Qualche riflessione sulla storia del rito

Gruppo donne Verona

“Etimologicamente il termine rito discende dal sanscr .r̥tà-, che è concetto fondamentale della religione vedica, e significa l’ordine cui devono conformarsi sia il cosmo sia la società sia l’individuo; a esso si conforma evidentemente anche l’azione sacra, mentre deviando da esso rischierebbe di rompere l’ordine, provocando conseguenze dannose.”[1]

“Il rito quindi è un insieme di regole di condotta che prescrivono come la persona debba comportarsi con gli oggetti sacri. Attraverso di esso l’individuo si sente in contatto con forze superiori (generalmente si pensa a forze divine, ma adesso si tende a pensare che possono anche essere l’esperienza dell’influenza della collettività sull’individuo). E’ quindi una espressione della collettività, è un modo per trasmettere idee e esperienza, riafferma le credenze e gli ideali fondamentali collettivi della comunità.

I riti quindi possono avere effetti significativi sugli atteggiamenti, sulla conoscenza, sui legami di fedeltà, sulla percezione di sé, sull’identità e sulle credenze degli individui.” [2]

Forniscono informazioni sull’appartenenza e sui rapporti di potere all’interno del gruppo.

“L’antropologia ci ha insegnato che le forme principali in cui si esprime il simbolico sono due: il rito e il mito. Il rituale è una attività che coinvolge simbolicamente i partecipanti ad una impresa comune; produce conformismo, ma anche soddisfazione e gioia di non essere soli. Nel rito la realtà viene semplificata, i fatti vengono adattati e la convinzione di adeguarsi ad un ordine dato genera sicurezza.

Attraverso i simboli noi ci misuriamo con il caos dell’esperienza e creiamo un forma di ordine. Affidarsi emotivamente a un simbolo comporta uno stato di soddisfazione e di quiete di fronte a problemi che diversamente susciterebbero solo preoccupazione.

Simbolo è, in generale, un oggetto ideale che concentra su di sé, in modo ricorrente, alcuni significati sostitutivi e determinate visioni del mondo, ma nello stesso tempo suscita anche particolari stati emotivi.”[3] (il suo significato letterale è «mettere insieme, far coincidere» ed è il contrario di diabolico «opporsi, separare»).

“La differenza tra un semplice pezzo di stoffa ed una bandiera non sta nell’oggetto in sé, ma nell’insieme di significati che una bandiera evoca. Così è per la croce di legno e il crocifisso. Il trasferimento di significati in un oggetto lo trasforma in simbolo, quando questi significati sono molteplici e quando tutti hanno acquisito la capacità di riconoscerli.”[4]

Nel rito la dimensione simbolico-comunicativa risulta prevalente, costituendone la caratteristica distintiva.

Ma chi e in base a quale autorità ne fornisce l’interpretazione?

 

Trasformazione dei riti nell’ambito della chiesa cristiana cattolica

Il Dio di Gesù non era solo il dio del tempio o il dio delle regole, ma anche dello “sconfinamento”. Il potere patriarcale del tempo, ed anche di oggi, ha, attraverso l’utilizzo del rituale/dei riti, sacralizzato non solo oggetti, persone, vesti ma anche il tempo, e i luoghi.

In tal modo una persona che ha ricevuto un certo sacramento (sacramento dell’ordine) diventa automaticamente sacra, con potere quasi divino. E’ una persona (maschio) che in un certo senso diviene dominante. Ma questa persona non rappresenta il dio di Gesù, perché il dio di cui parla Gesù non si trova nei luoghi del sacro, ma si trova nella brezza leggera, nelle donne emarginate e sfruttate, si trova nelle persone che stanno in carcere, negli/le stranieri/e ecc. Infatti Gesù ha lottato contro questi rituali religiosi. Non ha rispettato l’osservanza del sabato, non ha rispettato il digiuno, non le purificazioni, e se andava al tempio o in sinagoga non lo faceva solo per partecipare ai rituali religiosi, ma per parlare alla gente.

Inoltre, se ci pensiamo, le prime comunità cristiane non hanno utilizzato spazi sacri per i rituali religiosi perché non avevano templi, celebravano un culto domestico. E non avevano oggetti per il culto, arredi sacri, non si vestivano con abiti particolari, la religiosità era mescolata con il quotidiano, con la vita normale della gente.

