Diaconia delle donne o nuove pratiche?

Carla Galetto

Sono rimasta molto sollecitata dalla relazione di Maria Soave Buscemi all’ultimo Convegno nazionale delle Cdb svoltosi a Verona.

Ci ha proposto di entrare in una prospettiva che tenga conto della sperimentazione e dell’invenzione. Ci ha invitato a superare la “perfezione” del 12: 12 sono le tribù di Israele, gli apostoli, i mesi dell’anno, gli anni di malattia dell’emorroissa, gli anni della bambina che muore… per aprirci al 13: 13 sono le lune dell’anno lunare, 13 gli apostoli (Maria di Magdala, nel vangelo di Giovanni, è presentata come apostola), c’è una 13ª tribù, quella dispersa che dobbiamo cercare… Anche Dina, dopo 12 fratelli, è la figlia di Giacobbe dimenticata (Gen 30,21 e Gen 34). Occorre passare dall’arroganza del 12 per aprirci a un mondo includente, per metterci in cammino, ripercorrendo i cammini delle donne che sono state zittite.

Come suggeriva Maria Soave, è necessario coltivare la speranza che non significa essere ottimisti/e: anch’io continuo a coltivare la speranza che presto possa avvenire un salto quantico (come diceva Mary Daly), che permetta agli uomini di smettere di porsi al centro dell’universo, per entrare in relazione con il cammino che le donne vivono con determinazione e libertà. Con questa 13ª tribù, che è consapevole di non essere rappresentata dalle altre 12, anzi, che non vuole essere né rappresentata né definita dallo sguardo maschile, ogni volta che questo sguardo è autocentrato e onnipotente e che si riferisce alle donne come oggetto del proprio pensiero.

La 13ª tribù è fuori dal campo, come Miriam nel libro dell’Esodo.

E credo che papa Francesco, pur nella sua apertura e con il suo rinnovamento, non riesca ad uscire dal sistema patriarcale della chiesa cattolica, per incontrare il mondo femminile. Secondo me non basta pensare alla diaconia femminile: è come fare un piccolo spazio, invitando le donne a far parte di un sistema pensato dagli uomini e che non sa mettersi in discussione. Certo che se ci sono donne che desiderano inserirsi nella chiesa in questo modo è bene che lo possano fare, liberamente, però io credo che questo non sia sufficiente: è necessario scardinare il piedestallo che riconosce allo sguardo maschile la supremazia sul mondo, sulla spiritualità, sull’economia… per accorgersi che ci sono veramente tanti e tanti nodi da sciogliere.

Nell’esperienza che da molti anni faccio con altre donne delle Cdb mi sembra stia avvenendo un ricco percorso parallelo con temi, idee e pratiche che non trovano ancora spazio nei luoghi misti. E mi chiedo quali possano essere le strade e le modalità per costruire insieme, uomini e donne, un cammino condiviso, in cui le differenze non siano causa di separazioni o di esclusioni, ma occasione di confronto e avvio di nuove pratiche.

Ho riletto in questi giorni in comunità il brano di Giovanni 13,1-17 che ci parla di Gesù che ha lavato i piedi ai discepoli, invitandoli tutti a fare altrettanto con tutti e tutte: un gesto di cura, di amore e di condivisione. Sappiamo però anche che qualche tempo dopo (Lettere Pastorali) nella chiesa che si stava rapidamente strutturando, saranno le vedove a compiere il gesto di “lavare i piedi ai santi”… Forse è giunta l’ora che l’esempio di Gesù diventi pratica concreta, quotidiana; potrà essere questa la vera rivoluzione che aprirà cieli nuovi e terre nuove?

(pubblicato sul sito nazionale Cdb – 1° piano)

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