E infine, il conflitto

Questo è la seconda puntata, pubblicata su Via Dogana n. 111, della storia del gruppo donne della Cdb di Pinerolo.

Le storie sono storia: scriviamole (Lia Cigarini)

STORIA DEL GRUPPO DONNE DI UNA COMUNITA’ CRISTIANA (PINEROLO) –

SECONDA PARTE

di Carla Galetto e Doranna Lupi

 

Narrano i vangeli che mentre Gesù si trovava a Betania, si avvicinò una donna con un vaso di alabastro pieno di profumo di gran valore e lo sparse sul corpo di lui. Un gesto che Gesù riconobbe e indicò ai suoi discepoli: «In verità vi dico: ovunque sarà predicato il Vangelo, nel mondo intero, si parlerà di quello che essa ha fatto, in memoria di lei».

Molte risposte alle nostre domande sulla libertà femminile erano dunque già nei vangeli, bastava vederle! C’erano state donne che, dopo aver accolto Gesù nelle loro case, lo avevano accompagnato durante il periodo della sua predicazione, seguendolo fin sotto la croce senza tradirlo né rinnegarlo e senza fuggire. E le prime testimoni della resurrezione erano state donne.

Nel 1988, con le donne olandesi e francesi convenute a Parigi, celebrammo l’unzione di Betania. Sedute in cerchio per terra, ciascuna di noi intinse le dita in un boccettino contenente del balsamo profumato e, ungendo il palmo della mano della sua vicina e benedicendola pronunciò le parole: «Ti annuncio la morte e la resurrezione di Cristo». In quell’occasione tornò potente, ad ognuna di noi, l’anima di quel gesto inequivocabilmente femminile, che anche Gesù aveva riconosciuto.

Era il primo gesto simbolico che noi facevamo, in memoria di una donna, sul nostro corpo che, come il corpo di Cristo, è destinato alla morte e alla resurrezione. Questo è stato il nostro rivelarci e rivelare al mondo quella grandezza e quella grazia dell’esserci di cui ci eravamo sentite mancanti, ricollegandoci a una tradizione femminile che già c’era. Nella liturgia noi non andavamo rivendicando una parità con il maschile, per altro esistente nella nostra comunità di base sin dal primo momento, bensì una ricerca di genealogia in linea femminile.

Quello è stato il gesto che ha dato inizio alla chiesa delle donne.

Per restituirci alla contingenza di Dio era necessario rendere al linguaggio e ai gesti maggior aderenza alla realtà dei vissuti. Solo così ritualità e preghiera, i metodi e le mediazioni di cui parlava Ivana Ceresa, potevano diventare sperimentazioni metafisiche, occasioni di passaggio verso l’infinito. Così ha iniziato a delinearsi una prima e fondamentale risposta agli interrogativi che ci eravamo poste: abbiamo preso gradualmente coscienza del fatto che oltre le scritture, e non contro, ci sono i corpi delle donne, le loro vite come testo sacro.

La religione delle nostre madri aveva privato noi e loro, attraverso i dispositivi simbolici patriarcali, di questa dimensione, separando con un taglio la carne dalle emozioni, la mente dal cuore.

Solo il nostro riconoscimento reciproco poteva restituircela, insieme alla consapevolezza di un “di più” femminile. È evidente infatti che, a differenza dei mondi del tra-uomini invasi oggi dalle donne (lavoro, politica, scienza ecc.), le chiese sono sempre state gremite di donne, mostrandosi come uno dei (pochi) luoghi pubblici dove è più visibile ed evidente l’intrusione, da parte di pochi uomini, burocrati del sacro, in un fra-donne.

 

Proprio a Parigi è nata l’idea di collegarci alle donne delle altre comunità di base italiane ed è iniziato il lavoro trentennale di paziente tessitura di relazioni, costellato di incontri, seminari, convegni, laboratori di biodanza, yoga e varie sperimentazioni con il corpo, celebrazioni eucaristiche e preghiera.

