Invidia e gratitudine

Ringraziamo Paola Cavallari per questa segnalazione:

Riporto una recensione al testo di Pulcini Invidia, pubblicata ne Il Paese delle donne quache anno fa

…L’invidia femminile è pervasiva e onnipresente, coglie ogni pretesto per posare sull’altra il proprio sguardo maligno, e tende a moltiplicarsi, riconfermando la sua sostanziale indifferenza all’oggetto, e finendo per investire non solo quella singola donna, ma le donne in generale (…). E allora? Che ne è delle conquiste del femminismo e di quella solidarietà in cui abbiamo intensamente creduto? (…). Il potere è ancora il nostro spettro da esorcizzare. E’ ciò che fortemente vorremmo (perché non l’abbiamo mai avuto!), ma è anche ciò che ci fa sentire in colpa e che non riusciamo mai completamente ad assolvere e legittimare. Cosicché finiamo vittime di una schizofrenia tra identificazione e mimesi al maschile da un lato e negazione e rifiuto del potere dall’altro. (Pulcini).

Ecco descritto, nelle ultime righe, l‘Impossibile della condizione femminile all’interno di un simbolico pensato e strutturato a misura d’uomo. Il passo è tratto dal libro Invidia. La passione triste di Elena Pulcini, uscito qualche anno fa, in cui l’Impossibile della condizione descritta evoca la dimensione del Tragico. Benché l’autrice non faccia sconti all’invidia delle donne:

Non sono dunque gli uomini i veri oggetti dell’invidia femminile, il cui bersaglio è piuttosto rappresentato dalle altre donne. La condizione di impotenza e di subalternità all’egemonia maschile si è tradotta in una sorda rivalità reciproca, spingendo le donne a farsi subdolamente la guerra tra loro…

i toni si vanno via via smorzando per far largo a un’indulgenza che vede nell’empatia e nella solidarietà femminile “il più potente antidoto all’invidia”. Con analogo procedimento, l’ammissione che lo stereotipo dell’invidia fra donne contenga un po’ di verità, viene mitigata da ciò che lo stereotipo non dice: l’invidia delle donne non è un dato di natura ma l’effetto di una costrizione indotta da uno stato di subalternità e di esclusione da un ordine simbolico di cui pure sono parte. Niente a che fare, dunque, – ma c’è forse ancora chi ne dubita? – con “l’invidia del pene” di freudiana memoria. Il conflitto e l’ambivalenza delle donne fra desiderio di potere e rifiuto di un potere vissuto come “colpa” – cui allude Pulcini nel suo libro – è un nodo centrale a proposito del quale sorge spontanea la domanda:  Che rapporto c’è fra il desiderio di potere e la colpa? Perché le donne desiderose di potere dovrebbero sentirsi in colpa se il potere non è – lo sapeva Arendt – necessariamente un male?

Ciò che nel desiderio di potere viene spesso vissuto dalle donne come “colpevole”, ha a che fare con un “furto simbolico” – del tutto immaginario – che verrebbe messo in atto. Si tratta, infatti, per coloro che vi ambiscono, di autorizzarsi a occupare un “posto” (di potere) dentro un ordinamento simbolico rigorosamente maschio, di “proprietà” dell’uomo, che pone le donne in una posizione di illegittimità e di usurpazione: l’appropriazione – indebita – di un diritto di appartenenza a un ordine simbolico cui non si appartiene, cui non c’è “diritto di cittadinanza”, finisce per assumere i contorni fantasmatici di una trasgressione, di qualcosa dell’ordine di un “reato”. Questo diritto, questo desiderio delle donne di occupare posti di potere, si configura dunque, proprio in quanto illegittimo e illegittimabile, come un atto di hybris, la cui colpa si paga a caro prezzo: un’ identificazione-mimesi-omologazione al maschile e una condizione di alienazione rigorosamente imposte dalla struttura di un ordinamento in cui la loro presenza non è contemplata. Non ci siamo allontanate dal tema dell’invidia. Al contrario, il nodo donne-simbolico appena evidenziato, ci permette di individuare la radice prima, simbolica, da cui nasce il sentimento di invidia nelle donne e ci suggerisce di metterlo in relazione al concetto di Giustizia su cui Pulcini ha delle buone ragioni per soffermarsi. C’è tuttavia un’invidia letale, primigenia, riguardante il legame madre-figlia che nonostante il contributo di Melanie Klein (Invidia e gratitudine), – decisamente contraria all’ipotesi di un legame idilliaco fra donne di cui accentuava l’ambivalenza – resta ancora, secondo Pulcini, il “grande impensato della psicanalisi”, “il nodo irrisolto di cui è necessario sondare ambivalenze e complessità”. E, in effetti, così è.

