Seminario Diotima – Umanità dissestata

Pubblichiamo l’intervento di Annarosa Buttarelli (16 ottobre 2015) al grande seminario di Diotima “Umanità dissestata”, e il dialogo con coloro che sono intervenuti/e. Ringraziamo Alessandra De Perini per avercelo inviato. Paola Cavallari ci ha fatto notare che nel dibattito viene affrontato il tema del conflitto tra donne : segnaliamo l’interessante dialogo tra Chiara Zamboni e la relatrice.

Femminismo radicale

Confesso che ho trovato il mio punto di calibrazione per questo contributo quando ho visto con indignazione il numero dell’“Espresso” uscito un paio di settimane fa: si intitola “Le donne hanno perso”. È un titolo sbagliato, è uno strillo quasi scandalistico per, invece, una messa a punto della situazione del femminismo non solo italiano, e ha numerosi momenti di interesse. Solamente poco tempo fa, qualche mese fa, nessuna rivista o quotidiano avrebbe osato intitolare che le donne hanno perso. Quindi mi sono chiesta perché, quale scandalo voleva suscitare questo titolo che va “contropelo”, contro tutto quello che si dice nel mondo sul protagonismo femminile. In effetti il titolo è sbagliato perché il lavoro fatto dalle giornaliste che si sono applicate a questo numero, pone delle domande mirate a suscitare una specie di scossa; si tratta di un grido di allarme, in qualche misura rivolto proprio al femminismo stesso; un interrogativo che non c’è nel titolo dell’ “Espresso”, ma che è contenuto nelle principali domande che vengono fatte, e che interessano il percorso che stiamo facendo in questo seminario. Sono queste:

dov’è finito quel vento di cambiamento che ha liberato le donne da discriminazioni inaccettabili? cos’è rimasto di quella capacità di irrompere sulla scena sociale, scuotere la politica, mutare i rapporti con l’altro sesso, trascinando anche l’uomo in un cambiamento rivoluzionario? la rivoluzione è interrotta, non è fallita. Quando sarà compiuta questa rivoluzione, la vita avrà finalmente due sguardi?

L’articolo si inanella con un altro articolo che riguarda la vicenda di Hillary Clinton nel suo viaggio verso la candidatura alle presidenziali americane, un’avventura destinata a fallire perché, sostiene l’articolo, Hillary è tradita dalle donne; pare si stiano ritirando i consensi femminili che l’avevano sostenuta finora con forza e convinzione e dunque colpisce l’opinione pubblica americana il fatto che Hillary Clinton sia abbandonata dalle donne.

Questi articoli e queste domande hanno una loro legittimità, perché dicono cosa si percepisce, cosa accade a chi sta in ascolto della società femminile e, se queste sono le domande, vuol dire che quello che stiamo facendo in questo seminario ha da essere pensato, a mio giudizio, come un percorso che registra la relativa e forse generale perdita di radicalità.

Credo infatti sia per questo che Hillary Clinton sta perdendo il consenso femminile; mi sembra anche di potere leggere in questo senso certe vicende italiane che riguardano le candidature femminili, quando ci sono, e il fallimento di queste candidature alle elezioni politiche, fallimento rispetto a speranze che si erano suscitate, perché io credo che per sostenere una donna nella sua impresa sociale, politica e elettorale, per sostenere una simile in imprese molto grandi, le donne ne vogliono vedere la radicalità, vogliono che sia visibile la radicalità di questa impresa, altrimenti scatta la svalutazione e la diffidenza. Questo è un’indicazione molto sicura che credo di vedere nel comportamento tra simili, là dove ogni volta sorprendentemente si dice “le donne non hanno il sostegno delle altre donne”.

Un segno di questo mancato sostegno, a mio giudizio, sta nel fatto che molte di quelle che si propongono per essere sostenute nella loro impresa, sebbene abbiano relazioni, sebbene possano vantare di essere accompagnate dalle cosiddette relazioni politiche, in realtà non presentano nelle loro pratiche, nel loro comportamento e nemmeno nel loro modo di presentarsi alle loro simili, la radicalità necessaria che convincerebbe le altre donne a sostenere qualche cosa che è sempre ed ancora imprevisto nel mondo contemporaneo: il fatto che ci siano imprese di donne che sovvertono le indicazioni e i paradigmi che stringono i tempi in una codificazione che riguarda ancora la presenza del segno patriarcale.

Penso che le domande contenute nell’articolo dell’“Espresso” registrino quello che Emily Dickinson chiama la “legge del crollo”. Nella poesia n. 997, Emily Dickinson descrive con molta precisione una delle leggi della realtà contro cui non possiamo fare molto: la “legge del crollo” ha la capacità necessaria a far capire che i crolli di radicalità nelle avventure del femminismo possono avvenire attraverso lo scivolamento, detto anche “un velo di polvere”, “una ruggine della staticità”: sono tutte metafore per mettere in guardia rispetto a ogni cedimento, ogni velo di polvere, ogni ruggine che rende statico il movimento, le pratiche e perfino quella forma di godimento che viene dai risultati ottenuti con le lotte; dà avvio a ciò che Emily Dickinson chiama scivolamento e che io chiamo perdita di radicalità. Ecco il testo della poesia 997 (1865):

Crumbling is not an instant’s Act
A fundamental pause
Dilapidation’s processes
Are organized Decays -‘Tis first a Cobweb on the Soul
A Cuticle of Dust
A Borer in the Axis
An Elemental Rust –

Ruin is formal – Devils work
Consecutive and slow –
Fail in an instant, no man did
Slipping – is Crashe’s law –

Sgretolarsi non è Atto di un istante
Una pausa fondamentale
I processi di Disgregazione
Sono Decadimenti organizzati -È prima una Ragnatela nell’Anima
Una Cuticola di Polvere
Un Tarlo nell’Asse
Una Ruggine Primordiale –

La Rovina è metodica – i Diavoli lavorano
Costanti e lenti –
Nessuno, si perde in un istante
Scivolare – è la legge del Crollo –

Lo scivolamento è ben descritto nella presentazione del grande seminario, ed è sollecitato dalla imponente emergenzialità che si stringe intorno alla vita quotidiana e sottopone il presente a continue accelerazioni illusorie, le quali vengono percepite come reali anche se possono bloccare in qualche misura l’incedere e la trasformazione delle pratiche del femminismo radicale in risposta, in relazione, al cambiamento dei tempi.