Certamente, come afferma Mary Daly[5], le Chiese hanno con le loro dottrine mitizzato la figura del Cristo: “mentre Gesù stava in una comunità di uguali, (il Cristo) ora viene isolato come un eroe (maschio) unico e solitario, un eroe che da solo salva tutto il mondo, un “super eroe”, potremmo dire, che non ha nessun tipo di compartecipazione con gli altri e le altre”. Questa figura eroica impedisce alle donne, ma anche agli uomini di credere nell’importanza di sviluppare una spiritualità condivisa, legata ai vissuti delle persone: una spiritualità legata ai corpi e alle vicende umane.

E adesso invece? Ci interroghiamo su quali segni/simboli – della tradizione e della vita quotidiana – siano significativi del nostro desiderio di liberare il divino, di rigenerarlo e di dirlo con i nostri corpi in relazioni aperte al confronto e alla condivisione.

Nel nostro percorso di donne siamo giunte a comprendere quanto la spiritualità sia radicata nei nostri corpi. Questa esperienza di spiritualità radicata nel corpo è una esperienza che le donne vivono, sentiamo l’impossibilità di scollegare la spiritualità dal nostro corpo anche se nelle confessioni cristiane la donna è stata allontanata, proprio a causa del suo corpo, dai luoghi del sacro.

Dal nostro percorso condiviso sono nate esperienze molto belle: abbiamo ridato valore all’acqua e alla sua fecondità, usato profumi con cui ci siamo “riconosciute autorevoli”, e ancora ci siamo cinte i fianchi con nastri colorati come segno di “regalità”.

Sono stati momenti molto intensi dove abbiamo unito al tempo dell’ascolto e della meditazione di testi biblici e non solo, il tempo del gesto rituale rigenerato.

Abbiamo dato enorme valore a tutto ciò perché siamo consapevoli della sua importanza, di quanto queste esperienze ci aiutino nella vita quotidiana.

In questo periodo in particolare sentiamo il desiderio di dare più spazio a questi momenti che potrebbero caratterizzare maggiormente i nostri incontri, vorremmo acquisire una sorta di “abitudine” al rito perché sentiamo che tutta la nostra vita è legata a rituali che consolidano le relazioni con amici/che, conoscenti, familiari.

 

Liturgia

La parola greca leitourghìa, il cui senso è quello di ‘funzione pubblica’, è composta dal sostantivo èrgon (opera, azione, lavoro) e dall’aggettivo lèitos (che attiene al popolo), aggettivo che deriva da laòs (popolo), appunto. Il termine leitourghìa, nato in ambiente profano, indica l’azione e il servizio reso a favore di un popolo.

Detto questo, il tema della liturgia si desitua: da testo, che certamente possiamo accantonare non praticando liturgia, diviene, comunque, pre-testo, in quanto l’impossibilità di praticarla lascia uno spazio vuoto che rimanda, paradossalmente, al significato che l’etimologia della stessa parola liturgia mette fuori: Quale casa comune (léitos,) la nostra? Un gruppo (laòs), il nostro, che condivide che cosa? Quali opere (érgon)?

Quest’ultima domanda non è interessata al piano individuale (più facile da dire), ma si interroga sul contesto-gruppo, e cioè, quali opere in comune?

Perché siamo qui, insieme con le nostre singole differenze? C’è un filo comune che ci lega, collega? Se sì, quale filo?

Perché riteniamo importante quest’ultimo piano? Perché esso può permettere al gruppo una comprensione e una nominazione delle cose e del mondo senza costringerle/lo, senza ridurle/lo. Non è così se si rimane sul solo piano dello studio/ricerca, fondato sul pensiero razionale e analitico, che per sua costituzione limita la nominazione delle cose e del mondo, privandole della loro potenza nascosta.

E dopo aver sentito Mary Daly[6], aggiungiamo che quella della liturgia a noi sembra una situazione che può facilitare la “percezione della nostra sinergia”, il “coraggio di vedere”, la “modificazione dell’essere”, e anche “il sentire lo choc salutare di esserci”. Quest’ultimo, che Daly ha chiarito facendo l’esempio di come lei si è sentita in presenza di un fiore, conferisce la sensazione dell’io sono qui e ora, cioè permette di chiudere il flusso di comunicazione e lascia la massima apertura al flusso verso il proprio interno, con se stessa per permettere di entrare in un’altra dimensione e di percepire ciò che lei chiama lo “stato quintessenziale”.