Abbiamo ritrovato questo clima, alcuni anni dopo, al Sinodo Europeo delle Donne tenutosi a Barcellona nel 2003, da cui sono iniziate relazioni con donne italiane di altri gruppi e contesti. Ai nostri collegamenti nazionali, fino ad allora limitati alle cdb, al Cerchio della luna piena di Padova e alle donne in cerchio di Roma, si sono aggiunte stabilmente alcune donne del Graal e Promozione donna di Milano, di Thea teologia al femminile di Trento e di Identità e differenza di Spinea (Ve).

Quando siamo entrate in contatto con la politica delle relazioni e con il suo bagaglio di pratiche pensate dal femminismo radicale, a noi è stato abbastanza chiaro di cosa si stesse parlando. Il desiderio di libertà femminile, condiviso con le donne con cui eravamo in relazione nel nostro percorso, vibrava con la potenza di un Big Bang originario che si ripercuote nei tempi lunghi di un’esperienza trasformativa ancora oggi in movimento.

Ci è stato di grande aiuto un altro luogo di relazioni fra donne a cui ci siamo sentite convocate.

Grazie alla relazione tra Paola Bertozzi, del nostro gruppo donne cdb, e Francesca Spano, valdese di adozione, siamo state invitate a partecipare a un gruppo di ricerca teologica composto da donne valdesi, attorno al quale gravitavano pastore e teologhe come Letizia Tomassone, Daniela Di Carlo, Erica Tomassone. Si è formato così un gruppo interreligioso di ricerca teologica, aperto alle non credenti, in cui, per merito di Pinuccia Corrias, via via il pensiero della differenza diveniva il principale oggetto di elaborazione, alla luce del quale andavamo riesaminando insieme i nostri percorsi di fede e non.

Così abbiamo creato un rapporto con i luoghi di produzione di questo pensiero che ci ha permesso di aprire, in varie occasioni pubbliche organizzate nella nostra città, un dialogo con il pensiero delle filosofe di Diotima e della Libreria delle donne di Milano.

 

Abbiamo mantenuto questi luoghi separati, sia a livello locale che a livello nazionale, con lo scopo di far comunità tra donne portatrici, nei luoghi misti, di una misura femminile sulle cose del mondo e dello spirito. E questo è avvenuto e avviene ancora, non senza difficoltà e conflitti.

A livello nazionale ha preso corpo un collegamento stabile tra le donne delle comunità di base ancora esistenti nelle città del centro-nord. Questo percorso separato ha avuto il merito di aprire in diverse occasioni il conflitto uomo-donna nei luoghi misti dei convegni, dei seminari, sulle riviste e sui siti delle comunità.

Memorabili, a questo riguardo, tra i convegni misti, il primo e l’ultimo sui temi: Le scomode figlie di Eva, tenutosi a Brescia nel 1988, occasione del nostro dichiararci come soggetti all’interno delle cdb e Si fa presto a dire Dio, tenutosi a Castelsanpietro nel 2013, narrato da Adriana Sbrogiò e Mira Furlani su Via Dogana 107.

Così ci siamo percepite noi del piccolo gruppo donne della cdb di Pinerolo e così ci hanno percepite le amiche con cui siamo entrate in relazione: donne comuni, con esistenze più o meno ordinarie, con grandi compiti da assolvere come mettere al mondo se stesse avendo come specchio divino le altre, amare il nostro prossimo come noi stesse e non di più, e amare le nostre prossime come noi stesse, liberamente, riconoscendo loro l’autorità.

 

Poteva bastare il guadagno di luoghi e reti di relazioni femminili dove ridefinire, a partire da sé, il divino e la soddisfazione di aver avuto una grande tenacia nel tempo ma, per fortuna, da donne esperte mediatrici nella politica delle relazioni, come Adriana Sbrogiò e Grazia Villa, da tempo amiche coinvolte nel nostro percorso, ci è giunto l’invito pressante al rilancio, partendo dall’esigenza condivisa di confluire nella corrente viva di pensiero e pratiche femminili.