Ne troviamo traccia nello noto mito di Demetra e Core in cui la necessità di una separazione fra madre e figlia viene incarnata da Ade benché, secondo l’autrice di Invidia, la funzione Terza di Ade nel mito e del Padre nella psicanalisi, non sia affatto indispensabile come vogliono, rispettivamente, mito e psicanalisi, il cui scenario edipico non fa che riconfermare l’”ennesima epifania di un ordine patriarcale che spezza il legame irrompendo con la brutalità del dominatore”. Ebbene, proprio nella complessità del legame preedipico madre-figlia –  evidenziato da Freud quando definiva l’amore della bimba per il padre un “surrogato” dell’amore materno – vanno ricercate le ragioni profonde delle asperità e delle lacerazioni che tanto spesso caratterizzano i rapporti tra donne. La via indicata per un loro possibile superamento, è la via dell’ elaborazione della relazione con la propria madre, la sola davvero in grado di modificare e trasformare i rapporti fra donna e donna:

E’ innegabile, tuttavia, che in questa relazione e nella capacità di elaborarla, tenendo insieme  appartenenza e distanza, si gioca la possibilità di gestire e controllare l’invidia nel corso della vita, ogni volta che siamo chiamate a confrontarci con un’altra donna.

Appartenenza e Distanza, Unità e Differenza, ecco ciò che occorre tenere insieme. Ma che cosa si intende con il termine “elaborazione”? Si tratta forse dell’acquisizione, da parte delle donne, di nuove “consapevolezze” riguardanti il legame con la propria madre? La parola consapevolezza entrata, assieme ad altre, nel linguaggio consueto, non è, come si crede, il rimedio a tutti mali. Non basta, lo sanno gli “esperti” dell’inconsciotrasformare in conscio ciò che è inconscio, anche se sarebbe azzardato concludere che fra essere consapevoli di qualcosa che ci riguarda e non esserlo non vi sia alcuna differenza. Certo è che accettare l’idea che l’invidia, questa “passione triste”, ci abiti, nostro malgrado e a nostra insaputa, è assai  difficile ed è proprio questa difficoltà-resistenza a fare dell’invidia il vizio capitale più indicibile, inconfessabile a se stessi/e prima che ad altri/e. Le ragioni di questa indicibilità non vanno tuttavia imputate a un sentimento, comprensibile, di vergogna ma al narcisismo dell’invidioso/a, legato a doppio filo con l’invidia: un narcisista che fosse in grado di confessare la propria invidia o qualsiasi altra debolezza, cesserebbe immediatamente di essere tale per la semplice ragione che il narcisismo e l’onnipotenza di cui si nutre sono – diversamente da quanto solitamente si crede – l’armatura fabbricata dal soggetto per oscurare un deficit, una fragilità di fondo che gli appare  intollerabile.