Ancora, sulla liturgia delle donne per le donne, diciamo che quel mio desiderio diventa più forte quando incontra un altro desiderio: di trovarci in situazione di condividere un’esperienza tra donne dentro l’infinito, in prossimità dell’infinito. Ma perché?

quale prospettiva di condivisione dell’infinito tra donne?

 Nel nostro gruppo di lettura abbiamo risposto in diversi modi a questa domanda, riportiamo un estratto dalle varie posizioni.

Personalmente i riti che mi collegano al “Mistero” sono semplici preghiere quotidiane o semplici meditazioni sull’Essere come lo immagino, come lo penso e mi rasserenano.

Sicuramente anche il contatto con le persone (nel dirci “buongiorno”, nelle feste familiari o di gruppo nelle cerimonie religiose o di altro genere, nel volontariato, nei viaggi di conoscenza) favorisce la mia ritualità come segno di appartenenza ad un gruppo e di maggior conoscenza dell’altro.

Il mio rapporto con la natura acquista importanza rituale sia osservando gli animali che coltivando l’orto. Ho un gatto che attrae molto la mia attenzione quando cerco di leggere il suo linguaggio esprimere “ritualmente” una richiesta: una sfrenata corsa per il momento di gioco.

Non ultimo il mio orto legato allo scorrere delle stagioni: la preparazione del terreno, la semina e il raccolto. Vedere il seme crescere e trasformarsi è un vero miracolo e un vero piacere: sento che le piante hanno una vita che vogliono condividere con me e mi gratificano con i loro frutti. Anche i fiori sono eccezionale strumento di riti sia religiosi che laici.

Per il nostro gruppo di donne in cammino penso che alcune ritualità che abbiamo sperimentato nei vari convegni o tra di noi siano state segni di appartenenza e di significato molto forti e gratificanti (il mio primo convegno a Trento.., il funerale di Loretta..e anche i nostri incontri mensili e perché no le simpatiche cene di chiusura stagionali..)

Credo ancora che si potrebbero far nostri alcuni piccoli gesti, da pensare, da inventare per tenerci “collegate” e aperte al mondo. Oggi più che mai penso sia necessario far valere riti di accoglienza e di attenzione verso chi è in difficoltà per placare quel senso di individualismo spietato così diffuso nella società attuale. Mettere in luce il positivo che sembra non emergere mai.

Al momento ho un dubbio, mi sembra che negli esempi vari di pratica riportati ci sia una confusione tra il simbolico (che è una mediazione; per quanto intuitivo il simbolico è portatore di una forma pensiero) e l’apertura al vivente (natura) come espressione del divino: l’orto, il gatto ecc. l’esperienza diretta di una coscienza allargata. Dovrò rileggere con attenzione cercando di andare un po’ più avanti.  Mi aiuta sempre MZ che è quella che ha lavorato di più su queste temi. Un conto era il suo andare ogni mattina a vedere l’aurora, un’esperienza diretta che alcune di noi potrebbero chiamare mistica e che può essere o meno espressa in parole; un altro è,come fa lei nelle scritto,rendere l’aurora  veicolo di una complessità di significati legati alla trasformazione dell’uomo e alla sua ragione. Nel secondo caso ha attivato una figura, un simbolo. E’ l’apporto di senso con la sua apertura immediata (azione) e la possibilità di comunicazione che crea il simbolico.

 

Come la pratica può diventare rito ed essere trasformativa? E’ necessaria la presenza di un gruppo di condivisione?

Il rito allora ha a che fare con l’ordine cosmico, con l’armonia del mondo: agire ritualmente vuol dire essere in sintonia con il mondo, la pluralità del mondo trova armonia. Agire in modo ordinato, con coerenza sociale e coinvolgere tutti perché ci sia ordine nella società.

Dà appartenenza, definisce i rapporti di potere, rende evidenti anche emotivamente i valori condivisi.

Sto ripensando ai riti che abbiamo fatto in questi anni: in quali momenti mi sono trovata in armonia con il mondo? Quali riti ho sentito che mi ingabbiavano e quali mi trasformavano?