Accanto a questo possibile scivolamento vi è quello che viene chiamato il “crollo delle evidenze” su cui si è appoggiata la nostra comune civiltà: un crollo delle evidenze a cui si può addebitare quel disorientamento che finisce in violenza, e che alimenta e consolida i rapporti di forza. Penso perciò sia da riconsiderare e sia da ri-radicalizzare il percorso del pensiero e della politica della differenza sessuale in Italia; penso sia necessario lavorare sui passaggi di paradigma o sulla dissoluzione dei paradigmi, specie di quelli che sono paletti di sostegno del mondo a fondazione patriarcale, nonostante abbiamo più volte ribadito che il patriarcato non ha più operatività dal punto di vista simbolico. La ri-radicalizzazione penso debba riprendere la questione del cambiamento di linguaggio e della scelta delle parole, una fuoriuscita quasi completa perfino dal gergo del femminismo, laddove questo si è cristallizzato, sebbene persistano istanze fondamentali come il femminismo radicale. Bisogna riprendere la lettura della realtà come esercizio che consolida la capacità di orientare se stesse, ma anche la lettura comune. E per leggere la realtà e aver cura della vita quotidiana occorre cambiare veramente il linguaggio e la fondazione del lessico. Sappiamo bene che ci sono tra di noi uomini e donne che già praticano tutto questo e che tentano di continuare a seguire questa via maestra ma bisogna che valutiamo se la stiamo seguendo radicalmente, perché il problema che abbiamo, uno dei più rilevanti, è che non c’è mai stata una rivoluzione della “forma mentis” maschile patriarcale.

Non credo che siamo in presenza di un cambiamento radicale, siamo in presenza di cambiamenti, di accelerazioni presunte tali, di smottamenti, di movimenti che arrivano al capolinea, di evidenze che non sono più tali, però questo non significa che sia in corso sul piano generale una trasformazione radicale. C’è stata un trasformazione antropologica radicale dal punto di vista dei comportamenti generali, però non significa che sia in corso un cambiamento radicale delle fondazioni del paradigma patriarcale. Lo si vede benissimo, per esempio, anche nelle intenzioni di uno degli uomini di buona volontà sempre più citato: papa Francesco. Egli ci fa contente/i per molte cose che dice, ma la “forma mentis” con cui mette a disposizione il suo generoso tentativo di rimettere in movimento il cristianesimo evangelico non mostra assolutamente un cambiamento radicale nella sua posizione evangelica poiché la testimonia filtrandola attraverso una “forma mentis” tradizionale. Se leggiamo la sua ultima enciclica “Laudato sì” vedremo che una delle fondazioni della religione patriarcale e della spiritualità patriarcale, la Trinità, è ancora quella agostiniana; Maria è ancora considerata solo come madre di Cristo e come donna (con la D maiuscola) incaricata di curare la vita di Cristo; non è inserita, la “Regina del creato”, in un ripensamento di una legge del funzionamento della realtà in cui anche il papa possa credere: l’andamento trinitario, la forma trinitaria delle relazioni che sorreggono la realtà. Il ripensamento non è avvenuto, non sta avvenendo.

Perciò resta valida l’indicazione di Carla Lonzi, una madre di tutte noi che va riascoltata assolutamente quando indica nell’“eterna istanza del femminismo” la lotta incessante contro l’assimilazione, lo sfruttamento, lo scivolamento e il pervertimento delle ragioni avanzate dalle donne. La formulazione “eterna istanza del femminismo” è la correzione da parte femminista radicale, per certificare l’impossibile inclusione femminile nelle istituzioni patriarcali, della famosa formulazione di Hegel, “donna, eterna ironia della comunità”. L’eterna istanza del femminismo corregge e capovolge quella che era l’intuizione di Hegel di non poter trovare nelle donne, radicate nel loro sesso, una collaborazione per l’edificazione della vita della comunità politico-isituzionale, per l’edificazione e il mantenimento in vita delle istituzioni patriarcali. In realtà questa posizione delle donne, l’eterna istanza del femminismo, è la radice cui fare sempre riferimento anche nei tempi presenti.

Il titolo dell’ultimo numero della seconda serie di Via Dogana “Le donne sono ovunque”, conclude anche la seconda serie stessa, una chiusura spartiacque o, così l’ho intesa, come l’indicazione della ricerca di un nuovo inizio del cammino del femminismo radicale dopo la sua seconda ondata. Quella in corso o che si sta avviando, è la terza ondata, caratterizzata dal protagonismo femminile nella vita pubblica. Ma forse molte donne non si rendono conto che bisogna riportare questo protagonismo generale in una fondazione, in una genealogia, perché molto spesso non ha una radice e non ha una genealogia e sconta probabilmente il fatto che non è avvenuta una trasformazione soggettiva profonda in molte femministe non radicate nel pensiero della differenza sessuale. Risultano ancora essenziali messaggi, pratiche, e orientamenti dati in Italia dal femminismo radicale delle origini il quale dice che la prima cosa da perseguire è la trasformazione profonda di una donna affinché entri in una genealogia di donne pensanti e fedeli a se stesse (Sputiamo su Hegel corrisponde a questa testimonianza, così come Non credere di avere dei diritti o il manifesto di Rivolta femminile o i testi del Demau). La genealogia non è da considerare come una costrizione cui aderire volontaristicamente o per una riconoscenza che bisogna strappare a viva forza alle giovani donne, o perfino alle donne della generazione di mezzo, come è la mia. Questa genealogia è rintracciabile assolutamente nel percorso storico che conosciamo nelle donne pensanti viventi e nelle donne vissute prima di noi. E’ riconoscibile perché, oltre alle relazioni reali che sono intercorse tra le donne che hanno parlato e scritto, le donne radicate nella loro differenza hanno testimoniato, scritto e pensato in maniere molto simili e dialoganti tra di loro, nonostante i secoli che separano le une dalle altre. Questa genealogia esiste, è concreta, reale, ed è la radice.