L’amore di Mira Furlani, nostra amica della comunità di base dell’Isolotto di Firenze, per la Libreria delle donne di Milano e la sua appassionata interlocuzione con Luisa Muraro hanno avuto l’esito di favorire questa possibilità. Questo passo in avanti ci sta dando chiavi di lettura importanti rispetto agli eventi più recenti della nostra comunità che, a loro volta, hanno radici lontane.

 

Interpellati dalle obiezioni sollevate nei luoghi delle donne, nel 1993 alcuni uomini della cdb di Pinerolo hanno dato vita a un gruppo di autocoscienza maschile, aperto a chiunque ne volesse far parte. Gli uomini che facevano parte sia del gruppo di autocoscienza maschile sia della cdb (ma anche qualcun altro) hanno progressivamente cambiato il loro modo di stare in relazione con noi. Possiamo dire che hanno cominciato a riconoscere la nostra autorità ogni volta che ci siamo trovate/i nei luoghi misti della comunità: gruppo biblico, gruppo ricerca, assemblea comunitaria, celebrazioni e liturgie. Questo ha portato dentro la comunità di base riflessioni sul patriarcato e sulle sue implicazioni nelle esperienze religiose, nei testi cosiddetti sacri, nel linguaggio neutro universale… aiutandoci a indagare le radici del potere.

Contemporaneamente però ha avuto origine un conflitto con chi era al di fuori di questi gruppi separati, conflitto per alcuni/e della cdb mai affrontato, come dimostra una vicenda di qualche mese fa, che ha segnato profondamente il vissuto della nostra comunità: l’abbandono da parte del prete che fin dall’inizio ha animato la nostra cdb e che, andandosene, ha scelto di fondarne una nuova.

L’impressione avuta da molti e molte di noi è stata quella di una sua “sottrazione” all’elaborazione di questo conflitto che riguardava anche il desiderio di praticare una gestione più comunitaria e condivisa, che andasse al di là dei ruoli gerarchici e che rendesse visibile il cambiamento avvenuto in noi, nelle pratiche, nel pensiero, nel linguaggio, negli immaginari di Dio… Abbiamo cercato di costruire un luogo in cui circolasse autorità derivante da relazioni fra donne e tra uomini che tentavano di vivere la fede tenendo conto della differenza sessuale. Qui si è manifestato il rifiuto da parte di chi non ha accolto l’invito ad attraversare il conflitto: così non è stato possibile entrare fino in fondo nel merito delle questioni.

Alla luce dei fatti sembra plausibile leggere questa sottrazione come un esercizio di potere, messo in atto per compensare una mancanza di riconoscimento di autorità.

L’aspetto più doloroso è stato la separazione forzata dalle persone, soprattutto da alcune donne che, costrette a una scelta e condizionate dal forte carisma dell’animatore, lo hanno seguito.

Poiché questa vicenda è molto recente, stiamo ancora elaborandone il senso e le relative ripercussioni nel nostro percorso misto. Resta, per il momento, un nodo irrisolto e restano inevase alcune domande:

Cosa avremmo potuto fare e dire? Che cosa ce lo ha impedito?

Non abbiamo sentito l’esigenza, nel corso degli anni, di entrare nel merito di questo conflitto nel nostro gruppo donne, per capire cosa stava succedendo, né l’abbiamo elaborato con le donne delle altre cdb. Forse l’entusiasmo per la separatezza ha reso qualcuna di noi sorda alla comunità più grande?

Non avevamo ancora accettato l’idea che l’assunzione del conflitto fosse necessaria? Non ci era ancora chiara la differenza tra autorità e potere? Non eravamo ancora in grado di usare la forza necessaria per provare a far sì che le cose non si rompessero?

 

(Via Dogana n. 111, dicembre 2014)

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