Alla fine ci poniamo un’altra domanda: in quali riti (almeno negli ultimi 20 anni) ci siamo sentite a nostro agio e in armonia cosmica, in quali celebrazioni ufficiate dagli uomini del sacro, e per questo appositamente ordinati, abbiamo sentito di condividerne la simbologia?

Ritornando a noi, ci chiediamo a quale immaginario e a quali simboli condivisi ci riferiamo quando ci accingiamo ad un rito o celebrazione che sia.

Possono simboli diversi (dello yoga, buddismi o cristianesimi) essere condivisi nella medesima celebrazione?

Qualcuna ha molti dubbi sulla formulazione di condividere simboli nell’ambito di diverse esperienze filosofiche o religiose. È’ un passo successivo. Prima c’è da chiedersi se ci sono corrispondenze nei cammini interiori di diverse formulazioni filosofiche e religiose. Crediamo assolutamente di sì, ma bisogna prima distenderli questi cammini. E’ quello che ha fatto la Tronti, traversando qualche declinazione dello yoga, l’esicasmo ortodosso ecc. …le figure che lei raccoglie sono il prodotto finale di una armonizzazione.    

Ma quale nuovo ordine?

Ordine: regolare disposizione di più cose collocate, le une rispetto alle altre, secondo un criterio.

“La mistica del Medioevo è stato un grande potenziale per trasformare con autorevolezza il potere dell’ordine vigente per dare un senso libero del possibile che tenga aperto l’orizzonte dell’impossibile

La mistica di cui si parla oggi è la visione di una trasformazione del vivere sociale che richiede necessariamente un partire da sé

Dorothee Solle, scrive siamo tutte delle mistiche quando domandiamo alla vita di non lasciare cadere il suo senso

Quando prendiamo sul serio la nostra esperienza della presenza divina non c’è una nuova visione di dio, ma una relazione diversa con il mondo, che adotti lo sguardo di dio

L’esperienza mistica si fa attraverso il corpo; il corpo si muove ritmicamente nella preghiera ripetitiva che scandisce le parole sui battiti del cuore o sul respiro

Preghiera, Respiro, Danza, Ascolto meditativo sono i quattro passi che rendono il corpo presente a se stesso e favorisce la consapevolezza dell’appartenenza e dell’interconnessione con l’universo” [7].

La fatica di vivere nel mondo attuale viene da una difficoltà a intravedere un futuro in cui costruire una realtà sociale compatibile con la velocità del progresso tecnologico che sta rivoluzionando molte delle categorie su cui la società di oggi si regge. Solo una visione diversa in cui l’umanità si pensi in una relazione molteplice con le cose, la natura, l’altro, il mistero, potrebbe sviluppare la creatività per riscrivere un nuovo modo di stare al mondo, superando il frustrante senso di impotenza e allo stesso tempo l’illusione di onnipotenza.

 Non entro nel merito della mistica. Sulla quale non ho nulla in contrario. Come sapete non condivido il rendere tutto mistico, mi sembra  una semplificazione (eccessiva, illusoria?) un’elisione di altre vie che tengono più in conto la mente, più attente alla trasformazione (pulizia?) interiore come quella che sto seguendo … però sono ancora confusa.

 

Osservazioni finali

Dopo l’incontro fatto abbiamo deciso di usare il pronome “noi” nella relazione finale, al posto dell'”io”.
Mi sono permessa di farlo in alcune parti, ma in altre non mi viene.

 

Il fatto che la relazione che sta preparando Fabrizia, dovendo per natura relazionare sul tutto, ha come io narrante il noi che non fa che stirare le pieghe dei vari io. In questo modo si assimilano di fatto le soggettività che rimangono diversificate nella realtà concreta.

Carissime, anch’io sono molto contenta di questo interessante dibattito, che dimostra l’interesse per questo argomento e la ricchezza, la varietà e la profondità  del sentire che scaturisce da un confronto tra diversità: di questo sono sempre stata convinta e anche questo nostro dibattere a distanza sembra confermarlo.

Concordo anch’io sul consegnare a Chiara Zamboni gli originali: un testo riassuntivo non da conto di tutta la ricchezza degli interventi.

 

Quando una sintesi ha senso, e quando invece annulla la vivacità e la freschezza delle singole relazioni? 

                                           Sul rito de “La cintura di Venere”

 

Nei nostri percorsi abbiamo spesso sentito il bisogno di esprimere quella voce femminile che ci parlava dentro e che ci rimandava a significati originari.

