La politica delle donne dentro uno scenario religioso

Adriana Sbrogiò
Via Dogana n. 107, dicembre 2013

Non so davvero se SI FA PRESTO A DIRE DIO, come titola il Seminario delle Comunità cristiane di base italiane che si è svolto a Castel San Pietro Terme (BO) dall’uno al tre novembre scorso. Vorrei, senza entrare in discussioni, cercare di dire come ho vissuto quei tre giorni di intenso lavoro, prima con l’avvicendarsi dei relatori e delle relatrici e poi con la narrazione di gruppo di “Una sottile striscia di futuro”.

Mi ha entusiasmata lo scambio politico avvenuto tra le donne e gli uomini, dopo gli interventi dei relatori, nel gruppo di lavoro e nelle plenarie, nonché nei momenti organizzati di spiritualità e condivisione. Compresi quelli conviviali in cui lo spirito di accoglienza che ci animava è sempre stato attivo nel mantenere il dialogo e nel far proseguire la comunicazione a due a due e più, in piccoli gruppi che qua e là si formavano.
Ho avvertito che quello che stava accadendo nell’attuale Seminario misto era sicuramente qualcosa di nuovo.

Sono stata colpita da due professori, uno ateo e uno non credente, e ho ascoltato con interesse le loro relazioni che, in quel luogo, mi suonavano quantomeno provocatorie, e mi ha fatto piacere riscontrare la loro disponibilità a partecipare ai lavori e a ricevere domande, pensieri e stimoli da parte delle/dei partecipanti. Il terzo relatore, Giovani Franzoni della CdB di S.Paolo, Roma, ha confermato quello che avevo sentito dire di lui con molta ammirazione per la sua sapienza e il suo vissuto di uomo di fede. L’ho visto maestro amato e ascoltato in casa sua. Un grazie particolare.

“La vita non viene da Dio ma dalla chimica; poi c’è l’evoluzione che è un processo graduale; l’evoluzione è casuale perché non ha progetto”. Gianfranco Biondi, antropologo, nella sua relazione parla anche dei primati e di un diffuso sentimento compassionevole, di un contagio emozionale, di un’empatia che scorre anche tra specie di animali diversi, e, quello che mi libera e colpisce di più, è quando afferma che: “gli uomini hanno una capacità di intervento che non ha nessun altro animale e quindi decidono se vogliono o no intervenire”. Mi sono detta: dovrei dedurre che Dio non c’è, ma apprendo anche che ho tutti i sentimenti umani che mi occorrono per dare un senso alla vita ed al mio essere al mondo e di progettarmi come voglio per stare insieme alle altre e agli altri. E ho avuto un moto di gratitudine e di simpatia per l’uomo di scienza.

Il prof. Giulio Giorello, filosofo, si dice non credente, ma si mostra fortemente orgoglioso della relazione intessuta con un grandissimo credente, il Cardinale Carlo Maria Martini con il quale ha contribuito alla costruzione della Cattedra dei non credenti nella Chiesa di Milano. Ad un certo punto della sua relazione, che in buona parte avevo già ascoltata in una trasmissione televisiva qualche giorno prima, ha citato il filosofo Giordano Bruno, che ha pagato con il rogo la sua affermazione: “Se Dio c’è, è dentro di noi, più intimo di quello che noi siamo a noi stessi”.
A questo punto ho pensato che davvero la responsabilità del vivere la fede è solo di ognuna/o che sceglie di esserci a partire da sé, dal proprio desiderio profondo di amore e di libertà. Non è stato difficile sentirsi parte femminile insieme alle due relatrici che hanno rinforzato, con i loro interventi, la coscienza e la consapevolezza delle origini e dell’originalità dell’essere femminile.