L’eterna istanza del femminismo non riguarda la vigilanza sui diritti, non riguarda l’uguaglianza di trattamento economico, anche se non la esclude, ma riguarda il conflitto tra forme della mente, tra ordini simbolici. Questo è il livello, il punto in cui ci si deve collocare.

Non riguarda più lo scontro tra uomini e donne, che pure c’è ancora, ma siccome le coordinate di questo conflitto ci sono chiare, il livello da un po’ di tempo è un altro: è il conflitto tra le forme della mente, tra gli ordini simbolici che si stanno contendendo il mondo tra loro. Quello delle donne è vigente e operante positivamente, mentre gli altri ordini simbolici, del potere, del patriarcato, non sono più evidenze, ma tuttavia combattono la loro battaglia per ricostituirsi, lottano per una loro riforma consapevole.

Sostenere il conflitto a livello di formae mentis, a mio giudizio, significa radicarsi oggi nella differenza. Interrompere questo conflitto radicale, come sta nello scivolamento di certi femminismi, significa interrompere la rivoluzione delle donne e anche la capacità di autenticità, come direbbe Carla Lonzi, una parola dibattuta e misteriosa che però fonda tutto il lavorio del libro più sofferto e costruttivo di Carla Lonzi: Taci, anzi parla. Diario di una femminista.

L’autenticità è un sinonimo di radicalità. Possiamo vedere, per chiarirci le idee, come si intende in generale la radicalità. Uno degli accessi più comuni l’aveva dato proprio Marx, che nel 1843 scriveva che essere radicali significa “cogliere le cose alla radice, e la radice per gli uomini è l’uomo stesso”. Se la radicalità per Marx è cogliere la radice dell’uomo stesso, intendendo ovviamente l’umanità, ancora una volta abbiamo a che fare con la “forma mentis” verso la quale l’ordine simbolico della differenza sessuale apre un conflitto perché invece intendiamo, lavorando sui testi nostri e sulle nostre esperienze, che la radice del pensiero e dell’azione si deve trovare non tanto nell’uomo stesso, ma dentro il “come” ci si colloca nelle relazioni e le conseguenze che ne discendono. Come dire che quando si lavora per capire se c’è radicalità in ciò che facciamo, pensiamo o inventiamo, bisogna che guardiamo come ci si colloca nelle relazioni e le conseguenze che discendono da questa collocazione: questa è la correzione alla formulazione della radicalità in Marx che si potrebbe pensare sulla scorta di Sputiamo su Hegel.

Io racchiudo questa correzione in una formula che suona così: la radicalità è sovranità e mi permetterete di non commentare la questione della sovranità, perché io uso come pratica la “tabula rasa” di Carla Lonzi. Perciò la “sovranità” che esce dalla mia bocca, e su cui ho scritto (Sovrane. L’autorità femminile al governo, Il Saggiatore ed.) è altro dalla sovranità del linguaggio corrente della politica e della tradizione. Quando io e molte di noi pronunciano parole ambigue delle tradizione politica e filosofica stiamo lavorando con la pratica della “tabula rasa”, con la riformulazione radicale dei termini e con la pretesa che questa risignificazione venga colta come segno dell’autorità femminile che lavora nel linguaggio e nel lessico con cui scambiamo i nostri pensieri ed esperienze.

Essere radicali vuol dire essere sovrane: è una formula paradossale nella forma metaforica, ma deve essere paradossale, proprio per via della “tabula rasa”, perchè ogni formulazione che mette sottosopra la codificazione del presente e del contemporaneo ha da essere paradossale, bisogna che abbia la forza di racchiudere nelle formulazioni la paradossalità di quello che stiamo dicendo.

È una mossa, una pratica dell’intelligenza, tesa a far cortocircuitare la comprensione di quello che avviene; è una pratica non originaria nostra, ma molto confacente alla necessità della fondazione di un ordine simbolico della differenza sessuale. A noi è servita questa mossa molte volte. Allora perchè questa radicalità sia sovranità, come in effetti è, possiamo rifarci certo a alcune indicazioni di Lonzi, che sono quelle di muoversi su un altro piano rispetto a quello su cui viene spinta l’opinione pubblica generale, il famoso senso comune dagli eventi emergenziali e, secondo me, muoversi su un altro piano è aprire il conflitto molto radicale sulle “formae mentis”. Inoltre, l’idea di Carla Lonzi secondo la quale “bisogna essere all’altezza di un universo senza risposte” viene incontro a una delle esigenze del femminismo della differenza. Questo universo senza risposte è il mondo in cui viviamo, in cui non esiste più la sostenibilità di ideologie, specializzazioni, disciplinamento dei saperi, eccetera.

Vorrei illustrare ora i punti di avvistamento che ho potuto acquisire in giro per le varie situazioni in cui sto lavorando in questi ultimi tempi, i punti di avvistamento in cui si presenta l’eterna istanza del femminismo, forme di lotta in cui c’è un’epifania del femminismo radicale, ambienti in cui è presente un nuovo inizio, in cui c’è attenzione alla ripresa dell’opera rivoluzionaria delle donne. Naturalmente, in questi ambienti se si cede di un solo passo si scivola, si va in quella dinamica dello scivolamento che porta alla legge del crollo.

