Dalla riappropriazione della parola al tempo dell’attesa – Gruppo Donne CdB San Paolo (Roma)

Introduzione (a cura di Elena, Gabriella e Giovanna)

 

Nell’ individuare la tematica del contributo del nostro gruppo al prossimo Incontro nazionale, ci siamo soffermate sull’immagine e sulle proposizioni contenute nella ‘ Lettera di invito’, traendone alcune direttrici di lavoro :

  • desiderio e necessità di ascoltare le ‘voci di dentro’ di ciascuna di noi e delle altre con cui abbiamo intrecciato fili di relazione nell’oggi e nella storia;
  • guardare indietro alle orme che abbiamo lasciato, per ritrovare, in un tempo di attesa e riflessione, un ‘vuoto’ propositivo;
  • soffermarci a guardare, nel tappeto che ancora occupa il nostro telaio, i fili multicolori che nel tempo l’hanno creato con il loro intreccio.

Così il nostro gruppo ha pensato di ripercorrere la strada della nostra comune esperienza rimettendo i piedi nelle “orme” da noi lasciate su di essa da quasi trent’anni a questa parte: da dove e come è partita questa avventura? Quali contenuti, relazioni, significati ha perseguito, o espresso, o posto in essere? E’ possibile oggi per noi individuare nel suo svolgersi un filo rosso, lo sviluppo di un percorso che in qualche modo abbiamo seguito?

Noi ci siamo poste questi interrogativi e, a partire dalla storia del nostro gruppo, abbiamo voluto ripercorrere quella che abbiamo tessuto con gli altri gruppi donne Cdb e con i gruppi altri con cui via via abbiamo intrecciato fili di ricerca di spiritualità nell’organizzazione di questi ventidue incontri nazionali, partendo da una rilettura degli Atti dei nostri incontri nazionali dal 1989 ad oggi. Abbiamo scelto questa modalità per rispondere all’esigenza di crescita collettiva del nostro gruppo che negli anni ha visto la partecipazione di altre donne rispetto alle ‘fondatrici’: abbiamo cioè voluto far accostare tutte al patrimonio di ricerca raccolto negli Atti e, quindi, farle diventare in qualche modo tutte partecipi del percorso passato, anche se non erano state presenti ai vari incontri.

Per poter lavorare con chiarezza e con una certa, indispensabile, sistematicità, abbiamo individuato quelli che, a nostro avviso, continuano ad essere gli elementi centrali di ogni incontro: i momenti corpo-mente-emozioni, i momenti liturgici, i simboli e quella che abbiamo chiamato ‘ricerca teologica’.

Li abbiamo estrapolati dal contesto di ciascun incontro a partire dal primo del 1989, quasi ‘fotografandoli’, mettendo insieme un album di flash sugli incontri. L’occhio che ha fotografato questi momenti non è stato unico: ognuna di noi ha focalizzato uno degli incontri, mettendo in conto eventuali disomogeneità di messa a fuoco.

Successivamente abbiamo deciso di leggere le ‘fotografie’ di ognuno di questi quattro nuclei centrali dei nostri incontri nella successione temporale degli incontri stessi.

La necessità operativa di schematizzazione non inficia la consapevolezza che questi aspetti sono comunque strettamente intrecciati tra loro, ed intrecci e relazioni li abbiamo riscoperti anche nel confrontarci su significati, linee di pensiero, aspetti di senso che ognuna di noi coglieva nel materiale approntato (e che offriamo in cartella) o che riemergevano dalla memoria dell’esperienza vissuta nel nostro gruppo o negli incontri nazionali, attivata proprio dalla concretezza del lavoro preparato.

Una qualche conclusione di questa ‘indagine’ non è possibile, così come una risposta unitaria, da parte del nostro gruppo, ai tanti interrogativi che ci hanno interpellato sia a livello individuale ed intimo che comunitario e di relazione con tutte le altre: ciascuna di noi ‘risponde’ secondo la sua storia all’interno dell’esperienza vissuta, secondo la sua sensibilità, …

Abbiamo però, proprio dalla rilettura di quegli elementi individuati come centrali, condiviso la consapevolezza che il luogo “Incontro” dei ‘gruppi donne cdb e non solo’, con le sue ritualità ma anche con la diversità degli apporti di riflessione delle altre e la conflittualità dell’interrelazione, è un momento di un percorso di spiritualità che affonda le sue radici nell’interazione di corpo, mente, emozioni e che si sviluppa attraverso la quotidianità del nostro agire ed il confronto con la tradizione culturale che ci ha bene o male segnate. Ci siamo confermate che il percorso di ricerca non può che avere un andamento a spirale, con un ritorno su punti già toccati ma con un passo avanti nella individuazione di nuovi passaggi che può avvenire a partire dall’ascolto delle altre.

Ciò non vuol dire che non ci dobbiamo interrogare tutte insieme su luci ed ombre, acquisizioni ed incertezze, desiderio e profezia di una spiritualità altra.

Con tutti i suoi limiti di schematicità, mettiamo dunque in cartella questo nostro ‘materiale di lavoro’ perché pensiamo possa essere utile per attivare, nel corso del nostro prossimo incontro, una riflessione su noi stesse e sulla storia di questa esperienza, in relazione sia al vissuto soggettivo di ciascuna che a uno sguardo per quanto possibile ‘oggettivo’ sul percorso che stiamo ancora compiendo… a farci individuare meglio, nello scambio con le altre, un sentiero sul quale continuare a imprimere le nostre “orme”.

 

 

Momenti corpo-mente-emozioni (a cura di Piera)

Che si intende con questa espressione?

“La nostra identità è legata strettamente alla corporeità ma è mente – parola – emozioni – desiderio. Questi elementi sono tra loro collegati in una relazione circolare che il “potere” ha tentato di rompere (donna corpo senza parola, uomo mente senza corpo)” – Roma 1995

 

Gli incontri hanno cercato di superare l’impostazione da “convegno” con al centro le parole, dando spazio al corpo, in linea con la tradizione femminista. Il tentativo più o meno felicemente riuscito è di tenere insieme non solo corpo e mente, ma anche le emozioni, nella tradizione culturale occidentale relegate in sfere separate. Dato che la mente è considerata superiore al corpo e alle emozioni, gli incontri sono cominciati spesso con particolare attenzione a questi ultimi due aspetti.

 

La danza, a volte biodanza, è stata spesso introdotta per esprimere attraverso il movimento del corpo le emozioni nella maggior parte degli incontri (10 su 16 schedati. In particolare a Verona 1994, Calambrone-Tirrenia 1999, Pinerolo 2007, Castel Sampietro 2010, danze africane a Lavagna 2000 in cui si dice espressamente che si utilizzano poesie, musica, movimenti per ascoltare le emozioni)

La biodanza a Cavoretto 1996, Lonigo 1997, a Frascati 2002 con Elizabeth Green, Genova 2006, Monteortone 2011.

Che si intende per biodanza?

“La biodanza è un momento in cui si vive il corpo cercando di ascoltarlo perché ne ha diritto. E’ un momento di integrazione perché si tenta di far proprio, e perciò di integrare, l’ascoltato nel vissuto – corpo. E’ davvero molto importante per noi donne fare armonia tra queste realtà con le quali conviviamo, molte volte in conflitto, nella nostra vita”.(Elisa Barato e Marina Marangon a Lonigo 1997).

