Si fa presto a dire Dio…

Carla Galetto e Beppe Pavan – Cdb Pinerolo

Beppe: …Ma a parlarne è molto più complesso: si scopre che vuol dire un sacco di cose. Questa complessità è emersa durante il seminario di studio organizzato nei giorni 1-3 novembre scorso a Castel S. Pietro Terme (Bo) e che ha visto la partecipazione molto attenta di oltre 150 donne e uomini delle comunità di base (cdb) italiane e non solo. Poteva sembrare un tema non  prioritario in questo momento, ma è stato subito evidente che l’interesse apparentemente intellettuale per Dio e il soprannaturale è, in realtà, attenzione e cura per “il divino che è in noi”.

Carla: Questa dimensione “spirituale” permea tutta la nostra esistenza. E’ il desiderio personale e profondo di libertà, di amore, di giustizia, di ciò che è buono… è il desiderio di tornare ad essere noi stesse.

B: Gli stessi valori che sostanziano il “buon uso dell’ateismo” che Giulio Giorello e Gianfranco Biondi ci hanno testimoniato, ciascuno nel proprio campo. L’ateismo ne emerge come “metodo” di vita e di ricerca: ogni uomo e ogni donna è responsabile di pensare con la propria testa; così la giustizia si costruisce dal basso, pezzo per pezzo: solo dopo vi può entrare il riferimento religioso. In una parola: ateo/a anche se Dio ci fosse.

C: Nel gruppo a cui ho partecipato era abbastanza comune l’impressione che Giorello e Biondi, quando si riferivano alla religiosità, si riferissero alla dottrina ufficiale e agli immaginari imposti dalla gerarchia cattolica, luoghi che spesso ci sono estranei, e che ancora si conosca poco, nel mondo accademico, la ricerca e il pensiero delle donne studiose.

Comunque abbiamo apprezzato la loro disponibilità a partecipare all’intero seminario e a confrontarsi su qualunque questione.

B: Questo metodo ateo di procedere nella descrizione della realtà e della sua storia è lo stesso che sta alla base delle ricerche di antropologhe, archeologhe, filosofe, storiche e teologhe femministe, che Luciana Percovich e Letizia Tomassone ci hanno fatto conoscere.

La “grande differenza di comportamenti tra maschi e femmine”, che la scienza osserva, ha origine nell’“asimmetria originaria di nascere da un corpo di donna, maschi e femmine; dato che appartiene al mondo fisico, come la forza di gravità, e che per la maggioranza del tempo umano è stato riconosciuto, accettato e onorato e che circa cinquemila anni fa ha cominciato a essere messo in discussione fino al parto maschile del Dio creatore” (L. Percovich su Viottoli 1/13, p. 40).

A me questa descrizione storica del processo di sostituzione del principio originario femminile con un Dio maschile, descritto e catechizzato come creatore e signore onnipotente e onnisciente, appare molto convincente. E, nello stesso tempo, suona come invito all’umiltà in chi è consapevole della parzialità, non solo di sé, ma di tutto quello che fa. Nulla è definitivo, nell’universo materiale, neppure i contenuti e le prospettive delle ricerche e delle riflessioni che vi possiamo fare.

C: I monoteismi parlano di un dio trascendente, mentre le religioni pre-patriarcali avevano una visione immanente del divino: nella natura, negli astri, nei corpi… Percepisco in questo una maggior armonia: rispetto per la vita e per il suo rinnovamento. Dove e perchè nasce, a un certo punto della storia, l’esigenza di trascendenza?

Il mito di Adamo ed Eva ha colonizzato il nostro immaginario e condizionato la nostra vita di relazione: la donna che viene tratta da un osso periferico e secondario dell’uomo condanna le donne alla sottomissione e alla secondarietà e proclama gli uomini come unici autentici “figli di Dio”, al punto di fare di Gesù il capostipite di una gerarchia maschile “per volontà di Dio”. Viceversa, conoscere la realtà delle antiche religioni femminili ci può aiutare a riconoscere e nominare la evidente pretesa egemonica del maschio-Dio sul mondo.

B: Questa conoscenza “turba l’ordine” della società organizzata dalla cultura patriarcale, al pari della “misericordia”, entrata nel mondo con il “Dio straniero” di cui ci ha parlato Giovanni Franzoni. Anch’egli condivide che il discorso scientifico non ha bisogno di Dio, che questo mondo è casuale e non è stato creato da Dio… “Ma io sono un credente” proclama “e credo che Dio sia intervenuto in questo mondo con un messaggio da straniero”; come stranieri a questo mondo sono Gesù e i suoi seguaci.