Primo punto d’avvistamento è l’impegno per la trasformazione di saperi, per la trasformazione radicale di “forma mentis”; perciò non si tratta qui semplicemente di rappezzamenti, delle revisioni o dei superamenti, tutti movimenti che una cultura persegue per far fronte alla sue crisi, pur proseguendo nella logica formativa di quella cultura. Vedo che c’è un impegno in corso per rendere irrinunciabile questo punto poiché non si sente più l’estraneità delle donne verso il mondo, quell’estraneità che noi abbiamo dovuto assumere per fare quello che abbiamo fatto, ma non è più registrabile l’estraneità come forma radicale, mentre sta diventando una forma radicale la irrinunciabile lotta per la trasformazione dei saperi, perchè il nostro agire diventi semplice, elementare. “Agire semplice ed elementare” è una formula di Carla Lonzi (Sputiamo su Hegel). Noi sappiamo benissimo che non riusciamo ad agire in modo semplice ed elementare a causa dell’affastellamento dei saperi, dell’accumulazione della tradizione dialettica della nostra cultura e della tradizione critica: Tutto questo ha portato ad un appesantimento di ogni movimento e pensiero, perchè ci sembra di dovere tenere conto sempre di tutte queste iniezioni di criticità e di tradizione.

Non possiamo e non vogliamo parlare di tradizione femminile ma di genealogie, perché perfino all’interno di una certa declinazione del femminismo si impone l’osservanza superficiale di una certa ortodossia, e questo significa impedire l’agire semplice ed elementare che viene da un radicamento.

Faccio esempi di questo impegno per la trasformazione radicale dei saperi: Antonietta Potente lo è per il transito da una teologia dogmatica a una sapienziale; per il lavoro all’interno della cosiddetta economia, Lucia Bertell è una donna che aiuta a transitare la concezione stessa di economia a un altro livello, a un altro ordine simbolico; sono convinta che sia un buon suggerimento anche il capitolo che ho dedicato in Sovrane alla questione del paradossale comportamento di donne che si radicano nella propria differenza anche se ogni tanto sono accusate di collaborare col capitalismo. L’arco tra essenziale e lussuoso che descrivo in Sovrane, è una delle chiavi di trasformazione dei saperi economici, anche in controtendenza alla ricostituzione dell’economia di tradizione patriarcale che adesso si serve della parola “decrescita” per mantenere una rifondazione tradizionale. Certo bisogna fare “tabula rasa” del significato comune di “superfluo” per comprendere la necessità del lussuoso, vitale per la vita dello spirito.

Del resto, si tratta di comprendere anche che la filosofia e la politica delle donne sono sapienziali. Quello che sta facendo Antonietta Potente è coerente col femminismo radicale di oggi, e col femminismo radicale tout-cout, e bisogna portare sempre di più alla nostra consapevolezza che la filosofia e la politica delle donne si iscrivono in una forma della mente sapienziale, non sistematica, non dialettica, non organizzativa. Non ha queste caratteristiche che fanno della tradizione dei saperi la forma prevalente che abbiamo incontrato nella nostra vita. Ecco: la lotta è al livello delle “formae mentis” e, per esempio, una politica profetica ci permette di compiere la lettura paradossale del presente, e garantisce l’orientamento per la fuoriuscita dalla necessità dell’esistenza dei partiti. Bisogna che lavoriamo per immettere dentro questo impegno per la trasformazione dei saperi questi aspetti, collegandoli a ciò che è in crollo nella tradizione patriarcale e bisogna che spostiamo completamente i termini della questione, attraverso una “forma mentis” di tipo sapienziale.

Secondo punto d’avvistamento: i movimenti che catturano le donne perché esprimono amore per il mondo, movimenti sociali ed economici. Il punto di radicalità, perchè le donne non scivolino dentro questi movimenti e perdano radicalità, è quello individuato da Chiara Zamboni quando, nel dialogo con Lucia Bertell, richiama la dimensione materialista dei beni comuni (terra, acqua) e il lato spirituale che viene richiamato da queste lotte, e il punto di perdita di radicalità è quando queste dimensioni materialiste e spirituali vengono accostate senza che ci sia trasformazione, ovvero che ci sia l’introduzione dei due aspetti all’interno della “forma mentis” sapienziale. Credo che molte donne che fanno parte di questi movimenti alla fine siano dolenti e inquiete, perchè sono portatrici di un legame particolare che non abbiamo ancora sviluppato, un legame che credo sia possibile recuperare e sviluppare in una forma completamente nuova rispetto alla tradizione: è il legame tra donne e popolo. In quell’ingresso delle donne nei movimenti c’è un’istanza popolare o sapienziale che impone sempre di più che venga studiato questo legame e che venga studiato perché nutra quella “forma mentis” che fa parte della filosofia e della politica delle donne.

Terzo punto di avvistamento è il mutato rapporto con il potere istituzionale. È quasi diventato risibile parlare ancora di decostruzione del potere istituzionale perché il potere istituzionale si è tagliato da solo il ramo su cui stava seduto. La decostruzione che si chiama estraneità, la decostruzione radicale femminista che aveva nome estraneità, non è rintracciabile nel cammino della rivoluzione delle donne. La lotta si è spostata su un altro livello che fa diventare terreno di conflitto la cosiddetta decisione, uno dei nuclei più problematici della possibilità di agire, una delle parole che nella nostra cultura è tra le più problematiche e imbarazzanti perché riguarda la connessione, o la non connessione, tra pensiero e azione, e la forma dell’uno e dell’altra, il loro intreccio. La decisione riguarda sia il pensiero sia l’azione, sia il loro intreccio eventuale o lo iato che si crea tra i due. E’ una delle figure che danno più da fare sia a livello filosofico che di comportamento. Sembra una figura lontana dal comportamento delle donne in generale nella storia conosciuta, ma in realtà forse perché la decisione viene scambiata con la presa del potere, e certamente nella storia del cammino delle donne non c’è la cultura della presa del potere. Ve ne è un’altra, che è la cultura dell’agire passivo. Questo stile di comportamento cambia completamente la forma della decisione, perché la decisione entra in un ambito sapienziale, non è più una questione tecnocratica come lo è invece all’interno alla discussione che sta intorno ai poteri istituzionalizzati. Se noi osservassimo ciò che fanno quelle donne che non possono più sentirsi estranee, scopriremmo che stanno pensando a studiare la forma della decisione sapienziale che cambierà i processi di governo, non solo istituzionale. Se noi lavoriamo su questo punto e troviamo un modo di fare della decisione delle donne una forma nuova della decisione, differente da quella contenuta nella tradizione dialettica, noi cambiamo le istituzioni.