Il racconto di Luciana Percovich, scrittrice e ricercatrice, ci ha fatto comprendere, lo ripeto un po’ con parole mie, che “siamo cresciute credendo che le nostre origini siano nella storia di Adamo ed Eva. Invece si collocano molto più lontano, molto più indietro nel tempo. Non c’è un tempo lineare, un inizio preciso, ma ad un certo punto l’entità femminile mette ordine negli esseri viventi, genera creature, prima due figlie che poi, a loro volta, partoriscono maschi e femmine… Quando ancora la donna gravida era vita e cifra che dava la visione del mondo e si metteva in sintonia con le leggi della natura, gli umani non temevano la fine”. La frase di chiusura di Luciana: “il patriarcato, così com’è, è diventato obsoleto e crea soltanto danni” la vivo come un invito a mantenere l’attenzione, a stare sempre in guardia, ma anche come una specie di conferma di quello che da tempo penso, che il patriarcato è finito ogni volta che una donna o un uomo non gli dà più credito, non dà credito a chi esercita quel potere.

Al femminile, mediante la figura di Mary Daly, ci conduce Letizia Tomassone, Pastora Valdese, che parla della donna teologa, filosofa e del suo pensiero femminista radicale. So che quasi tutte le donne presenti hanno letto il secondo libro di Mary Daly tradotto in italiano Al di là di Dio Padre. Penso però che molti uomini non la conoscano e che siano rimasti sorpresi quando Letizia dice: “Mary Daly non sarebbe mai venuta qui, con le chiese non voleva avere a che fare; la chiesa ha a che fare con il gioco dei padri che è uno spettacolo osceno… è stato tolto il potere alle parole delle donne, è stata fatta una rapina della parola delle donne”. E ancora, in sintesi: “Bisogna riaprire occhi, labbra e anima alle donne, deve funzionare un terzo occhio e un terzo orecchio delle donne; le donne devono avere sul mondo un terzo occhio amante e non rapace come quello capitalistico”. Infine, Letizia invita “gli uomini ad occuparsi della questione maschile e le donne a lavorare sulla loro autenticità, sapendo che le strade sono diverse”. Ma è necessario anche trovare il modo di farlo insieme, aggiungo io.

Finora avevo ascoltato le donne delle CdB esprimere la volontà di non crearsi un’immagine di Dio e nemmeno di attribuirgli un nome preciso, tanto è vero che le avevo sempre sentite parlare di “quel divino tra noi leggero” fin dalla prima volta che avevo partecipato, a Trento nel 2004, ad un loro convegno di sole donne. Donne che, tante volte, si sono incontrate tra di loro per ricercare la parola vera, quella rispondente al loro essere femminile e liberarsi da quella “costruzione culturale patriarcale” che ha sempre impedito il loro venire al mondo a partire da sé, con la propria spiritualità, vivificata dalla presenza “divina” dentro di sé, che prende forza e valore anche da una genealogia femminile di donne della tradizione cristiana e biblica.

In questo seminario ho visto la bellezza di donne “levatrici”, le esperte che, dopo anni di incontri di studio, di approfondimenti e di confronto, hanno comunicato con signoria e autorità il loro sapere e il loro cammino iniziato nel 1988, anno in cui “Le scomode figlie di Eva” hanno avviato la ricerca di e tra donne ed hanno costruito luoghi di incontri separati dagli uomini delle CdB.

E così, con i tempi a loro necessari, piano piano, “smontando impalcature e tessendo relazioni” tra loro e con altre…, le donne delle CdB, insieme, con fedeltà a sé, hanno comunicato il senso della loro religiosità e del loro stare nella vita comunitaria, hanno mostrato la loro forza e il loro sapere, il valore e la misura femminile, hanno dato vita ad una politica dell’amore che è stata dono rivelato a tutte/i, donne e uomini.

Le donne delle CdB, con dignità, sapienza e responsabilità, hanno fatto “una bella differenza” e hanno ri-presentato la loro irriducibilità alla differenza maschile. E a me è sembrato proprio che non fosse più necessario, ormai, usare il termine “Dio di tutti” e neutro, perché “IL DIO DELLE DONNE” era lì, parola viva, coinvolgente donne e uomini; peraltro questi ultimi, in rispettoso ascolto, anche se, mi è parso, un po’scombussolati e forse “spaesati” da tanta vitalità e libertà femminile agita.

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