 

A volte si propongono gruppi di ricerca, ognuno dei quali tiene conto di un aspetto.

A Lonigo sono stati fatti tre gruppi di ricerca: oltre alla Casa della biodanza (corpo) la Casa della scrittura (mente), la Casa delle fiabe (emozioni).

 

A Frascati 2002 oltre alla biodanza tre gruppi di espressione: corporea[1], figurativa (emozioni), verbale (mente).

 

Alla danza si attribuisce anche un significato teologico: “Cerchio della danza della levatrice per partorire la presenza di Dio tra noi” (Thea teologia al femminile – Genova 2006).

 

La danza è una forma di comunicazione non verbale, come lo è la pittura nel cui laboratorio a Cavoretto (1996) si crea collettivamente una spirale, pitturata su un telo, che sarà poi portata nei successivi convegni come tovaglia per la mensa. Il disegno era già stato utilizzato in funzione espressiva nel 1991 al III coordinamento nazionale dei gruppi donne Cdb e, successivamente nel 2002, l’espressione grafica e pittorica per la rappresentazione del divino sarà utilizzata nel laboratorio “segni e colori del divino”.

 

Altro modo di comunicazione non verbale si ha ricercando il rapporto con la natura:

“Uno dei tre gruppi al tramonto, sulla spiaggia battuta dalle onde, ha cercato, attraverso una comunicazione non verbale, antica e affascinante, una guida all’ascolto delle più profonde ragioni del corpo, dei suoi ritmi segreti, del loro rapporto con quelli senza tempo della natura, per approdare ad una percezione diretta delle proprie esigenze più autentiche e delle relazioni possibili con quelle di altre donne, lontano da stereotipi convenzionali, dall’incalzare quotidiano dei doveri, dall’alienante frustrazione del pensarci necessarie o addirittura insostituibili”. (Rosaria De Felice , Calambrone-Tirrenia 1998).

 

Anche nel 1999, di nuovo a Calambrone-Tirrenia si comincia con un laboratorio sul corpo, ma questa volta, come anche nel 2000 e nel 2001, è destinato a tutte le partecipanti al convegno.

Nel 1999 il tentativo è quello di riabilitare e far percepire con gioia i corpi, attraverso l’utilizzo di musiche, danze, meditazioni, gesti simbolici, giochi, nuove forme di comunicazione, e per mezzo del tocco – non giudicante – delle mani.

Nel 2000 a Lavagna si comincia con un momento che cerca di mettere insieme corpo ed emozioni “Voci, colori , suoni … e vai! Poesie, musica, movimenti (ascoltando le emozioni)”.

Nel 2001 a Monteortone il laboratorio sul corpo condotto da Elisa Barato“Il giardino del mito” è più impegnativo, coinvolge in maggior misura la mente. Partendo dal mito di Demetra e Kore si sperimenta la sacralità al femminile. Chi rappresenta la madre tiene per mano la figlia che, con gli occhi chiusi, si affida e si fa condurre per tutta la sala. Poi ci si scambiano i ruoli. La commozione è forte; un abbraccio finale accoglie e rincuora. Si ricompone il cerchio iniziale, espressione dell’energia femminile, circolare.

Il cerchio lo ritroviamo anche in altri convegni, come la già citata danza in cerchio del 2006 o a Frascati nel 2002: “Il significato profondo del prenderci per mano in un grande cerchio… che si guarda negli occhi e si riconosce… Il cerchio si muove con la musica e le mani si sfiorano”, dove si incontrano volti conosciuti o sconosciuti ma ricordiamo che “siamo donne, donne decise a non essere più separate” (Elisa Barato).

 

Lavoro sul corpo anche a Trento nel 2004 rifacendosi all’esperienza delle donne africane e considerando il corpo quale luogo dell’incontro e della relazione con Dio, ma non si ignora il valore commerciale del corpo citando ironicamente la pubblicità di un negozio di estetista che parla di“Corpo divino”.

Il lavoro sul corpo, come avviene con la biodanza, è anche un momento di armonizzazione. Sempre a Trento: come “un filo d’amore” abbiamo fatto scorrere tra le nostre mani un variopinto gomitolo di lana che ad ogni passaggio si legava ai nostri polsi, tesseva una trama…. “lo abbiamo poi spezzato e ognuna ne ha conservato un pezzetto al proprio polso”. A ciò contribuiscono anche musica, canti, danze.

Oppure a Genova nel 2006 in cui il lavoro sul corpo con le Donne in Cerchio serve a produrre accoglienza reciproca : carezze, danze in libertà, “sgorgare di parole che si sono fatte ‘carne‘, racconti antichi e nuovi”; (“corpi di Donna, corpi Divini, vivere Dio fisicamente”).

A Genova si sperimentano diverse modalità di lavoro con il corpo: oltre alla biodanza, al cerchio della levatrice, si usa il bibliodramma: lavoro con il corpo, danza, lettura del testo, descrizione tramite un collage della propria immagine di Dio. Vernissage delle creazioni.

L’anno dopo a Pinerolo si comincia l’incontro con un momento di armonizzazione come a Trento: anche se è materialmente impossibile creare un cerchio “forma geometrica che ispira armonia” facciamo silenzio e creiamo spazio dentro di noi. Trovare la pace dentro di noi e portarla intorno a noi. Quando alla fine viene chiesto di “allungare le mani per trovare un punto di contatto” con la persona vicina,”il cerchio si è creato lo stesso, … unite in uno scopo comune che parte dal cuore” (Elisa Barato).

Dei cinque laboratori, tre si sono articolati intorno alla parola mentre gli altri due hanno coinvolto il corpo:

– Laboratorio di bibliodramma “Siamo noi figlie che sanno profetizzare?” con Karola Stobaus.

Rituale di trasformazione e rinascita interiore (usando il mito di Inanna, affrontare il vuoto e l’oscurità, chiave per la trasformazione) con Elisa Barato e Marina Marangon.

 

Anche nel 2008 a Castel S.Pietro c’è un lavoro iniziale suI confini mutevoli del corpo”: esperienza con il corpo che coinvolge il dentro di sé e il fuori di sé (Antonia Tronti). Poi ci si divide in più laboratori, di cui uno sul corpo “Vado e torno. Limite ed infinito nell’espansione del mio respiro” (Franca Filippone e Marina Marangon) e un altro che coinvolge mente ed emozioni “Io abito la possibilità” proposto dalle donne di Roma S.Paolo a partire da alcune parole chiave (possibilità, desiderio, limite, relazione), sedute in cerchio intorno a un telo verde, associando ad esse altre parole per costruire un percorso riflessivo comune ma nello stesso tempo aperto alle possibilità determinate dall’apporto di ognuna.

 

Nel 2010 ancora a Castel S.Pietro si comincia invece dalle narrazioni dei singoli gruppi che hanno reso testimonianza della loro ricerca (ma va detto che l’incontro nazionale è stato preceduto da un incontro seminariale ad Abano Terme il 21-22 novembre, 2009, durante il quale abbiamo sperimentato l’immersione nell’acqua, fonte di vita, azzeramento dei pesi e delle diversità).