Ma il narcisismo è davvero, come sosteneva Freud, una caratteristica della donna? Alla passione “primordiale” dell’invidia è dedicato il libro di Pulcini che grazie a una vasta e ricca panoramica sul pensiero e sulle opere di filosofi, teologi, pittori e scrittori insigni che si sono cimentati sul tema dell’Invidia – da Omero a Nietzsche, a Scheler, a Simmel, a Zizek, a Kant, ad Agostino, a Tommaso, a Bosch, a Giotto, a Melville, a Spark e a tanti altri, – riesce nella impresa, non facile, di volare alto, al di sopra delle banalità e dello stereotipo che, attraversando epoche, culture e civiltà, ha sempre considerato l’invidia una passione squisitamente femmina. I Greci, a ricordarcelo è l’autrice, con questo peccato capitale, con questo “vizio senza piacere” tanto più letale e distruttivo quanto più silenzioso e invisibile – benché a primeggiare nell’invidia sia proprio lo sguardo – avevano imparato a riconoscerlo e persino a trovare delle strategie di contrasto – senza rimozioni, senza sconti, senza ritorni del rimosso. Avevano imparato, insomma, a usare quella “strategia omeopatica” che consiste nel “combattere le passioni con le passioni”, un’ottima indicazione “clinico-terapeutica” per curare l’incurabile: le passioni,  infatti, non possono-non devono essere “curate” – se non nel senso che bisogna averne la massima cura. Quel che più interessa, fra suggestioni, pieghe, risvolti e tornanti degli argomenti affrontati nel libro, è la sottolineatura, a più riprese, dell’aspetto universale, relazionale, sociale, economico e politico dell’invidia e della sua perfida azione silente – “Se il serpente morde senza sibilo (…) l’incantatore non ha rimedio”, ricorda Pulcini riportando un detto del monaco Giovanni Cassiano – che rende così difficile, per chi ne è colpito, una reazione che sia qualcosa di più e di diverso da una “strategia difensiva”.

Si tratta, per la precisione, di una particolare strategia messa in atto dall’invidiato/a, costretto/a, per proteggersi dall’invidia, a ricorrere al sacrificio, alla minimizzazione e svalutazione dei suoi successi oggetto d’invidia e, come non bastasse, a una serie di misure di carattere affettivo allo scopo di contenere e placare la furia distruttiva dell’invidioso/a. (Turnaturi). All’ acuta descrizione di Turnaturi in Parola di donna, si può solo aggiungere, in sovrappiù, che l’esito, davvero estremo, di questa “strategia difensiva” adottata dall’invidiato/a, supera il livello di guardia ogni qualvolta ci si trovi nell’incredibile – assurda condizione di dover chiedere perdono all’altro/a per ciò che si è, come se essere quel che si è – quale che ne sia il valore ontologico reale o quello di volta in volta assegnato dall’altrui immaginario – fosse una colpa e/o un crimine da farsi perdonare. Eppure, per quanto possa sembrare eccessivo, di questo, proprio di questo, si tratta: per l’invidioso/a, tormentato da una corrente alterna di ressentiment e di adulazione riparativa, a dover essere eliminata è proprio l’esistenza, colpevole, dell’altro:

Tutto posso perdonarti, non però il fatto che ci sei, non il fatto che io non sono ciò che tu sei, anzi che io non sono te. (Pulcini).

Ecco descritta, come meglio non si potrebbe, la pulsione assassina e la “gioia maligna” che governa qualsiasi processo di identificazione, ma ecco anche farsi avanti, prepotente, l’esigenza ineludibile di indagare a fondo il legame fra Invidia e pulsione di morte. Ne ho trovato conferma nel pensiero di Julia Kristeva che nel suo libro su M. Klein  M. Klein. La madre, la follia – una delle tre figure femminili che assieme ad Arendt e a Colette compare nella sua trilogia dedicata al genio femminile nel XX secolo – considera “la violenza dell’invidia come la versione più esplicita della pulsione di morte”:

Pur derivando dall’amore e dall’ammirazione primitivi, l’invidia si differenzia dall’avidità per la minore presenza dell’Eros: è la pulsione di morte a sopraffarla.

In effetti, nulla è più insidioso e temibile dell’amore e dell’altrui ammirazione messi insieme. A integrazione del quadro solo un’aggiunta: l’invidiato/a deve guardarsi bene dalla trappola di far trapelare all’altro/a, anche solo vagamente, la percezione di sentirsi bersaglio della sua invidia: non c’è arma, per l’invidioso, più formidabile di questa per riversare sulla “vittima” un sovrappiù di umiliazione rovesciando e proiettando su di lui/lei la propria onnipotenza. Per essere o sentirsi invidiato/a bisogna ritenersi, infatti, invidiabile: “Chi ti credi di essere per pensare che qualcuno possa invidiarti?”. Ma c’è un ulteriore passaggio in cui, nel giuoco mortale del: “o tu o io”, l’odio e il rancore dell’invidioso, mai soddisfatti, virano nella calunnia attraverso l’uso di un terzo che assumerà in tutta la faccenda una funzione determinante:

