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Sergio Gomiti – Una Comunità tra Vangelo e Diritto Canonico. In un libro i 60 anni dell’Isolotto

Valerio Gigante
Adista Notizie, n° 1/2015

La vicenda dell’Isolotto (periferia sud-ovest di Firenze, sulla riva sinistra dell’Arno, dove sorge la parrocchia che determinò l’evento simbolo del ’68 cattolico) è un’esperienza originalissima e affascinante.

Quartiere inaugurato nel 1954 (e quindi quest’anno celebra i 60 anni di vita) per volontà di Mario Fabiani e Giorgio La Pira, doveva essere, nell’idea utopica del sindaco comunista e di quello pacifista, un modello di edilizia popolare, la prima “città satellite” nella storia d’Italia, un quartiere che, pur orbitando intorno alla metropoli, disponesse di servizi e strutture tali da renderla autonomo. Ci andarono ad abitare persone che avevano origini e storie molto diverse: venivano dalle campagne toscane, dal Mugello e dal Casentino, sfrattati e sfollati di altri quartieri di Firenze; e poi dall’Istria, dalla Dalmazia, dal sud Italia.

Era la stagione di una forte solidarietà di di un radicato senso di appartenenza comunitaria; un tempo in cui era possibile – correva l’anno 1958 – vedere gli operai della “Galileo” (importante fabbrica di strumenti scientifici) occupare, con il sostegno del sindaco La Pira e del card. Elia Della Costa, la fabbrica in seguito al licenziamento di circa mille lavoratori; e la parrocchia di S. Maria della Grazie guidata da don Enzo Mazzi ospitare in chiesa, col consenso del vescovo, un’assemblea popolare gestita dagli stessi operai, molti dei quali abitavano proprio in quel quartiere, mentre la parrocchia di Rifredi, nei pressi della quale si trovava la fabbrica occupata, celebrava una liturgia di solidarietà (cui prese parte p. Ernesto Balducci).

Nel panorama fiorentino di quel periodo, l’esperienza dell’Isolotto non appare isolata. Basta fare i nomi di Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, Giulio Facibeni, Luigi Rosadoni, Giuseppe Vannucci, Lorenzo Milani e Bruno Borghi. In quel crogiuolo di vicende umane e politiche, ecclesiali e civili, prese avvio l’esperienza della Comunità di Base per anni animata da Enzo Mazzi, che venne letteralmente “espulsa” dall’arcivescovo di Firenze, il card. Ermenegildo Florit, per aver “osato” appoggiare i giovani che nel settembre 1968 avevano occupato il duomo di Parma per protestare contro la connivenza tra Chiesa e finanza, gerarchia cattolica ed interessi politico-finanziari.

Ricordare oggi quell’esperienza non è un esercizio accademico o un lusso storiografico. È esercizio della memoria, nel senso più pieno e radicale che ne ha dato lo stesso Enzo Mazzi: la memoria, infatti, scriveva Mazzi, collega alle proprie radici familiari, culturali, sociali; fornisce punti di riferimento; aiuta a sentirsi “adeguati” alla realtà circostante, inseriti in un processo storico. Dà, insomma, un senso all’azione personale e sociale. La memoria collettiva, poi, è qualcosa di più. È anche un luogo di resistenza rispetto ai sistemi di dominio che tendono sempre a frantumare il vivere sociale, l’ultimo baluardo rimasto in piedi a contrastare la marcia trionfale del neoliberismo mercantile globale. Il quale, diceva Mazzi, ha istituito una strategia d’oblio, tesa a disgregare e annullare la memoria e funzionale alla creazione di un’umanità di meri produttori-consumatori senza identità.