Si sono svolti quattro Laboratori tra cui, molto coinvolgente, quello sulle voci delle donne ROM (a cura de Il Graal-Milano) .

Un momento emozionante si è avuto con i racconti dalla Africa da parte di Brigitte Ataiy che in

maniera suggestiva ha narrato storie africane, mentre si sorseggiavano delle tisane di erbe aromatiche a cui ha fatto seguito un momento di danze e musiche dall’Africa che ha coinvolto

tutta l’Assemblea in un momento molto bello di “corpo-mente-emozioni”. Anche la Condivisione è cominciata con una danza ebraica in cerchio.

 

Nel 2011 a Monteortone si comincia con l’ascolto meditativo del corpo in acqua termale

(Marina Marangon, Franca Filippone). Tentativo/esperienza di rimettere al centro il corpo per percepire/utilizzare la capacità di trasformazione del principio femminile (l’acqua). Anche l’esperienza di biodanza si svolge in acqua termale. L’acqua è stato il tema/guida e simbolo dell’incontro. Dal punto di vista simbolico viene esaminata la centralità dell’acqua in tutte le culture, nei vari culti, figure, luoghi religiosi antichi, pagani, tradizionali e nuovi dalla Dea Madre a Maria e ai luoghi del culto. L’attenzione all’acqua c’era stata anche dieci anni prima a Monteortone, quando una ciotola d’acqua era stata utilizzata come simbolo della condivisione assieme al pane e alle spighe.

 

Nel 2013 a Cattolica un’altra esperienza di sintonia con la natura come nel 2004, anzi due (a cura delle Donne in Cerchio e delle Donne in ricerca di Padova)

Momento di apertura del sabato: “Dalla battigia verso/incontro l’orizzonte”. Siamo partite insieme dall’albergo verso la spiaggia, in silenzio ci siamo sintonizzate con la natura e la sua energia primigenia, ascoltando noi stesse, liberandoci delle nostre pesantezze e trasformandole in parole di desiderio e di stato d’animo, da scrivere sulla sabbia lasciando che il vento e il mare se ne impossessassero; infine ritornare al gruppo e tessere insieme una rete di fili colorati.

Momento di apertura della domenica: “Brezza di terra/brezza di mare”. Ognuna di noi ha ricalcato le orme dell’amica che la precedeva. “Noi, donne sulla battigia: tra terra e acqua… tracciando nuove rotte per il nostro andare, nell’ascolto del respiro della vita e nella ricchezza della relazione con chi ci sta accanto, abbiamo seguito e segnato le orme del nostro incontro, valorizzato il passato, vivendo il presente e tracciando piccoli segni di futuro”(Franca Filippone)

Queste esperienze insieme producono autorevolezza, riconoscimento reciproco. Dagli interventi di ognuna si raccolgono anche le emozioni (il corpo che parla, la vibrazione della voce, il movimento, l’atteggiarsi, lo sguardo) e non solo le idee.

 

Possiamo concludere che il nesso corpo-mente-emozioni, anche se diversamente articolato nei vari Incontri, rimane importante. Posto in genere all’inizio crea anche un clima psicologico favorevole ai momenti successivi: lavoro nei laboratori, in assemblea e momenti liturgici di condivisione.

 

 

Momenti liturgici   (a cura di Angela, Maria Antonietta, Titina)

Dopo il Seminario nazionale delle CdB, tenutosi a Brescia nel 1988 sul tema “Le scomode figlie di Eva”, che si era chiuso con una celebrazione eucaristica in cui intorno alla “mensa” erano sedute tutte donne (senza che ciò fosse stato preventivato), i primi incontri di donne a livello nazionale sono consistiti in scambi di esperienze personali e di gruppi sui diversi modi di vivere la fede, sul disagio provocato dalla gestione maschile del Sacro e sul patriarcalismo esistente nella Chiesa.

Momenti liturgici, quindi, come liberazione del profondo sentire da condividere con le sorelle. In tutti gli incontri ci sono stati momenti liturgici anche se non sempre una vera celebrazione eucaristica. Quasi sempre si sono scelte letture bibliche relative a episodi in cui erano protagoniste le donne, o letture laiche sempre riguardanti donne “simbolo”.

 

A Moncalieri nel 1989 si è ribadita la centralità della celebrazione eucaristica elaborando un canone derivato da diverse esperienze di donne piemontesi e francesi. Si è scelta la lettura dell’unzione di Betania per la sua carica di tenerezza e amore appassionato, e l’annuncio della resurrezione di Gesù, compito proprio delle donne che da sempre sono il tramite tra la vita e la morte. Nello stesso tempo è stata ribadita la centralità della figura della Maddalena, nostra sorella e discepola di Gesù.

 

A Rezzato nel 1990 non vi è stato un momento liturgico, ma solo intrecci di esperienze e interrogativi attorno ad una fede sessuata.

Ugualmente a Triozzi nel 1991. Il pranzo finale dell’incontro viene preceduto da letture bibliche; sul tavolo, i cibi vengono deposti su disegni, “simboli, espressione immediata… di tutte quelle cose che le parole non erano riuscite ad esprimere” . “I disegni, i cibi semplici, le letture bibliche…sono così diventati una Eucaristia viva e cosciente, condivisione profonda di sensazioni e sentimenti di gioia, atteggiamento di attento ascolto comunitario”.

Già è evidente la ricerca di gesti “altri” e di simbolismi nuovi più vicini al sentire femminile .

Nel IV Incontro nazionale donne delle Comunità di base (il primo ad essere chiamato così) svoltosi a Sasso Marconi nel 1992 sul tema di “Noi donne e Dio”, come momento liturgico le donne del gruppo di Pinerolo hanno proposto un momento di preghiera. Sono emersi quindi interrogativi sulla preghiera, sul pericolo di un rapporto statico e dipendente da un Essere Onnipotente, sulla necessità di nuove vie nella relazione con Dio. Non risulta che vi sia stata la condivisione del pane e del vino, ma piuttosto parole di altre donne credenti che hanno raccontato un percorso di liberazione.

 

Al V incontro di Verona (1994)  “Noi donne fra estraneità e responsabilità”si è riflettuto sulla riappropriazione della dimensione umana e creativa che la liturgia ha sempre avuto presso ogni popolo e religione. La danza, il canto, i doni, il mangiare insieme, il vestirsi ed usare paramenti, la musica sacra, l’offertorio, ecc. tutto serviva a manifestare gioia, amicizia, fratellanza, condivisione e solidarietà femminile. Durante l’Eucarestia il pane non è stato servito, bensì spezzato da ciascuna con le sue mani, mentre il Padre nostro è stato espresso con un linguaggio più vicino a noi.

 

A Roma nel 1995 (“Costruire la differenza, confrontare le differenze”) ci si è interrogate sul peso della tradizione biblica e del magistero sulle donne. Sono stati letti brani del Vangelo di Luca e di Giovanni.