L’invidia attiva (…) ha bisogno di testimoni: ha bisogno di un terzo giudicante a cui si chiede, indirettamente, di diventare complice della propria valutazione, perché è solo attraverso la complicità e il consenso di un terzo che si ristabilisce la distanza fra sé e l’altro. (Pulcini)

Penso che a spingerci alla lettura di certi libri piuttosto che di altri non siano solo delle pure casualità ma la nostra storia, le tappe di un iter personale, la collocazione e l’esperienza all’interno di quell’iter, il flusso di pensieri che in determinati momenti si agitano e ci agitano, orientandoci nella lettura di quel libro che, più di altri, ci invita e ci sollecita a proseguire nella ricerca in cui siamo impegnate. Stavo giusto scrivendo e ripensando alla storia del femminismo, mi stavo giusto interrogando sull’origine delle pulsioni distruttive e sulle lacerazioni avvenute all’interno dei gruppi negli anni ’70, sulle profonde ragioni del passaggio di molte donne dalla pratica dell’autocoscienza alla pratica psicanalitica (cfr. in Il Paese delle donne Se “Femminista non si può dire“) e sugli esiti di una riduttiva e malintesa idea di Differenza all’interno dei gruppi (cfr. Quando la differenza indossa l’uni-forme), quando mi è capitato d’ incrociare le riflessioni sull’Invidia di Gabriella Turnaturi e di Elena Pulcini. Due occasioni per tastare meglio il peso e l’ incidenza che questa passione “obliqua” potrebbe avere avuto sull’inasprimento dei conflitti presenti all’interno dei gruppi femministi degli anni ’70 in cui a favorire un terreno fertile alla coltura dell’invidia erano proprio “prossimità”, “somiglianza” e “sorellanza”, “identità”, concetti che, in un’ottica di valorizzazione dell’ “appartenenza”, potrebbero aver annullato quella distanza feconda su cui l’arte di coniugare prossimità e distanza si fonda.

In mancanza di motivi convincenti per credere che l’Invidia rinunci al suo lavoro di mietitura anche all’interno dei gruppi di donne attualmente esistenti, se è vero che in ogni incontro di una donna con l’altra si riaccendono la passione del legame madre-figlia e il dolore per la rinuncia al primo oggetto d’amore appartenente al proprio stesso sesso a favore di un oggetto di sesso diverso, –  in forza di una eterosessualità normata – questo incontro sarà fatale finché il lutto per questa perdita non sarà stato attraversato, finché la Differenza insisterà ad essere pensata, tematizzata e teorizzata quasi esclusivamente in relazione al genere maschile.

L’oggetto del desiderio di una donna – scrive Kristeva – rimane, tutto sommato, l’altra donna, anche dietro il velo dell’eterosessualità – ecco quello che afferma Melanie Klein con più energia e convinzione di quanto non facciano altri discepoli o detrattori di Freud. Niente di più vero e confermato non solo dal lavoro con le donne ma dalla semplice osservazione. Eppure non è facile seguire Kristeva quando si chiede, nel suo libro, se l’invidia tra donne, che nasce nel modo qui descritto da Klein, sia davvero analizzabile…

(…) (L’invidia assumerà in seguito forme nella quali (…) non è più concentrata sul seno, ma sulla madre che riceve il pene del padre, che ha dentro di sé i figli, che dà loro la luce ed è in grado di nutrirli(…). In particolare la creatività è oggetto di questi attacchi. 

La risposta ci lascia col fiato sospeso perché, se ciò non fosse possibile, questo in-analizzabile costituirebbe, come si vede, il più grande ostacolo allo sviluppo della creatività: “bisogna staccarsi dalla madre per pensare” – scrive Kristeva. E il salto che garantisce della riuscita è possibile attraverso il passaggio dalla posizione schizo-paranoide (mamma-seno) alla posizione depressiva e al suo superamento:

La creazione del pensiero, e poi l’esercizio di una libertà sovrana, che farà forse nascere un’opera di genio, testimoniano una fantasia riuscita di matricidio.