Attraverso le letture di questi anni passati insieme abbiamo recuperato la memoria delle donne e spesso è stato possibile rimettere insieme i pezzi sparpagliati delle nostre membra (“rimembrare”);

abbiamo cercato di ricomporre i legami femminili che il patriarcato – nei secoli- aveva spezzato recuperando pian piano l’ancestrale alleanza e autorevolezza.

Mary Daly dice di “ realizzare” ( dare realtà ), “ compiere “ ( portare dalla potenzialità alla datità ), “attualizzare“ ( essere pienamente consapevoli ), per cui ho cercato di riportare alla luce segni e simboli del passato rimosso e cancellato, con il prezioso aiuto del libro “ Prima di Eva “ di Luisella Veroli.

L’occasione del nostro incontro di fine anno,che completiamo con un semplice ma sentito rituale di condivisione del cibo,mi ha permesso di “ attuare” e sperimentare insieme la forza simbolica del rito de “ la cintura di Venere “

 

 

LA CINTURA DI VENERE

(riflessioni tratte da “Prima di EVA”- Luisella Veroli)

Omero ed Esiodo descrivono la cintura come un attributo divino, che conferisce alla donna una potenza irresistibile. La cintura rappresenta il legame magico tra la donna che la indossa e la Dea dell’amore.

Ancora oggi di una donna in gravidanza, diciamo “incinta” (dal latino incingere = cingere intorno). Le donne greche consacravano, dopo ogni parto, la cintura alle antiche Dee protettrici delle nascite: Ilitia, Demetra, Artemide.

La sottile cintura incisa sulle Dee dell’età della Roccia Madre ha il significato archetipico della totalità degli aspetti erotici, materni, magici e spirituali del femminile.

Tale simbolismo era ancora vivo nel XV secolo se Filippino Lippi, per descrivere lo scetticismo di Tommaso che dubitava dell’ascensione del corpo di Maria, dipinge il discepolo intento a ricevere dal cielo la cintura della Madonna.

La cintura è stata simbolo si fecondità spirituale. Un teologo e filosofo del V secolo, Pseudo Dionigi l’Aeropagita, dice che le intelligenze celesti indossano una cintura da intendersi simbolicamente come “il potere che hanno di raccogliersi e di unificare i propri poteri mentali ritirandosi in se stesse e ripiegandosi armoniosamente su di sé nel cerchio indefettibile della propria identità.

Il rito matrimoniale presso i Greci e Romani prevedeva che la novella sposa indossasse una cintura di lana di pecora, simbolo del legame matrimoniale che lo sposo slacciava a letto. La lana di cui è fatta la cintura è anch’essa da intendersi simbolicamente. Dall’osservazione degli uccelli che fanno il nido con la lana lasciate nei rovi dalle pecore deve essere nata l’idea femminile di filarla. Nelle tragedie greche e nelle raffigurazioni su vasi, il ramo strappato da un ulivi e avvolto di lana, appartiene al rituale di pacificazione.

 

LUNE NUOVE

 Iside era la Luna e la madre del Sole, erede dell’archetipo della femminilità totale. Pur essendo diventata una Dea di epoca patriarcale; Iside mantiene dell’antica spiritualità l’idea che è la Luna Nera (la notte) ad inghiottire il Sole per ripartorirlo ogni nuovo giorno.

Sono oggi le Madonne Nere, ancora meta di pellegrinaggio in tutta Europa e portate come vessillo, come ad esempio la Madonna di Guadalupe in manifestazioni popolari contro le ingiustizie sociali, ad aver ereditato in parte l’antica spiritualità lunare. Madonne Nere e Madonne Bianche assorbiranno in sé parte dell’identità della triplice Dea, la cui fase “rossa” verrà espulsa dal sacro.

Vi sono, nel Mediterraneo precristiano e nelle culture tribali, riti di iniziazione che alludono ad una identificazione della officiante con la Dea Luna. Le differenti forme della Luna: crescente, piena, calante, continueranno a rappresentare nell’immaginario, per analogia, le forme del corpo femminile e le sue metamorfosi.