In Luca, Maria ascolta Gesù e Marta è affaccendata e lontana. In Giovanni viene messo in risalto l’alto valore teologico delle parole di Marta che nell’episodio di Lazzaro si rivolge a Gesù dicendo “Signore io so che tu sei il Messia” le stesse parole dette da Pietro, ma ancora oggi Marta non ha avuto lo stesso riconoscimento. Non risulta che ci sia stata la condivisione del pane e del vino, ma una condivisione diversa di testimonianza.

 

A Cavoretto (1996) Incontro su “Creazione, distruzione, guarigione del mondo”. Durante il momento liturgico il ricordo di affidamento e fiducia tra donne: Ruth-Noemi; Maria-Elisabetta. Affidamento delle proprie preghiere alle altre, condivisione della memoria di donne che sono state importanti punti di riferimento nelle nostre vite. Un grande momento di sorellanza e condivisione. Durante l’Eucarestia c’è stata la condivisione del pane e del vino.

 

Al VII Incontro (Lonigo 1997) nel momento liturgico sono stati adottati nuovi simboli di condivisione con preghiere spontanee, letture bibliche, midrash, un salmo. Dagli Atti non risulta che vi sia stata condivisione del pane e del vino, ma di parole e preghiere da testi sacri di altri popoli.

 

Durante il momento liturgico nell’Incontro di Calambrone-Tirrenia ( “Prendersi cura. Dall’amore di sé al governo delle cose”- 1998) si è scelto di mettere insieme una lettura laica (discorso di S. Truth , afro-americana analfabeta per il diritto di voto) e un brano del Vangelo di Matteo (l’unzione di Betania). Condivisione del pane e del vino e scambio di vasetti colorati di sale grosso come simbolo delle donne che fanno percorsi di libertà spargendo saggezza di donne.

 

Sia nel X Incontro a Calambrone-Tirrenia 1999 (“Il corpo della legge – i corpi delle donne. Quale ordine simbolico?”) che nell’XI a Lavagna 2000 (“Chiamata per nome – L’autorevolezza della follia, reinventare il mondo”) sono stati condivisi pane e vino.

A Calambrone l’eucarestia è stata preparata dal gruppo donne di Olbia, con una preghiera iniziale a mani levate.

 

Il tema dell’acqua è stato al centro del momento di condivisione assembleare “…Ti offro una ciotola d’acqua…” nell’incontro del 2001 a Monteortone, insieme a poesie, preghiere e letture bibliche. Abbiamo pensato che l’acqua “possa anche rappresentare una metafora nei nostri percorsi: il bisogno di risalire alle fonti, alla sorgente, le ricchezze dei mille rivoli, delle nostre esperienze e cammini, a volte lenti e silenziosi come fiumiciattoli carsici, a volte impetuosi e scroscianti come torrenti di montagna” (gruppo donne di Verona). Come lettura centrale Gesù al pozzo con la Samaritana.

 

A Frascati nel 2002 sono stati condivisi pane e vino; il pane era stato decorato con fiori freschi , perché il giardino è alle origini un’opera al femminile. Poi ognuna di noi ha preso per sé uno di quei fiori, ad ogni fiore era attaccato un bigliettino bianco su cui ognuna ha scritto il suo nome, per conoscersi meglio. Dietro al bigliettino ciascuna ha scritto una frase, un pensiero: i fiori sono stati posati su un cesto. Al termine dell’assemblea eucaristica ognuna ha preso un fiore dal cesto portando con sé un pensiero e Il nome di una compagna di viaggio .

 

Nel XIV Incontro a Trento nel 2004 (“ Il divino come liberarlo, come dirlo, come condividerlo – quel divino tra noi leggero “) il momento liturgico è evidenziato dalla condivisione del latte e dei biscotti, alimenti da assaporare insieme. Sulla tavola c’erano vari frutti della terra, semi, spighe, spezie e fili di lana e cotone con cui le Donne in Cerchio avevano fatto oggetti che ognuna di noi poteva prendere per ricordo. Le donne partecipanti affermano: ”Celebriamo lo scambio”.

 

Nel 2006 a Genova il gruppo Thea di Trento ha dato vita a un momento esperienziale che coinvolgesse tutti i sensi : “Dall’altare alla mensa – lontane dal sacrificio vicine nella condivisione”. Un laboratorio gestito dalle Donne in Cerchio (“Corpi di Donna/corpi Divini. Vivere Dio fisicamente”) ha proposto di vivere un’esperienza di incontro. Interessante il testo teatrale “ Il Tesoro della mente : la visione di Maria di Magdala” a cura delle donne di Oregina. Per il momento liturgico, preparato dalle donne di Roma S.Paolo, abbiamo fatto il vuoto al centro della stanza. “Ecco, il centro è vuoto, è diventato spazio nuovo nel quale far giocare la nostra libertà. I tavoli, su cui abbiamo posto alcuni simboli tratti dalla quotidianità … sono situati al margine, là dove sono i nostri corpi. … Svuotare il centro non è stato facile: ha richiesto coraggio perché ci ha costretto ad abbandonare quei punti di riferimento ritenuti essenziali, per approdare a una dimensione spirituale priva di modelli”.

 

Apertura a nuovi tentativi di ricerca del divino a Castel San Pietro nel XII incontro del 2008 “L’ombra del divino. Generare il limite: percorsi di vita delle donne”.

Nel momento liturgico per le donne è stato fondamentale “riconoscere il proprio respiro, rispettare il soffio vitale, lo spirito dell’altro e dell’altra“. La Ruah è aria, vento, spirito. Letture bibliche e laiche hanno completato la liturgia.

 

A Monteortone 2011 tra i momenti liturgici è da considerare la meditazione svolta nelle due mattine, quasi al levare del sole: “ ‘Mattutina’: preghiera corale in ‘levare ‘, momenti di ascolto e condivisione corale”, a cura del Gruppo donne CdB di Pinerolo con la mediazione di Pinuccia Corrias. Sono stati letti brani da “Lo specchio delle anime semplici” di Margherita Porete.

Nello spazio liturgico (“Dall’abbraccio dell’acqua all’abbraccio dei cuori”), definito “momento di ritualità e spontaneità”, le Donne in ricerca di Padova hanno voluto accoglierci nella loro casa portando nella sala dell’incontro oggetti che ci potessero accogliere, far stare comode, in un incontro di pensiero, di cuore, di anime. E poi luci soffuse, profumi, cuscini e tappeti, tra la Parola e la musica.

 

A Cattolica ( XX incontro – 201)3 nel momento liturgico della domenica le Donne in Cerchio narrano la relazione di alleanza e d’amore tra due donne di generazioni e religioni diverse. Rut sceglie di seguire la suocera cambiando direzione alla propria vita (libro di Rut 1, 16 -17 ) . La fiducia muove i passi delle donne, rivoluziona le esistenze, arriva dentro l’anima, è un invito lanciato guardandosi negli occhi.

 

Nel 2015 (XXI incontro) a Verona durante il momento liturgico si è simbolicamente accostato il corpo e il sangue delle donne e il corpo e il sangue di Gesù. Sono state recitate preghiere spontanee, poesie, salmi, brani del Vangelo di Maria e del Vangelo di Giovanni. La Benedizione finale ha concluso la liturgia.

 

Come si è visto i momenti salienti degli incontri sono consistiti per lo più nella condivisione del pane e del vino, ma si sono avuti frequentemente momenti di ricerca per una condivisione alternativa.

