Sacerdozio femminile? No, grazie

(dal sito della Libreria delle donne di Milano www.libreriadelledonne.it – 9 dicembre 2014)

di Casimira Furlani (detta Mira) – Isolotto – Firenze

“Apriamo la Chiesa alle donne sacerdote”, così s’intitola l’intervista di Simonetta Fiori a Padre d’Ors, per conto del quotidiano Repubblica e pubblicata il 12 novembre scorso su questo sito. Chi è Padre d’Ors? È un prete spagnolo, chiamato da papa Francesco al Pontificio Consiglio della Cultura con l’incarico di presentare una relazione, insieme ad altri trenta consiglieri, sul ruolo della donna nella Chiesa. Alla domanda se è favorevole all’apertura del sacerdozio alle donne egli ha risposto: Assolutamente sì … Che la donna non possa essere prete per il fatto che Gesù era un uomo e che avesse scelto solo uomini è un argomento molto debole. E’ una ragione culturale, non metafisica.
La sua posizione può sembrare avanzata, invece, a mio avviso, é ingannevole. Egli auspica che si conceda alle donne un’investitura sacrale storicamente ideata e culturalmente imposta da un’istituzione tutta al maschile. Che cosa significa aprire la Chiesa alle donne sacerdote? Significa poter entrarci alle condizioni date, quindi omologarsi in tutto e per tutto al maschile? Significa supplire alla carenza delle vocazioni sacerdotali maschili? Ci sono due problemi fondamentali che ancora poche donne e pochissimi uomini vedono, di cui però sempre più bisognerà tener conto quando parliamo di donne, soprattutto di donne sacerdote: la libertà femminile e la differenza uomo/donna.
Ma c’è altro ancora: il sacerdozio concesso alle donne dall’alto di un’istituzione culturale tutta maschile come la Chiesa cattolica romana, sarebbe (dopo una prima fase di disagio), un bel regalo a chi intende impedire che la Chiesa cessi di essere istituzione per diventare comunità di comunità, popolo di Dio senza “funzionari” consacrati (uomini o donne che siano). Questa è la convinzione che sta alla base della nascita delle Comunità cristiane di base in Italia e in Europa, comunità che anch’io ho contribuito a far nascere negli anni ‘60, a cui oggi aderisco come donna che ha fatto il salto della differenza sacerdotale, celebrando e predicando in libertà, una libertà che ormai molte donne di fede cristiana si sono presa senza attendere che si aprissero improbabili chiavistelli da parte della Chiesa cattolica ufficiale.
E’ dal 1987 che gruppi di donne delle Comunità cristiane di base, ma non solo, celebrano insieme l’Eucarestia, mettendo in primo piano la differenza uomo/donna che emerge soprattutto nella lettura del Nuovo Testamento, ma anche nel Vecchio. Grazie all’interpretazione e lo studio della Parola da parte di donne teologhe e non teologhe, sempre più è cresciuto il desiderio femminile di offrire l’Eucarestia fatta di pane, vino e parola come servizio verso la Comunità, quella che si riunisce nel nome del Signore, perché Gesù disse: quando due o tre si riuniranno nel mio nome Io sarò in mezzo a loro.
Le porte erano già aperte e noi ci siamo prese la libertà di entrare.

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