Quarto punto: conflitto tra donne. Bisogna aprirlo decisamente, non è più un problema aggirabile, una cosa da mettere sotto il tappeto, nelle conversazioni private, è qualcosa da aprire con coraggio per farlo uscir fuori sia dal tappeto, sia dal silenzio omertoso, sia dall’oscurità che ancora lo avvolge, sia dall’ipocrisia e dal non detto. Sono convinta che se non ci lavoriamo sarà una delle cose che interrompe il cammino rivoluzionario delle donne. Esiste, è grave ed è senza politica, non ha ancora una politica praticabile. Bisogna assumerlo e guardarlo in profondità. Riguarda soprattutto il misterioso problema che Lonzi chiamava l’autoinferiorizzazione e questo ci dice, paradossalmente, che la relazione di autorità tra donne va rilanciata con decisione e senza sconti, perché noi stiamo cincischiando intorno al fatto che è tornato con vigore il problema dell’inferiorizzazione per far fuori la pratica dell’autorità che riguarda specialmente le relazioni tra donne, poiché è specialmente tra donne che questa pratica ha trovato delle obiezioni oscure, dei conflitti non esplicitati. Se io leggo correttamente ciò che vedo, questo punto è un irrinunciabile del femminismo radicale.

Quinto punto: la dissoluzione della forma patriarcale della famiglia e del matrimonio da portare a termine, senza sconti alla cultura moderna dei diritti. Questa è una questione del femminismo radicale oggi, che va in contro pelo a moltissime istanze che si avvalgono del paradigma dei diritti per potere interrompere questa dissoluzione iniziata dalla rivoluzione delle donne e che abbiamo modo di rilanciare da varie prospettive. Per esempio prendiamone una: la riedizione del libro di Carole Pateman, Il contratto sessuale (ed. Moretti&Vitali), che molte di noi hanno studiato negli anni ’90, ma che oggi va rilanciato perché contiene l’obiezione invalicabile e definitiva alla maternità surrogata e a molte altre nuove trovate del cambiamento in corso delle rovine patriarcali. Un’altra occasione è avere ben presente la priorità dell’autorità femminile nelle relazioni. Questo non può essere dimenticato nei vari possibili scivolamenti, perché l’autorità femminile nelle relazioni può aiutare a mettere ordine per esempio all’orientamento nel mondo della cura, come è oggi e che sta per essere assimilato da una pervertita lettura, come è stato pervertito e assimilato il senso della relazione dalle formazioni manageriali, dalle organizzazioni aziendali. Bisogna ritrovare la priorità dell’autorità femminile secondo l’elaborazione nella forma contenuta nel libro di Luisa Muraro Autorità (Rosenberg&Sellier), che fonda la differenza e fa “tabula rasa” dell’autorità intesa nella tradizione. E’ la radice femminile di quella forma di autorità, anche se le radici attraversano le donne stesse e vanno nel mistero, e da lì danno i loro frutti.

Per convincerci della bontà di questo ultimo punto, certamente molto controverso, relativo alla dissoluzione della famiglia, chiudo rileggendo un passaggio breve di Carla Lonzi: “Noi intuiamo oggi una soluzione alla guerra, ben più realistica di quelle offerte dagli studiosi, nella rottura del sistema patriarcale attraverso la dissoluzione dell’istituto familiare ad opera della donna”.

Domande

Prima interlocutrice Paola Polettini

In questo tuo lungo discorso, sicuramente radicato in molta esperienza, io colgo solo un aspetto che mi ha colpito e penso sia abbastanza importante dal punto di vista dell’ordine simbolico, il discorso della decisione, su cui c’è moltissima letteratura e sperimentazione. Si tratta di un discorso derivato, perché a monte della decisione c’è sempre il giudizio, la formazione del quale entra nel campo del valore, in quanto il valore è qualcosa che noi assumiamo dalle esperienze fatte, che ci fanno dare valore o meno a quello che succede ai risultati, ne abbiamo più o meno soddisfazione, più o meno conflitto e da lì scaturisce il giudizio, che non è soltanto quello del singolo, ma ci deriva da tutta una imposizione del mondo che ci sta attorno, quello che tu chiami popolo e io non ho mai capito cosa sia, perché lo vedo solo fascista e mi sembra che sia questa pressione che noi subiamo spesso, qualcosa che c’è passata all’interno delle differenze, non solo tra certe donne e certe altre, ma passa all’interno di tutte noi. E quindi la cosa da elaborare, da cercare di sbrogliare per trovare una modalità pratica di relazioni che siano trasformative, a me sembra che debba girare intorno a questo tipo di problema, che è l’astenersi dal giudizio, cioè dare il tempo della riflessione, che è la passività femminile, la capacità recettiva, metterla a disposizione del lasciare che le cose avvengano, senza giudicarle perchè non abbiamo bisogno di prendere questo tipo di decisione. La decisione succede quando i fatti emergono in una maniera più evidente, non perchè è scattato qualcosa dentro di noi.

Seconda interlocutrice. Maddalena Spagnolli

Volevo chiederti un chiarimento sul cambiamento. Hai parlato di cambiamento radicale, però tra cambiamento e trasformazione, tra questi termini, quale differenza passa?