 

 

Simboli   (a cura di Gabriella)

Come già detto nel trattare i “momenti liturgici”, sin dai primi incontri nazionali abbiamo cominciato a cercare simboli che – oltre al pane e al vino – dicessero qualcosa di “nostro”.

 

Anche se a volte abbiamo scelto di condividere solo preghiere e pensieri, il pane e il vino sono presenti nella grande maggioranza degli incontri (a Verona nel 1994 il pane dell’eucarestia era intero e ognuna di noi ne ha spezzato un pezzetto con le proprie mani), spesso accompagnati da altri simboli. Ciò è avvenuto:

 

A Calambrone-Tirrenia nel 1998, al IX Incontro nazionale, quando ci siamo scambiate vasetti di vetro colorato con sale grosso per simboleggiare le donne che fanno percorsi di libertà impegnandosi a spargere saggezza di donne.

 

A Monteortone (XII Incontro – 2001) abbiamo condiviso Il pane (senza vino) in cestini insieme alle spighe, e anche una ciotola d’acqua, “elemento essenziale e prezioso per la nostra vita … metafora dei nostri percorsi: il bisogno di risalire alle fonti, alla sorgente, le ricchezze dei mille rivoli, delle nostre esperienze e cammini, a volte lenti e silenziosi come fiumiciattoli carsici, a volte impetuosi e scroscianti come torrenti di montagna” (gruppo donne di Verona).

L’incontro è stato preceduto da un Coordinamento a Teolo durante il quale abbiamo impastato il pane insieme a ricordi ed emozioni.

 

A Frascati (XIII Incontro 2002) il pane è stato decorato con fiori freschi, perché “il giardino sembra all’origine dell’opera femminile… Si trattava del giardino recintato, il giardino che emana profumi, in cui venivano coltivate piante dalle proprietà particolari, molto spesso sacre alla dea… era il simbolismo del grembo della dea vista come madre terra” (Gruppo donne Pinerolo).

 

A Genova (XV Incontro – 2006) nel momento di condivisione a cura del gruppo donne Cdb San Paolo Roma, insieme al pane abbiamo immaginato che le donne, riunite dopo la sepoltura di Gesù, condividessero i poveri cibi che avevano nelle loro borse: qualche oliva, noci, datteri. Poi ognuna di noi ha unto con il balsamo profumato i piedi della propria vicina. Al termine della celebrazione, “prima di riprendere ciascuna la strada per la propria Galilea”, desiderando “sentire risuonare i nostri nomi per poterci riconoscere e chiamare ancora a distanza, senza voce, col pensiero”, abbiamo invitato tutte, una alla volta, ad appoggiare sull’acqua in un grande catino i “boccioli di carta” e a pronunciare ad alta voce il nome scritto all’interno, mano a mano che questi si schiudevano. All’inizio della mattinata, prima dell’assemblea di condivisione, c’è stato un momento collettivo di meditazione durante il quale “ognuna è arrivata all’ascolto del proprio vuoto tramite la percezione di una conchiglia”.

 

In alcuni Incontri nazionali, al momento della condivisione, abbiamo utilizzato altri simboli, come a Trento (XIV – 2004) quando abbiamo sostituito il pane con il latte, “primo alimento della nostra vita che il nostro corpo produce per dare vita”; i biscotti, “nati dal lavoro delle nostre mani, pensati, impastati e profumati da una di noi” (Donne in Cerchio).

 

A Castel S. Pietro (XVIII Incontro – 2010) quale simbolo della condivisione è stato scelto lo scambio di racimoli d’uva, “frutto della terra come il pane ed essenza da cui origina il vino”.

 

A Pinerolo (2007) per la celebrazione a cura di Karola Stobaus, “le sedie sono state sistemate in piccoli cerchi da 10/12 donne: al centro un foulard celeste, un lumino colorato, un fiore, alcune gocce di vetro trasparente”. Il cerchio ricorre sovente nei nostri incontri quale espressione dell’energia femminile, circolare.

 

Nell’ultimo incontro di Verona (2015 – XXI) al termine del momento di condivisione a cura del gruppo donne Cdb Viottoli Pinerolo e delle Donne in ricerca di Ravenna, durante il quale abbiamo spezzato insieme il pane, abbiamo scambiato il segno dell’unzione e distribuito rotoli nei quali erano state scritte frasi di Etty Hillesum, Antonia Tronti, Luisa Muraro.

 

Ma i simboli hanno accompagnato i nostri incontri anche al di fuori dei momenti liturgici. Infatti:

 

Al III° Coordinamento nazionale (Triozzi – 1991) sul tavolo del pranzo “I disegni, i cibi semplici, le letture bibliche … sono così diventati una eucarestia viva e cosciente, condivisione profonda di sensazioni e sentimenti di gioia, atteggiamento di attento ascolto comunitario”.

 

A Trento (2004) abbiamo portato una rete colorata, alla quale abbiamo poi intrecciato campanelli, nastri, farfalle…, per simboleggiare “ il nostro stare in ‘rete’”, ma anche perché “la rete è delicata ma resistente, tra i suoi fili passa l’aria (la brezza leggera…), la luce, la voce; non impedisce di vedere al di là….è colorata come l’arcobaleno, simbolo dell’unione di cielo e terra dell’umano col divino; è flessuosa e tenace come sono i sentimenti che danno un senso alla nostra vita” (Gruppo donne cdb San Paolo Roma).

 

Sempre a Trento, nel “Momento di armonizzazione” abbiamo fatto scorre tra le nostre mani un gomitolo di lana variopinta che ad ogni passaggio si legava ai nostri polsi, tesseva una trama … Lo abbiamo poi spezzato e ognuna ne ha conservato un pezzetto legato al polso.

 

A Roma (1995 – VI) nel momento finale, prima di lasciarci, abbiamo offerto a tutte un sacchettino con tre noci. “Due noci in un sacchetto non fanno rumore, tre sì”.

 

A Genova (2006) nel “Momento esperienziale – Dall’altare alla mensa. Lontane dal sacrificio vicine nella condivisione” “ il vuoto nel buio è stato pervaso da profumi, musiche, respiri, suoni evocatori del rumore delle onde e infine sono state accese delle candele a illuminare il nuovo cammino. Simbolicamente abbiamo fatto ricorso all’idea dello svuotamento di quello spazio chiuso, pieno, opprimente e gerarchico, abbiamo suggerito il respiro per allargare il nostro spazio interno accogliendo il soffio vitale” (Thea teologia al femminile).

 

A Monteortone (2011 – XIX) l’acqua è stato il tema/guida e simbolo dell’incontro; è in sé simbolo di molteplici contenuti, genericamente assimilati alla dimensione delle potenzialità/poteri/senso femminili.