Per questo è un atto sommamente politico e non retorico-celebrativo, o storico-memorialistico, la pubblicazione di un libro preziosissimo scritto da Sergio Gomiti, uno dei tre preti che assieme a Mazzi e a don Paolo Caciolli furono puniti con l’“esilio” ecclesiastico dal card. Florit assieme a tutta la comunità dell’Isolotto. Gomiti negli ultimi decenni ha curato con passione la raccolta di documenti, foto, testimonianze che ripercorrono puntualmente gli ormai 60 anni di vita del quartiere, della parrocchia, della comunità. Ne è nato il libro L’Isolotto, una comunità tra Vangelo e Diritto Canonico (Pozzo di Giacobbe, collana “Oi christianoi”, pp. 328, 26€: il libro può essere acquistato anche presso Adista, telefonando allo 06.6868692; scrivendo ad abbonamenti@adista.it o direttamente sul nostro sito, www.adista.it), che Gomiti scrive da protagonista e testimone, ma che è corredato da riferimenti alle fonti che lo rendono, assieme, un racconto appassionato e una ricostruzione dettagliata e rigorosa dei fatti; dove l’autore, quasi novantenne, nello stile che ha sempre contraddistinto la comunità dell’Isolotto, costruisce un’autobiografia collettiva ancor più che personale.

La vicenda dell’Isolotto diventa paradigmatica se solo confrontata con i recenti fatti di Tor Sapienza. Quello che avviene oggi è il risultato di scellerate politiche urbanistiche, dell’abbandono dei presidi democratici, della mancanza di una politica dell’accoglienza, della crisi e del disagio sociale che produce disoccupazione, devianza e microcriminalità. Il “cemento” delle comunità oggi non è la solidarietà e la lotta comune contro chi ti sottrae libertà, diritti, autonomia. Ma piuttosto la paura, l’invidia e il rancore; non contro chi si è arricchito, ha speculato, ha condannato alla marginalità migliaia di esseri umani, ma contro gli “ultimi”, gli “zingari”, gli immigrati, accusati di portare degrado, sporcizia, miseria e insicurezze. E di rubare lavoro.

Ma c’è stato un tempo ed un luogo, e c’è ancora (questo libro aiuta a ricordarlo), in cui le comunità, fatte di persone con esperienze, storie, origini diverse si saldavano assieme con il “cemento” della solidarietà. Andando sempre, con il coraggio della libertà e dell’autonomia riconquistata, incontro all’altro.

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Luca Menichetti: L’ Isolotto. Una comunità tra Vangelo e diritto canonico

Sono passati oltre quarant’anni dal processo a carico dei rappresentanti della comunità dell’Isolotto,
ma probabilmente il tempo trascorso non ha ancora permesso una valutazione serena
dell’esperienza pastorale di Don Mazzi e c’è da pensare che rimangano tuttora intatti molti dei
pregiudizi che hanno colpito la comunità nella controversia con la Curia di Firenze. Proprio per
questa ragione, in qualche modo per permettere che i pregiudizi lascino il passo ai giudizi, Sergio
Gomiti, uno dei preti protagonisti della vicenda, ha inteso proporci una cronistoria di quanto
accadde tra il 1957 e il 1999, in particolare attraverso i materiali presenti nell’archivio della
Comunità: documenti di pastorale, liturgia, catechesi, omelie, percorsi di vita, ciclostilati, lettere,
fotografie, bobine audiovisive, trascrizioni dalle assemblee, articoli di quotidiani e riviste; e molto
altro.

L’intento è evidente: mediante una sorta di “autobiografia comunitaria” raccontare una realtà
che, sempre a detta di Gomiti, per anni è stata volutamente fraintesa. È vero che l’esperimento
dell’Isolotto, che per Don Mazzi e i suoi voleva dire la possibilità di attuare i principi della Chiesa
postconciliare, si era accompagnato, ad esempio, al cosiddetto “manifesto dei quarantadue”, ma fu
presto evidente che certe iniziative sarebbero state pesantemente ostacolate dalla Curia di Florit.
Gomiti sostanzialmente ci vuol dire che la polemica scatenata contro i preti dell’Isolotto, con tutti i
pretesti processuali e di carattere politico che ne scaturirono, è stata funzionale ad impedire che
questa singolare esperienza collettiva potesse fare altri proseliti. A quel tempo le parole di Don
Mazzi potevano davvero essere interpretate come sovversive, soprattutto se rileggiamo una lettera
scritta dai sacerdoti dell’Isolotto: “Si è iniziato un dibattito sulla necessità che la teologia esca dal
campo dell’astrazione e dell’indottrinamento ed entri nel vivo dei problemi concreti della società e
della persona, offrendo il suo contributo non dall’alto, ma dal di dentro dell’esperienza umana”
(pp.53).