Annarosa

Ci sono molte forme dell’agire in cui entra il momento che noi chiamiamo decisione ed è esattamente il momento in cui si uniscono o si dividono pensiero e azione. Paola ha tradotto pensiero come giudizio. Questo è giusto, nella tradizione della parola è così, ma bisogna provare a fare “tabula rasa”, per introdurre altri accessi a questa parola, che dà altri accessi alle forme dell’agire. Una l’hai detta tu stessa, cioè l’agire passivamente, cioè anche quando si agisce dopo che si è ascoltato il movimento della realtà, il suo scorrere, non dei fatti, ma delle sue dinamiche, se siamo capaci di leggerle perchè ne va di questo, dopo che abbiamo ascoltato ciò che dice Carla Lonzi: “leggera ed elementare l’azione”.

In quel momento la forma della decisione è molto differente rispetto a quella del giudizio o del pregiudizio su fatti della realtà, voglio dire che stavo parlando esattamente di questo, cioè della scoperta di un altro modo di decidere, che vuol dire unire pensiero, o lettura della realtà, in modo impersonale, e azione conseguente che ci muove, fa anche muovere, è per questo che si decide, si entra in un dinamismo che però è leggero, elementare, perché è impersonale. La decisione che tu hai indicato è una decisione di tipo individualistico moderno, quella che usa la forma critica sulla realtà, giudizio, penso che tu intenda così, cioè la forma di approccio critico, e alcune volte ci vuole, perché se tu hai davanti qualcuno che ti fa male, devi pure giudicare, assumere un giudizio su ciò che sta avvenendo e quello porta ad una forma di decisione, sono le decisioni dell’emergenzialità. Insomma bisogna studiare queste cose. L’altra, che tu stessa hai indicato, è una forma impersonale di decisione: rileggete l’Azione perfetta di Chiara Zamboni e troverete indicazione di ciò che dico. Decidere è una parola chiave della cultura, chiamiamola così, contemporanea che qualifica adesso il potere istituzionale, non lo qualifica più tanto per le gestioni o non gestioni dell’esistente, che sono risibili, quanto per il potere di decidere. È tornata questa forma che qualifica la sovranità tradizionale, che pone la questione tutta in un altro modo, per questo dicevo che è un compito del femminismo radicale portare ad una elaborazione la forma della decisione, che fa parte della ricerca dell’esperienza, della preferenza anche femminile dell’agire, che cambia quelle istituzioni cui siamo abituati. Poi naturalmente dobbiamo lavorare su tutti questi concetti: impersonale, agire passivo eccetera.

A Maddalena io dico molto brevemente il significato differente che hanno questi due termini, usati come sinonimi, cambiamento e trasformazione. Non vi racconto del lungo percorso che mi ha portato a dirvi adesso una definizione molto semplice, che ho confrontato con Michela Pereira, che ha studiato molto la tradizione alchemica, sapienziale, le filosofie non accademiche. Il cambiamento si può distinguere dalla trasformazione perchè è reversibile, ha una reversibilità quasi perfetta, mentre le trasformazioni, siccome sono cambiamenti di forma, transiti da una forma all’altra, non sono reversibili, non possono essere revocate, possono non proseguire, ma non sono reversibili. È per questo che, per accedere al piano della trasfomazione, sia come letture sia come pratiche, bisogna comprendere che i comportamenti, le letture e le situazioni trasformative danno una possibile fuoriuscita dalla coazione a ripetere che caratterizza la storia dell’agire politico generale.

Terzo interlocutore Mario

Annarosa

Nella mia proposta, che prosegue la rivoluzione radicale cui io faccio riferimento, quella di Carla Lonzi su questo tema, mi riferisco alla istituzionalizzazione dei legami affettivi secondo il paradigma della modernità, cioè del sottoporre al contratto e al diritto questi legami affettivi nella forma patriarcale, perché la famiglia è uomo, donna e figli. Nella forma moderna del matrimonio non ci piove, non è altro, e se noi vogliamo parlare di altre famiglie, dobbiamo fare “tabula rasa” della parola famiglia, dobbiamo risignificare questo termine, se ci siamo affezionati, io non particolarmente, mentre sono molto affezionata al senso eterno dei legami affettivi. Questa è un’altra faccenda, cioè la radice eterna dei legami affettivi scelti, per amore si spera, è per me sacra, mentre non lo è la perversione di questa scelta che ha dell’eterno, nella sua istituzionalizzazione patriarcale e moderna. Perfino il riconoscimento dei matrimoni non eterosessuali per me è un problema in questa chiave.

Quarta interlocutrice Luana Zanella

Vorrei riprendere l’inizio del tuo ragionamento, anche per verificare se ho capito bene. Riguarda il problema delle donne che si presentano e corrono per raggiungere delle mete considerate tradizionalmente prestigiose, hai fatto l’esempio della Clinton. Siccome nelle elezioni regionali ho seguito abbastanza da vicino lo scacco di una candidata presidente, che non solo non ha raggiunto lo scopo, ma è riuscita a raggiungere il record dell’insuccesso nei 40 anni di scontri tra centro destra e centro sinistra, semplificando, e al di là delle peggiori aspettative. Nel corso della campagna elettorale avevo percepito non solo a Vicenza, dov’era particolarmente odiata questa donna, ma ovunque, una resistenza, una diffidenza, quasi un odio viscerale per lei. Io pensavo che si trattasse di una esagerazione e mi chiedevo perché fosse così forte l’avversione, più di quella espressa per candidati meno competenti. Adesso, ascoltando le parole di Annarosa, mi si è aperta un’altra prospettiva, che è che si intreccia anche con il ragionamento del legame tra donne e popolo. La gente, in particolare le donne, percepiscono nella figura della politica, della candidata in questo caso, la mancanza di autenticità anche se ha delle relazioni con donne, la fragilità e il non pensiero su queste relazioni e quindi una mancanza di pratica che l’ha portata alla sconfitta. Per Clinton non so, stiamo a vedere, perché lei è una donna molto intelligente e non conosco a fondo la situazione. Preferisco parlare della mia esperienza, vissuta anche con grande sofferenza, perchè alla fine una giovane donna buttata in quel modo nell’arena non mi ha fatto bene, mi è dispiaciuto. Volevo sottolineare che la questione della radicalità, cioè il fatto che una donna che compete per un posto di potere, dove si va a decidere, mi verrebbe da dire che è necessaria la radicalità, una pratica di sovranità, come l’hai articolata tu, cioè una pratica ripensata e declinata anche con gesti, politiche, nuove forme dell’agire, dell’autorità femminile. Anche questo, se ho capito bene, significa il nuovo femminismo, che non ha confini, nel senso che le donne sono dappertutto, però ha necessità di radicalità di essere nella genealogia per cambiare la “forma mentis”, forse per salvare anche il mondo, perché così non andiamo da nessuna parte.