All’interno del Momento di ritualità e spontaneità “Dall’abbraccio dell’acqua all’abbraccio dei cuori” (Donne in ricerca di Padova) si è attivata una ricerca sulla simbologia cristiana . In una sala è stato ricostruito l’ambiente di casa attraverso oggetti simbolici che mettano a proprio agio e rigenerino la condizione di stare bene in intimità : tende, cuscini, tappeti, candele, profumi, rumore di acqua scrosciante. Dai simboli delle varie stagioni (foglie autunnali, noci, semi dei giardini di casa, candele lumini, pietre preziose e non) scelti a rappresentare tre elementi simbolici (terra, semi e fuoco), viene esaminata la centralità dell’acqua in tutte le culture, nei vari culti, figure, luoghi religiosi antichi, pagani, tradizionali e nuovi dalla Dea Madre a Maria e ai luoghi del culto.

 

A Cattolica (2013 – XX) durante il momento dedicato a corpo-mente-emozioni sono stati intrecciati i fili colorati di tanti gomitoli formando una rete.

Abbiamo lasciato orme sulla battigia e scritto parole poi pronunciate ad alta voce, nel luogo di incontro tra mare e terra.

 

Nell’ultimo incontro nazionale (Verona, 2015), “Voglio essere un albero”, uno dei momenti di avvio del confronto nel parco, ha avuto al centro proprio la simbologia dell’albero.

 

Fin qui abbiamo parlato soprattutto di simboli in quanto oggetti, ma anche di gesti che riteniamo altrettanto simbolici (come lasciare orme, spargere profumi e balsami, fare un cerchio, abbracciare un albero …). Infine riteniamo che molte figure di donne, bibliche e non, sono state per noi simboliche ed emblematiche.

Una figura simbolica di primaria importanza in tutto il nostro percorso è quella di Maria di Magdala della quale, nel I° Coordinamento nazionale di Moncalieri (1989), è stata ribadita la centralità.

Le donne della bibbia, quando non vengono lette da uno sguardo maschile, diventano per noi un simbolo che libera il Divino e crea libertà femminile (Sasso Marconi- BO, 1992).

La Ruah. Nel Vangelo di Matteo si dice che il bambino era nato da un rapporto tra Maria e la Santa Ruah, quindi l’unione di una donna col Divino femminile.

E’ una concezione matriarcale che non comprendeva la capacità generativa maschile.

Siamo state abituate a un immaginario di Dio solo maschile ma la Bibbia ci parla della Ruah, del suo Spirito. Il termine in ebraico è femminile, poi diventa neutro in greco e maschile in latino.

A Lavagna (2000) abbiamo accostato figure simboliche diverse, tratte dal mito, dalla storia, dalla vita quotidiana (Cassandra, Maria di Magdala, Procula moglie di Pilato, e una casalinga di Setagaya).

 

 

Ricerca teologica   (a cura di Eugenia)

Abbiamo camminato lasciando e riprendendo orme, tracce, piste di ricerca protese all’incontro col divino ma senza perdere di vista l’oggi che sempre più ci inquieta e ci fa riflettere sul senso della vita, della fede, del nostro essere donne insieme perché siamo convinte che “il coraggio dell’una accende il coraggio di un’altra”.

Ci siamo accorte che interrogativi e domande aprono e spesso chiudono le nostre riflessioni sui temi dibattuti nelle due giornate che trascorriamo insieme ad ogni incontro, e questa parola “insieme” spesso conclude i nostri pensieri, ritenendo quindi che la relazione, l’amicizia, l’inscindibilità di corpo-mente-emozioni siano la vera sostanza del vivere umano. Come si vede, questa lettura verticale del nostro ricercare teologico si intreccia strettamente agli altri momenti che abbiamo individuato e analizzato: i momenti liturgici, i simboli e i momenti di confronto e di esperienza con il desiderio anche di guardarsi, toccarsi, ascoltarsi, riconoscersi, per cercare insieme nuove strade.

 

Come già detto più volte, nel 1988 si tenne il nono seminario nazionale di studio delle comunità cristiane di base convocato sul tema “Le scomode figlie di Eva”, che non voleva essere uno slogan provocatorio ma la rappresentazione di un cammino di ricerca complesso che vede le donne impegnate a mettere in discussione comportamenti e paradigmi culturali, schemi dogmatici, perché la Parola di Dio sia detta anche con la parola delle donne, perché i gesti “sacri” diventino gesti di tutte e di tutti.

 

Vari i filoni di ricerca individuati nel primo coordinamento di Moncalieri nel 1989 che impegnano le donne delle cdb:

1) ricerca teologica e biblica (preghiere, eucarestia, linguaggi, elaborazione di una catechesi diversa);

2) percorsi di solidarietà nel quotidiano;

3) rapporto tra fede ed etica;

4) approfondimenti dei temi della identità e della differenza;

5) costruzione di un rapporto nuovo tra donne e uomini nuovi.

 

Questi temi sono ripresi nel 1990. Prevale in questi primi coordinamenti l’esigenza di ricerca di sé e delle altre con l’intreccio di esperienze personali e collettive e si sottolineano interrogativi attorno ad “una fede sessuata”.

 

Nel III Coordinamento di Triozzi del 1991 ci si poneva come interrogativi e proposte:

  • La Bibbia è strumento di liberazione?
  • La liberazione va cercata nella Bibbia o nella terapia di gruppo?
  • C’è il femminile in uno scritto maschile?
  • Quali aspetti del femminile riscontriamo nella figura di Gesù?
  • Come intendere il bisogno di trascendenza, rifiutando i significati codificati dalla cultura religiosa ufficiale?
  • come vivere il bisogno di relazione che sostituisca il vuoto di storia?
  • Come riscoprire figure simboliche che ci rappresentino?

 

Nel IV Incontro nazionale del 1992 a Sasso Marconi gli interrogativi proseguono sulle tracce del precedente chiedendo alla riflessione e al contributo comune: quale immaginario di Dio ci è stato trasmesso e condiziona la nostra esperienza non solo di fede? Quali immagini sono state nascoste? Quali estraneità sentiamo nell’accostarci al Dio della Bibbia? Con quali immagini, gesti e parole nostre possiamo ricostruire una “racconto di liberazione” che parta dal nostro desiderio di libertà e che tenga conto delle tante diversità anche fra donne di contesti ed esperienze?

 

Nel V incontro del 1994 a Verona si cercano percorsi comuni con altre donne proprio su una rilettura delle nostre tradizioni imponendoci come soggetto sessuale cui la Parola è destinata per compiersi. Da qui la necessità di riconoscersi e riconoscere l’Autorità fra donne per 1) dare vita al Desiderio femminile (relazione con la scrittura); 2) rifondare l’Autorità femminile (relazione con la Tradizione); 3) fare autorità disfacendo potere perché l’Autorità femminile (v. Ivana Ceresa) è il reciproco riconoscimento tra due o più donne che si danno sostegno in ordine al proprio Desiderio di autorealizzazione.

 

Il VI incontro nel 1995 si è tenuto a Roma ed è stato molto significativo per due motivi. Il primo è che la riappropriazione della parola parte dal corpo (teologia femminista) e in questa esperienza è la radice della spiritualità il cui fondamento è la conoscenza di se stesse acquisendo un senso di autostima che ci dà la forza contro la deriva della dipendenza e del conflitto.