Erano anni di forte contrapposizione ideologica, di guerra fredda e certe iniziative che non
intendevano supportare le politiche di governo, potevano facilmente essere interpretate come frutto
malato del famigerato “cattocomunismo”. È anche vero, come più volte rilevato, che l’atteggiamento
comunitario della gestione parrocchiale e delle funzioni religiose poteva aver creato del disagio nei
fedeli “che erano stati abituati fin da piccoli ad una partecipazione della messa in silenzio” […]
“quasi fosse loro impedito di parlare con Dio e di pregarlo personalmente” (pp.39).
Un’interpretazione probabilmente equilibrata di quanto stava accadendo la diede mons. Baldassarri,
Arcivescovo di Ravenna, che pure non era ostile a Don Mazzi e ai suoi: “Per me, lei lo sa,
l’esperienza dell’Isolotto è valida; ha le sue frange non necessarie, un po’ anarcoidi ed ha
l’inevitabile strumentalizzazione esterna […] L’esperienza quindi dell’Isolotto deve rimanere integra
nella sua sostanza” (da una lettera 16.12.1968).

La lettura della documentazione presente nel libro di Gomiti effettivamente potrà far pensare a qualche ingenuità, a un eccesso di quell’assemblearismo inconcludente che ha caratterizzato gli anni settanta, ma niente di così
“eretico” che giustificasse l’ostilità di Florit; tanto che, fatto il danno, lo stesso cardinale fu poi
trasferito da Firenze a Venezia. Gomiti, in argomento, è molto esplicito: “All’Isolotto non si è trattato
di eresia ma solamente di un atteggiamento pastorale nella conduzione della parrocchia che il card.
Florit, che non fu certo un paladino del Concilio Vaticano II, non era in grado di condividere”
(pp.219). In altri termini, per usare le parole di Enzo Mazzi al processo del 1971: “Il contrasto non
era fra me e Florit, ma fra il popolo e la gerarchia” (pp.298). Un contrasto quindi che nasce da
lontano: in una Comunità che si voleva edificata su un fondamento di fraternità, accoglienza
reciproca, partecipazione di tutti per tutti, il riferimento a dogmi o a teoremi dottrinali era ridotto ai
minimi termini, si voleva superare lo steccato tra credenti e non credenti, si diceva che la nuova
famiglia dei sacerdoti sarebbe stata “la gente”; ed oltretutto Don Mazzi e i sacerdoti vicini alla
Comunità, pensando così di far venire meno una sorta di “do ut des”, fin da allora rifiutavano le
“tariffe” sia per la messa che per tutti gli altri sacramenti, con offerte raccolte solo la domenica.
Tutto questo in un quartiere periferico, che era stato costruito nel 1954 privo dei più elementari
servizi, di negozi, di scuole, di strade, e che accoglieva molti sfollati, toscani provenienti dalla
provincia (Casentino, Valdarno, Mugello), profughi istriani e cittadini del Sud Italia.

Un contesto nel quale evidentemente fu poi facile strumentalizzare le iniziative di Don Mazzi, per lo più
demonizzandole. Da qui le tensioni con una Curia conservatrice e probabilmente animata da spirito
preconciliare, le incursioni di provocatori politici (si veda la vicenda che vide protagonista il dott.
Alfonso Ughi), i momenti di tensione che sfociarono nel pretesto di una denuncia a carico di Don
Mazzi e dei suoi collaboratori.