Annarosa

Esattamente quello che dicevo, perfino la triste vicenda della scoperta delle mail della Clinton. C’è un segno lì della differenza femminile, che lei non sa assolutamente fare fiorire come un valore a suo favore e, siccome questo non avviene, è chiaro che lei perde agli occhi delle altre donne l’autorità. Lei diventa uno dei tanti politici che fanno le marachelle, cose che in America fanno la sfortuna dei politici di professione. Ma è questo il punto, lei non sa, perché non è radicata nella differenza femminile, non sa nemmeno, almeno al momento, leggere quelle reazioni che le vengono spontanee, che hanno il segno della differenza, ma lei non lo capisce e purtroppo quello che lei pensa che sia segno della differenza non lo è, per esempio il fatto di aderire entusiasticamente alla guerra in Iraq. Questo le aveva già fatto perdere il consenso di molte donne. Il problema di tante donne che si affacciano sulla scena pubblica è che quando si muovono spontaneamente rendono la situazione sgangherata, perché così dev’essere, cede la compostezza delle regole istituzionali. Bisogna saperne fare un vantaggio; le donne che non lo sanno fare non saranno appoggiate dalle altre donne.

Dal pubblico viene richiesto un giudizio su Angela Merkel

Penso che lei spontaneamente agisca secondo la differenza femminista. È una femminista perché adesso ha organizzato una riunione solo tra donne nel G7, ha introdotto questa novità della riunione tra donne coinvolte nei governi. È evidente che adesso comincia a rilassarsi un po’, però io penso che molte delle cose che fa hanno il segno della differenza femminile. Dopodiché è anche una donna che ha un’educazione e una disciplina di partito, che la pongono in una terra di mezzo. La sua abilità comunque è straordinaria perché, nonostante lei abbia il lato della differenza, non è stata mai fatta fuori da nulla. Anche il fatto di non coltivare la sua immagine, di non avere alcuna cura per la sua immagine pubblica, di non avere mai costruito intorno a sé la mitologia del corpo del re, la mitologia di chi governa (anche Berlusconi si era fatto la sua), di non aver cercato di crearsi intorno una intangibilità ne fa in qualche modo una testimone della differenza femminile che è al governo istituzionale. Penso anche che molta della sua rigidità, rispetto alle politiche monetarie ed economiche, derivi da un sincero scandalo che lei prova per la corruzione. La sua adesione, che ci scandalizza, alla prevalenza del paradigma finanziario sul paradigma economico, io penso che sia davvero qualcosa di inquietante, che si potrebbe correggere, però io penso che non sia perché lei faccia prevalere la finanza sulla vita, forse è tutto il contrario. Il suo scandalo per la corruzione c’è chi lo fa derivare dalla sua formazione protestante o perché proviene dalla Germania Est, invece io penso che sia un fatto femminile, perché una donna si scandalizza davanti alla corruzione. Per esempio penso che lei sia disgustata dalla corruzione che c’è in Grecia o in Italia, dove non si muove nulla che non sia pervertito dai legami di clientela o dalla corruzione plateale e che creda che le politiche finanziarie europee siano una risposta, che io giudico sbagliata, però una risposta alla sua indignazione.

Sesta interlocutrice Chiara Zamboni

Volevo tornare su un altro punto, che mi è piaciuto molto: è quello della radicalità, che Lonzi definiva un essere all’altezza di un universo senza risposta, questo mi è sembrato un punto centrale della tua relazione. Volevo sviluppare e articolare di più la parte che hai nominato del conflitto tra donne. Mentre il conflitto nelle posizioni simboliche di forme mentali diverse è una cosa che mi sembra da un certo punto di vista più semplice, sul conflitto tra donne volevo che si articolasse di più il discorso, perché è uno dei punti più difficili nella politica delle donne, e ricordare che molte donne hanno lavorato molto su questo, in particolare Angela Putino, che lavorava sul conflitto guerriero tra donne con nuove regole.

Perché è così difficile per le donne rispetto agli uomini? Perché, come ho elaborato in Diotima, mette in campo il rapporto con la madre, il rapporto fusionale con la madre, nel conflitto con l’altra donna, se non hai elaborata simbolicamente questa questione, puoi sentirti uccidere da un’altra donna o avere paura di uccidere un’altra donna. C’è questo elemento del rapporto col corpo materno, colla madre, che non abbiamo mai pensato di mettere da parte ma di starci presso. Questo fa la difficoltà del pensiero femminile tra donne. Alcuni conflitti so che non devono essere portato avanti, che bisogna fare un passo indietro: lì l’oscuro materno sta giocando in negativo e quindi la possibilità di un gioco conflittuale apre il rapporto con la madre.