Radicale è il pensiero della teologa e filosofa Mary Daly, che ci ha presentato Letizia Tomassone. Per lei non serve cambiare in femminile il genere maschile del Dio patriarcale: ciò che davvero occorre è che uomini e donne diventino consapevoli della propria autonoma responsabilità nello stare al mondo, senza bisogno di Padri o Madri che ne orientino l’operato. In questo senso Cristo, eroe solitario, è simbolo patriarcale. Mentre l’Anticristo sono le donne, come movimento collettivo all’opera per la salvezza.

Le donne, le loro pratiche e le loro ricerche sono state, a mio parere, le protagoniste del seminario, delle discussioni nei piccoli gruppi e del confronto nell’assemblea finale.

C: Mary Daly ha affermato che il linguaggio teologico ha rubato la parola potente delle donne: solo la “rabbia delle amazzoni” può risvegliare le nostre emozioni più profonde, può smuovere e cambiare la realtà necrofila. Il nostro cammino è diverso da quello degli uomini: noi dobbiamo riscoprire l’orgoglio del nostro essere donne, praticando la libertà di “essere”, a partire da noi.

B: Questa energia femminile si è sviluppata e consolidata grazie alla separatezza delle donne nei confronti degli uomini. Ma non tutti/e accettano il separatismo come pratica positiva. Forse da questo nasce anche una certa indifferenza, all’interno delle cdb, nei confronti dei gruppi donne che da oltre 20 anni praticano un loro percorso di ricerca e di fede. Mentre molti uomini vi restavano indifferenti, altri erano turbati da queste loro pratiche clandestine, altri (pochi) curiosi e interessati.

Finalmente abbiamo chiesto loro di raccontarcelo…

C: Il nostro separatismo ha voluto esprimere la scelta di separarci dallo stato di subordinazione per dis-ordinare l’ordine attuale che ci esclude e che agisce con violenza su di noi e far posto a un nuovo ordine regolato dal principio, sicuramente più complesso e sapienziale, delle relazioni, creando un luogo dove fare comunità, dandoci forza, autorità e libertà da portare poi nei luoghi misti come misura femminile del mondo. Attraverso le nostre piccole quotidiane sottrazioni non portiamo più mattoni per riparare strutture estranee al nostro essere donne, ma riconosciamo il soffio di quel divino che tra noi abbiamo scoperto “leggero”, fondato sull’irriducibile differenza fra uomo e donna.

Il patriarcato muore ogni volta che una donna (o un uomo) non gli riconosce più potere su di sé. La forza e la libertà delle donne sono già nel qui e ora, come il regno dei cieli. Sono nate, sono visibili e soprattutto contagiose: a noi sembra che la sottile striscia di futuro, tra mille difficoltà e reazioni sconnesse, si stia già allargando!

E’ la prima volta che in ambito misto si è dato così ampio spazio alla ricerca delle donne; è stata accolta con rispetto la profonda “decostruzione” del nostro riferimento religioso. Grazie a una lunga pratica “politica” abbiamo potuto esprimere la nostra libertà e parlare con l’autorità delle relazioni che abbiamo praticato in questi anni tra di noi…

Era tanto tempo che desideravamo poter condividere con gli uomini delle cdb la bellezza e la ricchezza di questo nostro percorso di ricerca “separato”, offrendo come un dono prezioso ciò che ci ha rese libere e forti.

B: Ho colto, nelle parole delle donne, una nota di rammarico e, insieme, di speranza: “La cultura e la società sono ancora impreparate alla nostra libertà. Come riuscire a suscitare tra noi una sottile striscia di futuro?”.

La mia risposta è: trasformando anche il maschile, a partire ciascuno da sé. Di fronte all’urgenza di invertire la deriva autodistruttiva del nostro mondo, mi chiedo: quale pratica politica si rivela oggi davvero efficace, se non quella di cambiare il nostro modo patriarcale di stare nelle relazioni?

Nota di speranza, infine, è anche la consapevolezza “scientifica” che la vita e l’universo non finiranno con la scomparsa dell’attuale genere umano. Che fine farà, allora, il nostro Dio?

Gli atti del seminario saranno pubblicati sul n. 2/2013 della rivista Viottoli. Chi desidera riceverli può richiederli a: viottoli@gmail.com

Pubblicato su Confronti, dicembre/2013

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