Gran parte del libro di Gomiti – ripetiamolo – va interpretato come un’approfondita raccolta di
documenti originali presenti nell’Archivio della Comunità dell’Isolotto (riconosciuto nel 2004 “di
particolare interesse storico” dal Ministero per i beni e le Attività Culturali); e, difatti, molte pagine
sono dedicate al processo, iniziato il 3 maggio 1971, per “turpiloquio” e per “istigazione a delinquere
e turbativa di funzione religiosa” a carico di otto persone (tre persone della Comunità, due sacerdoti
fiorentini, un sacerdote di Milano, uno di Torino e uno di Verona solidali con la Comunità). Il
processo vide alla sbarra anche altri 410 imputati (“reato di turbamento di funzioni religiose del
culto cattolico”), poi tutti assolti, ma fu molto indicativo per come vide la luce (qui tornano
protagoniste le manovre della Curia e le iniziative del già citato dott. Ughi) e per come fu condotto.
Pensiamo, ad esempio, alle carte processuali in cui si legge del giudice istruttore presso il Tribunale
civile e penale di Firenze “contro Scemi Pierina e altri imputati”. Come disse il Prof. Mantovani del
collegio della difesa: “Che tutto il processo porti l’etichetta ‘Scemi ed altri’, sia dovuta ad un
cancelliere, sia dovuto a chissà chi, è un altro fatto traumatizzante, perché almeno la dignità doveva
essere rispettata. Almeno questo” (pp.307). Molte difatti sono le pagine che riportano gli
interrogatori, le parole pronunciate durante le udienze, in particolare le arringhe degli illustri
difensori (tra i tanti ricordiamo, oltre al già citato Mantovani, Alessandro Traversi, Pasquale Filastò e
Paolo Barile).

Altrettanto significative le parole di Lelio Basso, altro illustre avvocato del collegio di
difesa, ricordato anche in virtù della sua solida cultura nel campo teologico: “Il ruolo dell’autorità è
di preservare la coesione del gruppo, non di cercare a disperderlo, a frantumarlo. E prima del
Concilio, per motivi storici, l’autorità aveva preso nella Chiesa il ruolo centrale. Nella Costituzione
Lumen Gentium essa è chiaramente subordinata al gruppo” (pp.314). Parole che riecheggiano
quanto detto dal gesuita padre Luis Alonso Schoekel, professore al Pontificio Istituto Biblico, nel
1967 durante il corso di aggiornamento per il clero: “La Chiesa è sempre santa e sempre peccatrice
[…] Chi può negare che abbiamo fatto una Chiesa dove chi conta è l’autorità, mentre il popolo non
conta niente?” (pp.42). Negli anni che seguirono il processo e relativa assoluzione degli imputati
molte cose sono cambiate, sono stati più distesi i rapporti col card. Piovanelli, amico personale di
Don Mazzi, anche se non mancarono equivoci, forse atteggiamenti fin troppo prudenti e non sempre
chiari (almeno così lamenta Sergio Gomiti), ma è un dato di fatto che l’eco delle polemiche scaturite
a cavallo degli anni sessanta- settanta ancora si fa sentire. E, come leggiamo nella prefazione a cura
della “Comunità dell’Isolotto”, anche a distanza di tanti anni è perfettamente comprensibile la
conseguente urgenza “di affermare la realtà dei fatti”.

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UNA COMUNITA’ TRA VANGELO E DIRITTO CANONICO di Sergio Gomiti

 

PREFAZIONE della Comunità dell’Isolotto

INTRODUZIONE: Perché questa pubblicazione

PARTE PRIMA: L’ISOLOTTO DAL 1954 AL 1968
Capitolo 1 – L’Isolotto e il cardinal Elia Dalla Costa
Capitolo 2 – Arriva a Firenze Ermenegildo Florit
Capitolo 3 – Florit, l’Isolotto e la Casella
Capitolo 4 – Comincia ad incrinarsi il rapporto fra il cardinale Florit e l’Isolotto
Capitolo 5 – Le Veglie per la pace e contro i bombardamenti in Vietnam
Capitolo 6 – I corsi di aggiornamento biblico per il clero diocesano
Capitolo 7 – Il cardinal Florit non viene a cresimare i ragazzi dell’Isolotto
Capitolo 8 – Le ragioni per le quali si colpisce l’esperienza dell’Isolotto