Annarosa

Come spauracchio anche. Riguardo ad Angela Putino sicuramente ci ho pensato, ne ho parlato anche oggi con Sandra De Perini: ce lo ricordiamo il suo tentativo, e però è un tentativo che fa riferimento ad un orizzonte che potremmo chiamare quasi da codice d’onore. Lei voleva creare una forma di comportamento onorevole nel conflitto tra donne, con l’aiuto della tradizione orientale, l’ispirazione è quella. Ci sono delle movenze che sono sconosciute alle donne, dei comportamenti di rispetto, anche proprio del rendere onore ad un’altra donna, che sono sconosciuti perché sono codificati secondo la tradizione dell’onore pubblico, sia in oriente che in occidente.

In effetti rendere onore tra le donne è quasi esclusivamente affettivo, si riferisce a quella dimensione di un legame molto intenso e non rimovibile che è quello con la propria madre. Io credo che bisogna entrare in un momento di autocoscienza, si tratta di fare questa cosa che è mancata. L’ha tentata Carla Lonzi nei riguardi delle sue compagne di Rivolta femminile, per capacitarsi di un conflitto di cui all’inizio non capiva il perché e il percome, lei che aveva l’intenzione amorosa di entrare in una relazione autentica con queste donne e proprio perché aveva la capacità di guidare si è trovata ferita, espulsa e rifiutata e ha visto anche soffrire le altre. Questa sofferenza che nasce all’improvviso nelle relazioni tra donne nasce quando qualcuna va più avanti, sa fare e creare più delle altre. Questa sofferenza è visibile, l’ho potuta osservare, anche se è oscura e fino ad oggi incoercibile questa autoinferiorizzazione nei confronti della figura che forse si mette al posto della madre. Io non sono più così sicura che c’entri sempre e comunque la relazione con la madre, ma non posso andare molto oltre perché manca autocoscienza, bisogna lavorare con la psicoanalisi, ma la psicoanalisi non è propriamente autocoscienza. Io non so andare molto più in là del dire che questa sofferenza fino ad oggi di quelle che provano dolore perché l’altra non è completamente sullo stesso piano e non si instupidisce, non diventa stupida per stare sullo stesso piano, e anche la sofferenza di chi si sente abbandonata a se stessa, alla solitudine del caso, della singola che non è più avvicinabile in quanto ha quello che abbiamo chiamato un “di più”.

Questo instupidimento che è richiesto per potere essere sostenute nelle relazioni strette, (perché viceversa sul piano pubblico l’instupidimento causa la ritirata delle donne, cioè il fatto di non avere una radicalità) ma sul piano delle relazioni strette, duali, questa questione dell’instupidimento è per adesso la cosa che esiste e io non sono disposta né per quanto mi riguarda né per quanto riguarda le altre a consentire a questo instupidimento per potere essere insieme. Essere insieme ha questo prezzo per ora e la questione dell’autenticità è in questa zona. Carla Lonzi era autentica fino in fondo, fino a far sembrare folle la sua determinazione nel dire quello che passa nel non detto, che va sotto il tappeto, nel cercare proprio che non ci fossero oscurità nelle relazioni tra donne e donne e uomini. Questa radicale autenticità l’ha condannata alla solitudine e però lei non ha mollato e ha pagato il prezzo che ha dovuto pagare. La questione è qui: quando non si è disposte a rinunciare alla verità nelle relazioni, quando non si ha questa disponibilità tra donne, le relazioni si infilano nella sofferenza. Tra gli uomini c’è più verità, loro conoscono i codici di comportamento che devono tenere. Non ci sono i non detti, ci sono gli odi, gli omicidi, ma c’è una forma di codificazione dei conflitti, o delle amicizie o delle solidarietà, molto leggibile ed efficace: non permette il non-detto, il ritrarsi in forme di instupidimento o di inferiorizzazione o di sofferenza. Tra donne c’è questa sofferenza che chiude in una debilitazione chi la prova, cioè quelle che credono di essere da meno o che gli venga tolto qualcosa dall’autenticità di un’altra. Non so se questo ha esattamente a che fare con la relazione con la madre. Può darsi, dopodiché se è così noi siamo fritte, perché da una parte non possiamo rinunciare ad una relazione privilegiata con la madre (tenete conto che in un certo senso Carla Lonzi in autocoscienza si è smarcata da questa relazione pur non perdendo radicalità: questa è una cosa interessante). Forse bisogna smarcarsi un po’ dalla relazione con la madre, magari non mettendo sul conto di questa relazione la stupidità femminile e anche la cattiveria tra donne. Magari forse bisogna metterla su altri conti: non lo so davvero, ho aperto dentro di me un interrogativo, anche perché io sono molto sensibile a queste cose e rischio una sofferenza molto grossa. Io ho sospeso il sapere di cosa si tratta, ma so individuare molto bene quando incomincia l’azione debilitante e questo è il punto che mi ha spinto oggi a dire che bisogna andare in fondo a questa faccenda.

Settima interlocutrice

Non sono convinta rispetto a quello che hai detto che gli uomini abbiano questa modalità codificata del conflitto, almeno per le nuove generazioni. Mi sembra addirittura che un certo tratto della impoliticità del conflitto femminile sia diventato quasi paradigmatico anche col neoliberismo. questa inautenticità che si chiede per stare al patto delle relazioni femminili mi sembra sia diventato paradigmatica nelle relazioni anche maschili.

È un nocciolo importantissimo.

Annarosa

la mia osservazione di maschi giovani non va oltre l’università e quelli che ho conosciuto mi sembra siano interni al modello che ho descritto

Ottava interlocutrice

Vorrebbe approfondire il tema della dissoluzione della famiglia e vedere quanto le società matriarcali possono offrire delle soluzioni. Sulla distanza tra materia e spirito suggerisce di andare a riprendere le esperienze contadine

Annarosa: anche qui bisogna studiare.

Fine dell’incontro

 

 

Un pensiero su “Seminario Diotima – Umanità dissestata

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