 

Nel 1996 VIII Incontro a Cavoretto si riprende la ricerca sull’immaginario di Dio, non come proiezione dell’identità maschile, orientata all’esterno, all’agire fuori di sé. Invece interdipendenza e relazionalità sono le connotazioni in cui noi donne ci riconosciamo. Il percorso riprende il tema conduttore del 1992 (immaginario di Dio) approfondendolo nei significati e nei perché, respingendo la prospettiva tutta maschile di un Dio creatore e legislatore e privilegiando il bisogno di partire da noi, dal nostro conoscersi, per acquisire appunto strumenti di autostima (ecco l’interdipendenza e la relazionalità).

 

La relazione di Elizabeth Green ci dà a Lonigo (1997) altre piste su cui riflettere:

  • Gesù che destabilizza i modelli costituiti e sacralizzati;
  • L’analisi dell’espressione “nato da donna”: nella cristologia si garantisce così l’umanità di Gesù, ma questa affermazione ha confinato la donna nell’umano mentre la radicato l’uomo nel divino;
  • Gesù maschio destruttura ogni rapporto di dominio, rompe l’omertà maschile e trasgredisce il patto tra uomini necessario alla società patriarcale.   [Come si vede, questo è un processo di decostruzione di gabbie patriarcali a cui sostituire un nuovo modo di leggere la Scrittura].

 

A Calambrone-Tirrenia (1998) si apre ancora un altro filone di ricerca che dopo 18 anni riproponiamo nel nostro incontro oggi (2016): il tempo dell’attesa – intreccio tra esperienza spirituale e quotidiano. Nel 1998 il senso dell’attesa era declinato nella consapevolezza che la cura della vita è in funzione del nostro sapere la morte.

Due donne della Scrittura: l’emorroissa e la donna che unse Gesù sono figure emblematiche di donne che hanno avuto coraggio, coraggio che veniva loro da una acquisita autostima, da un sentirsi libere e fiduciose.

 

Sempre a Calambrone-Tirrenia l’anno dopo (1999) si riprende la riflessione sul corpo non assolutizzato in un “unicum tradizione-leggi” ma contrapponendo una pluralità di corpi:

  • nell’intreccio delle relazioni;
  • nella ricerca di percorsi alternativi e creativi;
  • nella consapevolezza della difficoltà del cammino;
  • nella molteplicità dei vissuti delle donne.

 

Appare chiaro che la ricerca teologica si intreccia con quella dei simboli nella riflessione delle donne di Roma S. Paolo (“Dal desiderio alla progettualità”- Lavagna 2000) per l’accostamento di figure emblematiche, mitiche e storiche (Cassandra, Maria di Magdala, Procula moglie di Pilato, e una casalinga di Setagaya) nel tentativo di fare una teologia incarnata. La morte è intesa come vuoto, mancanza di desiderio o impossibilità di esprimere il desiderio, mancanza di parole vive, ma lo sforzo che anima sta nella capacità di stare–abitare il vuoto, nell’attesa, nella morte ma come possibile apertura di una nuova strada. Così Chiara Zamboni, riprendendo gli interventi di alcune di noi, conclude il suo intervento.

 

A Monteortone (2001), Il tema “Al di là di Padre nostro” nasce da una riflessione comunitaria sul “Padre nostro”. Si incomincia a parlare di divino per andare “oltre” la cultura del Dio Padre, un nome che divide le genti. Questo lavoro di decostruzione continuerà negli anni successivi.

Per questo è necessario un tempo che consenta all’immaginario di guarire ma anche un tempo di incubazione del nuovo che sta nascendo in noi.

 

Nel XIII Incontro del 2002 il titolo del tema proposto è “il divino: come liberarlo, come dirlo, come condividerlo: IN UN CORPO SESSUATO”. Si riprende a parlare di divino dopo Monteortone. A chiusura del suo intervento, Elizabeth Green sottolinea come “il nostro teologare richiede il linguaggio del racconto, della parabola, della pittura, della danza, della poesia”. Quasi a risposta a questo invito Il momento di condivisione “… e Sara ride”, curato dal gruppo donne di Pinerolo, incentra la ricerca teologica sul riso di Sara. Lo Spirito della risata di Sara evoca la profondità, l’ampiezza e la vastità del cosmo e le permette di vedere l’assurdità degli sforzi umani. Sara ride con Jhwh non di Jhwh. Il riso di Sara ironizza sull’assurdo, non è il parto di una donna vecchia, ma di una vita senza corpo.

 

Ancora sul divino a Trento 2004. Il titolo dell’Incontro è: “Il divino: come liberarlo, come dirlo, come condividerlo – QUEL DIVINO TRA NOI LEGGERO”.

La straniera – la samaritana – Dio è un bacio. Sembra che si sia cercato di riappropriarsi del sacerdozio in modo “sacrale”.

 

“IL divino: abitare il vuoto” è stato il tema di Genova nel 2006. Si possono individuare tracce di percorsi futuri (individuali e/o di gruppo) per “abitare il vuoto” dopo:

  • avere osato il vuoto anche nei linguaggi, verificando le difficoltà a trovare segni, gesti, parole che ci esprimano nell’interezza di corpo-mente-emozioni;
  • Green: abbracciare il vuoto come inizio e fine della nostra spiritualità (v. Lavagna 2000). Nel vuoto di sperimenta la pienezza.

Solo facendo il vuoto si ritrova il nostro centro.

Solo facendo il vuoto si rinuncia all’attaccamento.

Solo facendo il vuoto si fa spazio al divino.

Non vuoto imposto ma abbracciato e abitato come segno della nostra potenza e libertà. Solo l’esperienza ci consente di combaciare col vuoto, col divino, con la fiducia che ci permette di dire: io sono.

 

Pinerolo 2007: “Il divino: attraversare il presente, osare il futuro”. Ancora il vuoto inteso come momento fondamentale non solo nella ricerca del divino, ma anche nel senso di allontanamento rispetto a stili di vita che ci vengono imposti. Bisogno di superare il confine tra le religioni del libro, le filosofie, le spiritualità.

 

“L’ombra del divino” 2008 Castel S. Pietro. Nell’invito all’incontro abbiamo scritto: “I nostri percorsi di vita attraversano e sono attraversati dal presente”:

  • cerchiamo di rispondere all’interrogativo di “come stare al mondo”;
  • attraversiamo confini segnati da ordini simbolici che non rappresentano l’interezza di corpi-mente-emozioni.

Provocazione: divino > generare il limite. Debolezza costitutiva dell’esistenza umana. Maggiore competenza nel riconoscimento del limite.

Interrogativi: a partire da noi, dai nostri vissuti – esperienze e desideri – quali lenti o filtri usare per rimettere a fuoco “quel divino fra noi leggero” come bussola nella ricerca di venti propizi al nostro viaggio?

 

E ancora, nel 2010 a Castel S. Pietro (XVIII incontro) una sperimentazione sulla forma narrata del divino, con quattro laboratori di confronto:

  • “la casa e la strada: le diversità ci appassionano”
  • “la leggerezza e la gioia dei nostri incontri con tre donne dei Vangeli: la Sirofenicia, la Samaritana, Maria di Magdala”
  • “la risata di Baubò: liberare la divina sapienza del divino femminile”
  • “dal margine del margine: voci di donne Rom”.

 

Si intreccia a Monteortone 2011 la ricerca teologica con quella dei simboli.