PARTE SECONDA: O RITRATTI O TI DIMETTI
Capitolo 1 – La lettera agli occupanti del duomo di Parma
Capitolo 2 – O ritratti o ti dimetti
Capitolo 3 – La risposta del popolo dell’Isolotto
Capitolo 4 – La Notificazione del Cardinale
Capitolo 5 – Il decreto di rimozione
Capitolo 6 – Le mie dimissioni da parroco della Pentecoste alla Casella

PARTE TERZA: VERSO L’INCRIMINAZIONE
Capitolo 1 – Dopo la rimozione
Capitolo 2 – La prima denuncia
Capitolo 3 – La riconsegna dei beni della parrocchia
Capitolo 4 – Verso l’incriminazione
Capitolo 5 – La riconsegna delle chiavi
Capitolo 6 – Gli sfratti dalla canonica
Capitolo 7 – L’arrivo dei nuovi parroci

PARTE QUARTA: L’ALTARE IN PIAZZA
Capitolo 1 – L’esperienza continua fuori dalla chiesa chiusa
Capitolo 2 – La Comunità per l’unità e l’autenticità della Chiesa
Capitolo 3 – Il Cardinale riapre la chiesa e celebra la messa
Capitolo 4 – Colpevoli prima ancora del processo?
Capitolo 5 – Una svolta qualitativa
Capitolo 6 – Si va verso il processo
PARTE QUINTA: LA COMUNITA’ DAL 1968 AL 1999
Capitolo 1 – La Comunità deve continuare o deve finire?
Capitolo 2 – I rapporti con la Curia

POSTFAZIONE: ABITARE IL PRESENTE

APPENDICE: IL PROCESSO

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Prefazione a cura della Comunità dell’Isolotto

Le persone della Comunità dell’Isolotto di Firenze e quanti da alcuni anni si occupano dell’Archivio della Comunità hanno accolto questa lunga memoria come un dono inatteso, non facile da comprendere nel suo reale significato.
Per questo abbiamo cercato di capire meglio il senso di questo lavoro, cercando di mettere a fuoco gli elementi di novità che possono portare alla conoscenza della vicenda della Comunità dell’Isolotto, sia dal punto di vista della ricostruzione dei fatti, sia da quello del racconto nel quale la soggettività, l’emotività, il coinvolgimento del narratore-protagonista giocano un ruolo fondamentale.

Sono trascorsi 45 anni dai mesi in cui il “caso Isolotto” balzò alla ribalta della cronaca nazionale e internazionale come episodio emblematico delle tensioni interne alla Chiesa postconciliare, banco di prova della possibilità concreta di mettere in pratica quanto il rinnovamento proposto dal Concilio aveva fatto ritenere possibile: vivere la fedeltà al Vangelo senza compromessi e pensare la “Chiesa come Popolo di Dio, nuova creatura, concepita dal Movimento che aveva dato vita al Concilio Vaticano II” (E.Mazzi, Racconti di Speranza, in Oltre i confini, Firenze 1995).

A distanza di tanti anni, e dopo che tante ricostruzioni della vicenda sono state date alle stampe, potevamo attenderci un atteggiamento più distaccato, una ricostruzione capace di comprendere con uno sguardo d’insieme i tratti salienti dell’esperienza. Invece questo racconto segue passo passo le tappe fondamentali di un’esperienza collettiva singolare, caratterizzata da grande continuità e coerenza, entra nei dettagli della “controversia”, avverte ancora l’urgenza di affermare la realtà dei fatti facendo riferimento costante ai documenti raccolti nell’Archivio.

