non tanto con le nostre opinioni consolidate, con quello che abbiamo potuto pensare o dire in precedenza, ma con quel che abbiamo tentato di elaborare a partire dai nostri vissuti, dalle parole che altri ci hanno detto e dalla presenza degli altri in quel momento che continuamente ci sottrae un punto di vista stabile chiamandoci a seguire uno sforzo di comprensione che non è più solo nostro, ma sta in mezzo, “in between” avrebbe detto Hannah Arendt.

Per Zamboni quindi affidiamo allo scambio con altre e altri il nostro desiderio di far luce su ciò che appare opaco, di dar voce a ciò che pare senza parole, perché anche se la verità resta per noi innominabile spesso le parole che mettiamo in comune, ricucendo la frattura tra essere e linguaggio, hanno degli effetti sull’agire.

Soprattutto però vi è un godimento “della presenza reciproca e del piacere del pensiero vivo mentre si va facendo” (p. 14). Questo godimento della presenza non è un semplice piacere intellettuale. Quello che Zamboni ha rintracciato, soprattutto approfondendo la riflessione di Françoise Dolto, è il riconoscimento del fatto che nello scambio in presenza entriamo in relazione agli altri attraverso il lato inconscio del nostro corpo, attraverso quel tessuto di ricordi, parole, materialità che fonda il legame con gli altri. A partire da qui, da questo patire del nostro corpo inconscio e non solo del corpo visibile, entriamo in relazione agli altri in uno scambio che è tanto più vivo quanto più si è disposti a stare al ritmo che il pensare in comune va prendendo. Senza fretta di trovare risposta, senza l’ostinazione a far quadrare possibili conclusioni con ciò che già ritenevamo vero, dando fiducia all’irripetibilità di quello scambio e all’imprevisto che ne può scaturire.

 

 

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