Si fa propria l’enunciazione di Fernand de Saussure; il significante è la forma, che rinvia ad un contenuto, la relazione tra significante e significato definisce il segno.

 

Dove ci portano i leggeri soffi del divino?

Si adotta il metodo del “parlare in presenza”, senza “esperte”, senza relazioni predisposte, sia in assemblea che nei gruppi di confronto (Cattolica 2013):

  • insieme raggiungiamo autorevolezza, riconoscimento reciproco. Da ognuna di noi si raccolgono anche le emozioni (il corpo che parla, le vibrazioni della voce, il movimento, l’atteggiarsi, lo sguardo) e non solo le idee;
  • poiché il coraggio dell’una accende il coraggio di un’altra;
  • devo percepire che a partire da qualsiasi altro luogo in cui esso si trovi, il divino è anche dentro di me;
  • una nuova consapevolezza richiede nuovo impegno, nuovo travaglio, nuove energie;
  • ciò che fa bene alle donne fa bene al mondo;
  • non possiamo trasformare il mondo ma possiamo trasformare noi stesse.

 

A Verona nel 2015 si continua ad interrogarci sul divino, sulle sue orme lasciate sulle strade dell’oggi. Due relazioni: Elizabeth Green e Antonietta Potente.

Green: camminare sulle orme del divino; Gesù si rivolge a donne e uomini con un semplice “seguimi”; Paolo (Ebrei) ha inaugurato la via nuova e vivente; sono le orme del divino su cui ci dobbiamo chinare o piuttosto siamo noi donne (Mary Daly) a tracciare il percorso, ad aprire una pista? quando noi partecipiamo alla liberazione nostra e altrui là c’è il divino: Giovanni Battista è colui che apre la strada. Debora precede (convoca il capo dell’esercito, precede Barak nella battaglia); profetessa presta il suo corpo femminile alla parola divina; diversità di situazioni che portano a diverse costruzioni simboliche; la relazione implica negoziazione tra tutte le differenze; parole chiave: leggerezza, velocità, molteplicità; la divina Sophia; scintillare è accendere la divina scintilla nelle donne; Amartya Sen: siamo diversamente differenti; due regole auree per uscire dalle sabbie mobili: 1) riflessione, meditazione di volta in volta; 2) non si esce da sole, solo la relazione ci salva; Dio-Sophia quale Trinità di amicizia.

Potente: Strategia per costruire legami; tradizione femminile di pratica mistica politica e poetica (S: Teresa d’Avila); la misticopolitica è la pietra filosofale dell’alchimia delle donne. Tutte le volte che le donne si prendono cura di se stesse e di altri. Della storia in generale. Dell’habitat che ci circonda; corpo abitato da altre persone, da altre idee, da tutte le esperienze; teoria: espressione del vedere; prassi: modi di stare nella storia; sabbie mobili= egocentrismo; vivo sin vivir in mi = vivere aperto; Zambrano: vivere fuori di sé per essere disposti al volo, pronte a qualsiasi partenza.

Strategie di resistenza:1) tavola di legno della Cina con storia della principessa e dei bachi da seta. Tradizione e creatività per creare bellezza; 2) Madonna del Parto: angeli che aprono il palco, vestito della Madonna; strategia del far uscire dal di dentro; 3) “Beato il ventre che ti ha partorito e i seni che succhiasti” (Luca); 4) Versetto aggiunto (cattiveria e gelosia di qualcuno che non vuole che il corpo parli); 5) Cibo = espressione della quotidianità; 6) invito alla parola: a creare parole nuove.

 

***

 

Nel terminare il nostro lavoro vogliamo riassumere il percorso che abbiamo seguito. La ricerca teologica si intreccia con gli aspetti simbolici, liturgici, emozionali, coinvolgendo corpo e mente in un cammino non rettilineo né circolare ma a spirale (che ad ogni giro torna su sé stesso ma con un “passo” in più).

Siamo riuscite a dare risposta ai tanti interrogativi che via via camminando ci hanno dato modo di approfondire, ampliare, costruire un modo nuovo di essere donne nuove?

Sappiamo solo che camminiamo tornando anche sui nostri passi e cercando vie diverse e non sempre facili da percorrere.

 

La riappropriazione della parola di Dio ci ha spinto a leggere la Bibbia con occhi liberati da una lettura per lo più dogmatica e codificata dalla cultura patriarcale.

Il “racconto di liberazione” deve dar vita al desiderio femminile di autorità, di reciproco riconoscimento, sottolineando che la parola parte dal corpo e che in questa esperienza è la radice della spiritualità e del senso di autostima.

Da qui la ricerca sull’immaginario di Dio, non più proiezione dell’identità maschile, ma un Dio-Ruah i cui connotati sono interdipendenza e relazionalità. Gesù destruttura ogni rapporto di dominio rompendo il patto tra uomini.

Inizia così un processo di decostruzione di “gabbie” patriarcali. Si ricercano figure femminili emblematiche mitiche e storiche nel tentativo di fare una teologia incarnata, nello sforzo di stare-abitare il vuoto, nell’attesa, nella morte per rinascere.

Si comincia dunque a parlare non di Dio, ma di divino per andare “oltre” la cultura di Dio Padre. Come dire, come liberare, come condividere il divino: in un corpo sessuato. Quel divino è tra noi leggero. Il divino è abitare il vuoto. Solo facendo il vuoto si fa spazio al divino.

Necessità quindi di superare il confine tra le religioni del libro, le filosofie, le spiritualità. L’ombra del divino, il senso del limite, il riconoscimento dello stesso.

Tra il 2001 e il 2015 nei titoli dei nostri incontri si legge spesso la parola “divino” e sulle orme dei nostri passi desideriamo che esse ci precedano intrecciando in questa attesa esperienza spirituale e vita quotidiana.

“La forza mistica e politica del corpo-parola delle donne” è il sottotitolo dell’incontro di Verona nel 2015. Si inizia con l’ascoltare il corpo con leggero tocco delle mani. Si incrociano gli sguardi per riconoscersi e dare riconoscimento alle altre. Si ammette che siamo diverse da quello che cerchiamo di essere e si riconosce la necessità di un approccio “spirituale” alle cose.

 

Possiamo infine sottolineare che il nesso corpo mente ed emozioni, anche se diversamente articolato nei vari Incontri, rimane importante. Posto in genere all’inizio crea anche un clima psicologico favorevole ai momenti successivi: il lavoro nei laboratori, in assemblea e i momenti liturgici di condivisione.

Gruppo donne Roma San Paolo

25 ottobre 2016

[1] “Alla scoperta della nostra parte maschile e della nostra parte femminile con il movimento, la musica e l’espressività manuale”

Un pensiero su “Dalla riappropriazione della parola al tempo dell’attesa – Gruppo Donne CdB San Paolo (Roma)

  1. carissime, vi ringrazio molto dell’importante e ricco lavoro di riflessione e confronto che avete fatto! mi avete fatto rivivere emozioni, ma anche consapevolezza del nostro comune percorso di ricerca, di amore per l’espressione corporea, di simbologie create appositamente per noi, di messaggi ricchi di profonda mistica e politica! ancora tante grazie e…a prestissimo! Catti

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