 

IL MISTERO DELLA TRINITA’

Immagino che le donne debite al culto lunare si potessero identificare dapprima – fanciulle in crescita – alla falce della luna crescente (fase bianca), poi – donne nella pienezza della vita – alla luna piena (fase rossa), infine – vecchie sagge trasmettitrice di saperi mitici, curativi, profetici – alla luna calante (fase nera). Le immagini della Dea Cali, ancora oggi venerata in India, sono generalmente nere per rappresentare Colei in cui tutto si riassorbe, ma la Dea è rappresentata anche di colore bianco come Vergine creatrice e di colore rosso come Madre sostentatrice.

Penso siano state pietre bianche, rosse, nere, nella loro forma naturale, a suggerire i primi simboli del divino femminile e dipingersi il corpo con questi colori, il primo rito misterico delle donne.

Prima della trinità divina patriarcale, introdotta attorno al 1900 a.c. dagli invasori Achei, nella penisola greca, che si ufficializzerà con la nuova religione olimpica dominata da Zeus, Ade e Poseidone, la spiritualità in cui la trinità era femminile aveva resistito per 30.000 anni.

 

LA LUNA NERA

(Jutta Voss)

All’incirca 30.000/25.000 anni prima di Cristo, l’essere umano inizia a rappresentare sulle pareti delle caverne la propria mano usando il rosso e il nero su sfondo bianco. Questi tre colori si svilupparono dalla percezione del ciclo mestruale, uterino, che ha tre fasi: la fase bianca della ricostruzione della mucosa uterina, la fase rossa dell’utero pieno di sangue e la fase nera della sterilità, quando il sangue lascia l’utero.

Con la trifasicità ha inizio la concreta esperienza del tempo, attraverso la regolarità con cui il sangue diventa visibile, la regola fonda il tempo.

Nella religione matriarcale ufficiale, il ciclo del sangue n tre fasi viene personificato in tre singole dee che rappresentano ciascuna una fase, bianca, nera o rossa dell’intero ciclo. Il ciclo ternario del sangue è il primordiale modello spirituale/religioso di tutti i misteri presenti in tutte le mitologie, anche nelle loro successive patriarcalizzazioni.

Quando si affermò la religione di una trinità maschile il mistero ternario della trasformazione del sangue deve essere stato combattuto, perché per l’uomo il mistero originario non esiste nel corpo e quindi non può essere sperimentato e verificato. Nella religione dei padri il mistero del sangue è stato fatto diventare un valore centrale e si è sviluppato un mistero maschile del sangue e dell’uccisione, il cui contenuto, appunto, non è quello di una trasformazione ciclica.

In ogni caso il mistero ternario femminile della trasformazione del sangue deve ritornare alla competenza e alla autorità delle donne. Oggi moltissime donne non riescono più a partecipare al sacramento dell’ultima cena, o celebrare la comunione, perché con questo si ripete ogni volta la svalorizzazione del proprio sacramento femminile.

 

XXXXXXXXXX

In india secondo un rituale di iniziazione, arrotolare la cintura ha un profondo significato. Il maestro/a prende la cintura e l’arrotola alla vita del ragazzo/a da sinistra a destra eseguendo tre giri e pronunciando ad ogni giro questa formula: E’ VENUTA, A PROTEGGERCI DAI MALEFICI, A PURIFICARE LA NOTRA PELLE, VESTITA DI FORZA, GRAZIE ALLA POTENZA DEL SOFFIO, LA CINTURA SACRA, LA DEA AMICHEVOLE!

 

DEA DONNA CHE MUTA[8]

Con il mio potere sacro sto viaggiando

Con la bellezza davanti a me sto viaggiando

Con la bellezza dietro di me sto viaggiando

Con la bellezza sotto di me sto viaggiando

Ora con lunga vita, ora con la bellezza sempiterna, io vivo

Sto viaggiando

Con il mio potere, sto viaggiando.

 

  • * * * * * * *

[1]            http://www.treccani.it/enciclopedia/rito/

[2]            http://www.treccani.it/enciclopedia/riti_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/

[3]            http://www.societalibera.org/it/librisoclibera/testi/carlomonaco/09_temiragcm.htm

[4]            idem

[5]            Mary Daly, “Al di là di Dio padre”

[6]            Mary Daly, idem

[7]            Pensieri tratti da ” Un altro mondo in questo mondo” (mistica e politica ) a cura di Wanda Tommasi, ed. Moretti e Vitali

[8]            Liberamente tratta da “Prima di Eva” di Luisella Veroli.

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