Come? La “forza creativa” delle donne sarebbe dunque oggetto d’invidia anche per le donne? Klein non è una pensatrice facile: è la creatrice moderna del mito della dea-madre. L’invidia per la madre e l’incoraggiamento al matricidio ha dato modo a femministe, detrattori e detrattrici di questa analista di dire la loro. Quanto a me, continuo ad avere alcune perplessità sia sulla teoria kleiniana – soprattutto se confrontata con la teoria davvero rivoluzionaria di Irigaray dalla quale Klein mi sembra piuttosto distante – sia sulla lettura decisamente esaltante che ne dà Kristeva il cui giudizio sul femminismo nonostante alcune condivisibili ragioni, resta alquanto pesante: “Sono contro il femminismo che ha finito per ignorare la libertà individuale”- è quanto dichiarato durante un’ intervista:

Tutti  i movimenti profetici nati dopo la crisi delle religioni, si sono illusi di realizzare il paradiso in terra, ponendosi in un´ottica collettiva. Anche le femministe. Ma volendo liberare un gruppo umano nella sua totalità, si finisce per ignorare la libertà individuale. Come già le rivoluzioni passate, anche il movimento femminista ha dimenticato che la libertà si declina sempre al singolare. Per me è una questione essenziale (…). Occorre sempre rispettare la specificità, i desideri e la creatività d´ogni individuo. Anche il femminismo deve tenere conto della singolarità, altrimenti rischia di degenerare in un altro totalitarismo. (Intervista a Julia Kristeva)

La libertà si declina al singolare, certo, ma non siamo di fronte, ancora una volta, alla visione dicotomica di sempre? Non si tratta di individuale o collettivo, di individualismo o totalitarismo ma di Singolare Plurale come titola un libro di Jean-Luc Nancy in cui viene riportato in una nota quanto segue:

Tra il “noi tutti” dell’universalismo astratto e l’”io me” dell’individualismo miserabile, c’è il “noi altri” di Nietzsche, un pensiero del caso singolare che mette fuori giuoco la contrapposizione tra il particolare e l’ universale.  (F. Warin)

E se è vero che il rischio del femminismo è il totalitarismo – e diciamo pure che in alcune realtà italiane i segni non mancano – non è meno vero che il setting psicanalitico è il più pericoloso incentivo allo sviluppo e alla formazione di un individualismo onnipotente e miserabile, di casta, totalmente avulso da legami sociali e indifferente alla sfera della Politica. Non è forse un caso che, a proposito di Kristeva, Carla Lonzi abbia scritto così nel suo diario del 12 Settembre 1975:

Naturalmente l’impostazione della Kristeva mi ha messo in moto tutto un lavorio mentale. Vorrei incontrarla, parlare con lei. Mi chiedo se si aprirebbe con me. Dove non le credo è in una capacità di godimento diversa dalla mia. Anzi mi sembra una che passa la sua vita a ‘capire’ e a ‘studiare’ molto più di me. Se quella non è trascendenza…..”.

Lonzi le scriverà una lettera che non spedirà mai ma il cui contenuto tornerà alla memoria di Giovanna Providenti,  il 21 Marzo 2006,  molti anno dopo la sua morte, durante l’incontro per il premio “Amelia Rosselli” vinto dall’editore Donzelli per avere pubblicato la trilogia di Kristeva:

Stava già parlando l’assessora Mariella Gramaglia, quando i flash impazziti dei fotografi hanno annunciato che Julia Kristeva era arrivata in ritardo (…) e la mia vicina, quasi parlando con se stessa, mi sussurra: “chissà lei com’è poi (…)voglio dire …) veramente. Ed è da questo punto in poi che, ricordandomi la lettera che Carla Lonzi scriveva a Julia Kristeva nel 1975 (…) la mia mente ha fatto entrare in campo anche lei, la ‘fondatrice’ del femminismo italiano morta nel 1982, che ha trovato subito qualcosa da rispondere a chi mi sedeva accanto: “tradimento sostanziale delle donne che si paludano nel mondo maschile”. (Piccole verità e genio femminile)

Che sia questo il “paludamento” che avverto, in Kristeva come in Klein e che non convince del tutto?

di Paola Zaretti – novembre 6, 2015

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