Storia vivente – 16 febbraio 2018

Paola Cavallari – Bologna

Paginetta (abbondante) …a partire dalle suggestioni dell’incontro del 28 gennaio 2018 sulla “pratica di Storia vivente”.

“Possiamo iniziare a scrivere senza avere la pretesa della perfezione: è una crescita, una maturazione, un cammino, perchè cresce la consapevolezza di quello che abbiamo fatto e stiamo facendo”. Il progetto ha un grande fascino. Esprimo gratitudine per chi lo ha proposto e per chi ha lavorato in esso fino ad ora. Mi riconosco con queste parole di Carla e Doranna, e sottolineo quel “senza avere la pretesa della perfezione”: è infatti quest’ultimo un meccanismo maligno, che blocca la creatività femminile, spesso un alibi – come Antonietta Potente non si stanca di ripetere – che ci inchioda nella ripetizione inesausta della sfiducia in noi, depotenziandoci. Dire: “le cose con parole che rispondono alla nostra esperienza” è agire la vita, a cominciare da quella narrazione della Storia che non possiamo demandare ad altri/e: è un destino cui siamo chiamate. Come ha scritto Elizabeth Green: l’esperienza CDB gruppi donne è unica, e preziosissima.

…. Anche se, oggettivamente, sono abbastanza estranea al progetto… perché la mia storia è molto lontana, sono nel femminismo dal 72/3, ma “la mistica”… quella no! Per anni ho praticato un agnosticismo convinto, e il mio approdo al gruppo cdb donne risale solo a tre anni fa. Il nucleo del lavoro Storia vivente su cui stiamo ragionando credo sia, come si è detto nella relazione iniziale di Carla, “a) l’esigenza più volte espressa nei nostri collegamenti di lasciare traccia scritta del nostro percorso”. È quindi un’impresa necessaria, sia per noi stesse che per le altre/i, tra cui le storiche di professione (mi riferisco alla società italiana delle storiche), che a volte hanno rilevato la scarsità/mancanza di documenti di donne femministe credenti. È davvero una storia unica in Italia e non solo.

La strategia con cui attuare la cosa? Penso a piccoli gruppi che si autogovernano, massima flessibilità, alternando memoria individuale con memoria di gruppo, alternando presente e passato, alternando documenti prodotti con impressioni/ragionamenti dell’oggi… il tutto a “partire da sé”. Suddividendosi preliminarmente i periodi storici da esaminare, se no ci saranno spiacevoli doppioni. Nella categoria memoria individuale stanno evidentemente quei nuclei di vissuto che lambiscono zone impervie dell’intimo, zone nascoste di sé, tenute in genere al riparo dagli sguardi esterni…

La possibilità di disseppellire o meno queste aree, di dar voce alle viscere, dipenderà dalla fiducia che si nutre nei confronti delle altre, dalla qualità/tenuta delle relazioni, da quante e quali persone “so che mi sostengono” (ho vissuto l’esperienza preziosa di un gruppo di autocoscienza, ma gli anni mi dicono che non è cosa facile, anzi!). Si deve vedere caso per caso. