Convegno: La donna nella chiesa

chiccodisenape – Torino:  «Di che cosa parli con lei?»

Premessa

“chiccodisenape” è un progetto ecclesiale nato nel 2007. Nei nostri sei anni di attività abbiamo proposto due percorsi di riflessione tematica che hanno coinvolto 16 gruppi di diversa provenienza e missione ecclesiale, arrivati a quattro convegni –Vi ho chiamato amici (2008), Non sapete interpretare i segni dei tempi? (2010), A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio? (2011) ed Eucarestia e Chiesa di comunione (2012)- che hanno coinvolto altri amici e amiche intorno ad alcune questioni ritenute vitali per l’annuncio del Vangelo.

Questa volta abbiamo pensato di concentrare la nostra attenzione e il vostro coinvolgimento su un

tema che, seppure spesso è ai margini del dibattito ecclesiale, riteniamo sia cruciale: il ruolo delle donne nella chiesa.

Visto il tema abbiamo coinvolto il Coordinamento Teologhe Italiane (www.teologhe.org) che ha accettato di accompagnarci in questo cammino di ricerca e di dialogo.

Il metodo

Abbiamo quindi pensato di riprendere la nostra ricerca con la stessa metodologia adottata sinora:

– possono partecipare al percorso aggregazioni e gruppi di tutte le provenienze, gruppi spontanei

autocostituitesi per l’occasione, singoli interessati all’argomento;

– ogni gruppo può affrontare un qualsiasi aspetto del documento proposto, ma questo non significa che possa anche esprimere delle sue valutazioni su aspetti che non abbiamo qui adeguatamente considerato e che ritiene molto significativi;

– ogni gruppo può scegliere le modalità che ritiene più opportune per svolgere il suo compito;

– poiché lo scopo della nostra iniziativa è anzitutto quello di aprire spazi di dialogo e di confronto, deve esser favorita la massima libertà di espressione;

– a ogni gruppo chiediamo di mettere per iscritto il frutto della sua discussione, sia in termini di idee condivise, sia evidenziando le diversità di opinioni;

– il comitato di coordinamento provvederà a raccogliere i documenti pervenuti, al fine di avere un quadro complessivo delle questioni discusse, delle posizioni presenti nella comunità ecclesiale, della omogeneità / disomogeneità delle idee, delle proposte evidenziate;

– i componenti del comitato di coordinamento sono disponibili, se richiesti, a partecipare a gruppi per spiegare e il significato dl progetto che si intende attuare.

I tempi

I gruppi sono invitati a inviare il materiale elaborato a partire dall’esperienza vissuta nel gruppo entro il mese di dicembre.

Nei prossimi mesi saranno proposte alcune iniziative, che permetteranno di avere un approfondimento su alcune tematiche particolari, sino ad arrivare a un convegno nei primi mesi del nuovo anno, nel quale ci si potrà confrontare con importanti studiosi e con tutta la comunità ecclesiale intorno al lavoro svolto da tutti i gruppi.

La documentazione

Ricordiamo che sono disponibili in rete sul blog http://chiccodisenape.wordpress.com alcuni documenti che riteniamo interessanti per chi voglia approfondire i temi in discussione.

Questa documentazione viene integrata nel tempo, ed è molto gradita la collaborazione di tutti coloro che vorranno inviarci articoli, documenti e riferimenti bibliografici.

Esigenze operative

Chiediamo ad ogni gruppo che intende aderire al progetto di segnalarci la sua partecipazione.

I rapporti saranno preferibilmente tenuti attraverso la posta elettronica.

Riferimenti

Vi segnaliamo infine i nominativi delle persone del gruppo di coordinamento cui potete rivolgervi per ogni esigenza e chiarimento scrivendo a chiccodisenape@gmail.com:

Oreste Aime, Guido Allice, Luigi Bassis, Simona Borello, Nino Cavallo, Paolo Chicco, Claudio Ciancio, Giuseppe Elia, Giovanni Fiorio, Tommaso Giacobbe, Paola Giani, Antonio Gorgellino, Marco Mazzaglia, Giulio Modena, Enrico Peyretti, Lanfranco Peyretti, Domenico Raimondi, Toni Revelli, Maria Adele Roggero, Rossana Rosato, Ugo Gianni Rosenberg, Stefano Sciuto, Poppi Simonis, Adriana Stancati Momo, Fabio Tango, Riccardo Torta.

 

Introduzione biblica

In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?» (dal Vangelo secondo Giovanni 4,27)

Non aver posto quella domanda ci ha privati di una risposta autorevole che facciamo ancora fatica a trovare. Due ‘silenzi’ entro cui si dibatte ancora la nostra ricerca odierna.

Solo di recente si è riusciti ad incominciare a esplicitare quanto le Scritture dicono della donna e in particolare a mettere in evidenza la novità del comportamento di Gesù. Merito della ricerca storica e poi della teologia “femminista”. La meraviglia e il silenzio dei discepoli non sono degli atteggiamenti propriamente positivi, denunciano una difficoltà che non s’è sciolta neppure oggi.

Il silenzio di Gesù riguarda in questo caso una sua parola ma non certo il suo comportamento. Tutti i Vangeli sono concordi nel presentarcelo in un modo che doveva destare meraviglia non solo nei discepoli ma anche tutti gli altri, e innanzitutto nelle donne che l’hanno incontrato. Meraviglia ma anche riprovazione: l’apprendimento della Legge era vietato alle donne. Gesù invece non teme di chiamarle a diventare discepole e ad associarle alla sua vita errante.

Il passo cruciale è però la Resurrezione. Anche qui i Vangeli sono concordi: le prime testimoni sono le donne. A esse viene affidato il primo messaggio pasquale, tra sgomento e gioia. Spicca, nel racconto di Giovanni, la figura e il ruolo di Maria di Magdala, testimone per eccellenza, chiamata per nome, prima e accanto a Pietro e al misterioso discepolo amato.

Paolo con grande intelligenza ne saprà trarre per altra via la conseguenza teologica: «Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Lettera ai Galati 3,28). La conseguenza pratica ed ecclesiologica è ancora, dopo duemila anni, da trovare. Sul primo punto Paolo stesso riuscì a indirizzare la chiesa fin dai primi tempi (anche se poi si è aperto in modo lancinante il rapporto tra chiesa e sinagoga); per il secondo punto la chiarificazione definitiva è arrivata solo nel Novecento; per il terzo il discorso è ancora aperto, anche se lo si vorrebbe chiuso sotto troppi aspetti.

La Scrittura è la norma per il nostro presente, quello di oggi, e per il futuro. Nella lettura e nell’ascolto ci possono bloccare – è avvenuto molte volte nella storia – i nostri pre-giudizi, teorici e pratici. Occorre un cammino di autenticità e di liberazione, per tutti.

Sappiamo anche che la Parola risuona nei “segni dei tempi”, ce lo ha insegnato il Vaticano II. E la donna non è forse tra i segni dei tempi, come già intuiva la Pacem in terris, n. 22?

La lettura tanto della Scrittura quanto dei segni dei tempi richiede e, al tempo stesso, offre fede, intelligenza, libertà. Anche in questa ricerca, al seguito dell’unico Maestro.

 

Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro».

Maria di Magdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.

(dal Vangelo secondo Giovanni 20, 16-20)

La traccia tematica

A mo’ di incipit

quando a vent’anni rimase incinta le ordinarono di sposarsi

quando si fu sposata le ordinarono di rinunciare a ogni progetto di studio

quando a trent’anni mostrò ancora spirito d’iniziativa le ordinarono di fare i lavori di casa

quando a quarant’anni volle riprendere in mano la sua vita le ordinarono virtù e decoro

quando a cinquant’anni si ritrovò delusa e consumata il marito la lasciò per una donna più giovane

cari fedeli noi comandiamo troppo

noi ubbidiamo troppo

noi viviamo troppo poco

(“15” di Kurt Marti, orazioni funebri, 1969, 77)

La questione del ruolo delle donne nella chiesa e della teologia delle donne non emerge nei documenti del Concilio Vaticano II perché, così ci piace pensare, le donne sono incluse nei laici e nei battezzati di cui parla “Lumen Gentium”. Eppure è una questione prettamente conciliare per come il suo spirito è stato tramandato e vissuto nel periodo post-conciliare1, tra i fervori della discussione degli anni ’60 e ’70 e la progressiva marginalità degli anni successivi.

Per questo motivo, a cinquanta anni dall’inizio del Concilio Vaticano II chiccodisenape ritiene sia necessario riportare l’attenzione a un nodo cruciale, vitale e poco esplorato nella discussione ecclesiale, perché le cosiddette “questioni femminili” non riguardano solamente le donne ma l’intero tessuto ecclesiale.

Il punto di partenza di questo percorso è un interrogativo sulle donne e sul femminile, sulla peculiarità dell’essere donna e sulla sua differenza rispetto all’uomo, sugli stereotipi e sulle verità delle caratteristiche femminili.

Oltre a questo, dovremo soffermarsi a comprendere il profondo cambiamento vissuto dalle donne nel corso del Novecento, almeno in Occidente. Il quadro tradizionale è stato sdoganato, i ruoli sociali e professionali hanno subito profondi cambiamenti, la giurisprudenza ha riempito progressivamente i fossati della diversità e della discriminazione. Non si può riflettere sulle donne e sul loro ruolo senza investigare le conseguenze antropologiche e sociologiche di questi cambiamenti.

1. Cosa intendiamo quando diciamo “donna”? Chi è una donna? Chi è una donna occidentale,

nata nel Novecento?

 

Il linguaggio non è un aspetto marginale: è quello che forma gli immaginari e organizza i discorsi. I nostri linguaggi e le nostre immagini risentono ancora del forte radicamento alla cultura patriarcale che li ha generati.

1 cfr. “Vatican II and Women Theology. In Light of the Relationship between Trent and Tridentinism” di Massimo Faggioli

tenuta in occasione del Convegno teologico internazionale teologhe rileggono il Vaticano II: assumere una storia, preparare il futuro

(Roma, 4-6 ottobre 2012).

2: È possibile abbandonare il linguaggio maschilista che ancora abita i nostri discorsi? Si può guardare alle figure bibliche in loro stesse e non come simboli del maschile e del femminile (es. Eva per le donne e Adamo per gli uomini, Maria per le donne e gli apostoli per gli uomini)?

 

Secondo alcuni studiosi2, i cambiamenti sociali e culturali delle donne del Novecento, a cui abbiamo già accennato, hanno portato a un loro progressivo allontanamento dalle chiese, livellando le loro percentuali di partecipazione a quelli maschili. È stato lo svelamento dell’uovo di Colombo: al di là della concezione maschilista e patriarcale della struttura ecclesiale, si è scoperta la crucialità delle donne nella trasmissione della fede nelle giovani generazioni (in famiglia e nel catechismo) e non vi è una risposta chiara se non provare nostalgia verso quel modello o perpetuarlo con forze minori (e non sempre adeguatamente preparate).

Non sappiamo quanto questo sentimento sia vissuto consapevolmente, però l’esperienza ecclesiale non può non farci vedere che accade: se sinora le donne erano sempre state maggioritarie (sia nel numero sia nelle responsabilità di trasmissione della fede), nelle nuove generazioni non ci sono differenze significative tra uomini e donne.

3: Esiste davvero un rapporto tra emancipazione femminile e la crisi della Chiesa? Quali sono i nodi problematici e quali soluzioni si possono proporre?

4: Può essere questa situazione favorevole alla nascita di nuove forme di corresponsabilità, coinvolgendo più proficuamente anche gli uomini laici in una comunione di forze e di intenti?

 

Eppure il post-concilio ha visto anche l’apertura degli studi teologici alle donne e la fioritura, finalmente anche in ambito cattolico, di studi teologici dal punto di vista delle donne. Tuttavia non sono mancate le ambiguità: spesso la formazione teologica è vista come utile solo per insegnare religione o per soddisfare le menti curiose di pensionati con molto tempo libero e non come un percorso formativo che possa essere messo a servizio della diocesi. Spesso alle donne è consigliato (quando non imposto dagli orari delle lezioni) di iscriversi agli Istituti di Scienze Religiose, che non permettono di proseguire gli studi. Raramente si vedono donne insegnare teologia nelle Facoltà e negli Istituti, anche quando hanno titoli accademici adeguati e lodevoli, o a essere designate a incarichi pastorali. Sembra quasi che raggiungere una specializzazione o un dottorato siano poco più che un hobby per intellettuali pretenziose.

2 cfr. “La fuga delle quarantenni” di Armando Matteo; “Le donne e il futuro della Chiesa” in “Études” n. 1 del gennaio 2011 di Joseph Moingt s.j.

5: Perché la formazione teologica delle donne è ancora problematica? Perché non si sostengono gli studi di persone da coinvolgere nelle attività diocesane e nell’insegnamento?

6: Quali contributi può dare alla Chiesa tutta l’approccio teologico femminile alla Scrittura,

all’ecclesiologia, all’antropologia?

 

Un altro nodo di tensione riguarda il vissuto della sessualità e il suo rapporto dialettico con l’apertura alla maternità: la proposta anacronistica di modelli morali adatti a contesti storico-sociali diversi dai nostri ha portato alla conseguenza paradossale di arrivare al rigetto degli insegnamenti sottesi o all’allontanamento dalla Chiesa stessa.

Quali che siano le loro condizioni (adolescenti con la prospettiva di non sposarsi prima di venti anni; giovani alla scoperta dell’amore; spose non pronte a vivere la maternità; separate con la possibilità di ricostruirsi una vita), le donne si trovano in prima linea a doversi confrontare tra l’adesione al vecchio modello morale, autoescludendosi dalla vita sacramentale o allontanandosi dalla chiesa, e la ricerca di una coerenza tra la fede e la morale, vedendo poca differenza tra i “metodi naturali” e i contraccettivi.

Seppure questa difficoltà è spesso portata insieme al proprio compagno di vita, non si può dimenticare che in molte situazioni le donne affrontano queste decisioni da sole.

7. È possibile riprendere un dibattito sulle questioni relative alla morale sessuale e all’apertura alla vita che siano incarnate nella storia e nei tempi che viviamo?

 

Eppure le donne sono ancora numerose nella vita della Chiesa e si occupano di molteplici attività. Non si può però mancare di rilevare che alle donne si continuano a delegare ruoli suppletivi, assistenziali o puramente educativi, ma solo raramente sono dati incarichi di responsabilità o di gestione.

Anche nelle situazioni in cui hanno i titoli e l’esperienza pastorale necessaria, inoltre, le donne si scontrano di fronte alle limitazioni poste da strumenti che dovrebbero essere adeguati alla situazione ecclesiale attuale, questa volta in compagnia degli uomini laici. Si può ricordare, ad esempio, che il diritto canonico non permette, di fatto, la possibilità per un laico di poter gestire una parrocchia. E che un laico, che a tempo pieno o in modo continuativo, presta un servizio pastorale alla diocesi non ha alcun diritto di ricevere il sostentamento che arriva dall’8×1000 ai presbiteri (anche quando questi non ricoprono nessun ruolo pastorale…).

8. Esiste uno “specifico femminile” da valorizzare? Le donne riusciranno a scardinarsi dall’immagine che le vuole sempre e solo catechiste di parrocchia, votate alla cura e all’educazione? Quali forme di servizio sono possibili?

9. Si possono adeguare gli strumenti a nostra disposizione al nostro tempo oppure si aspetterà che le necessità storiche portino di fronte a decisioni immediate e poco pensate?

Proponiamo, infine, una riflessione sui ministeri. Abbiamo scelto di porla alla fine perché troppo spesso la discussione sulle donne nella chiesa si riduce alla sola questione ministeriale. È però ineludibile soffermarsi anche su queste questioni, soprattutto in un tempo come il nostro che sta vivendo una profonda crisi delle vocazioni presbiterali.

10. L’apertura del ministero ordinato alle donne è l’attesa soluzione della crisi del presbiterato? Ma come può esserlo profondamente se rimane nel solco della chiesa tradizionale che è da riformare? Non rischia di chiudersi anch’esso nella logica del potere e dell’esclusione che ha affaticato il ministero sino ad oggi?

11. La crisi che stiamo vivendo non potrebbe essere generatrice di nuovi e più efficaci ministeri, adeguati al nostro tempo e aperti a uomini e donne?

 

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