Ci sembra quindi opportuno richiamare l’attenzione dei lettori sugli elementi di novità che possono essere trovati in questo libro, se confrontato con le altre pubblicazioni che hanno narrato l’esperienza della Comunità dell’Isolotto: tra tutte consideriamo particolarmente significative, a cura della Comunità dell’Isolotto, Isolotto 1954-1969 (Laterza 1969), Oltre i confini. Trent’anni di ricerca comunitaria, (LEF 1995), e di Christian C. De Vito, Mondo operaio e cristianesimo di base: l’esperienza dell’Isolotto di Firenze (Ediesse 2011).

Rispetto a questi lavori, nei quali peraltro si fa ampio riferimento ai documenti ora conservati nell’Archivio della Comunità, il racconto fatto da Sergio Gomiti, da lui definito “una cronistoria puntuale degli avvenimenti che riguardano la vicenda… dal 1957 al 1999”, si caratterizza come la narrazione di uno dei protagonisti principali degli eventi, che propone un punto di vista “interno” al loro svolgersi, li ripercorre con grande ricchezza di particolari.

Quindi non solo si offre un racconto in prima persona, un punto di vista interno allo svolgersi delle vicende, che tocca anche gli aspetti di coinvolgimento personale nei fatti di uno dei 3 sacerdoti che hanno animato l’esperienza svoltasi nella parrocchia, ma viene messa a disposizione degli interessati e degli storici anche la profonda conoscenza dell’evolversi delle vicende e del contesto nel quale si sono sviluppate. Si ha quasi la sensazione di leggere un’”autobiografia”, non personale, ma comunitaria, attraverso la quale vengono affermate convinzioni profonde e precise tesi sulle ragioni per cui si è arrivati alla rottura.

Il testimone inoltre dimostra un profondo coinvolgimento emotivo nelle vicende narrate, del resto dirompenti e portatrici di grandi novità per la storia della Chiesa, e non solo, vicende cariche della forza capace di trasformare vite, di lasciare segni profondi.

Sceglie inoltre di far parlare i documenti, e così all’intensità che caratterizza il racconto in prima persona si aggiunge quella che emerge dai molti protagonisti della vicenda – nei due contrapposti schieramenti – dagli interventi alle assemblee, alle lettere, alle “notificazioni”…

La sequenza dei documenti tratti dall’Archivio, che costituiscono la gran parte del testo qui pubblicato, restituisce con grande intensità non solo il senso dell’esperienza comunitaria, ma anche il clima emotivo nel quale veniva vissuta, la profonda partecipazione collettiva che l’ha animata, la consapevolezza diffusa di essere protagonisti di un’esperienza di rinnovamento che aveva vastissime ripercussioni.

Colpisce qui il livello del confronto, il grado di coinvolgimento, di elaborazione che emerge dai documenti, dagli interventi alle assemblee trascritti. La lettura dei documenti nella versione integrale ci porta a fare un tuffo nel passato, misurando la distanza tra l’intensità di questa esperienza (e di altre esperienze di profonda partecipazione democratica degli anni ’60-’70 del secolo scorso) e il livello di disillusione e confusione che caratterizza invece spesso anche le migliori esperienze a noi più vicine.

Un altro elemento di novità è costituito dalla ricostruzione molto puntuale del contesto più ampio in cui l’esperienza dell’Isolotto è nata. E’ questo un aspetto forse meno noto e meno indagato, messo ora bene in luce nella prima parte di questa pubblicazione, che evidenzia quanto l’esperienza di rinnovamento portata avanti nella parrocchia dell’Isolotto fin dall’inizio non fosse isolata, ma si fosse sviluppata in un quadro di relazioni intense e vitali con altri sacerdoti della Diocesi. E’ nelle istanze di riflessione e rinnovamento proposte dai sacerdoti e dai laici dell’Isolotto agli altri sacerdoti della Diocesi, più che in altri eventi, che si colgono “le ragioni per cui” venne colpita “l’esperienza dell’Isolotto”.

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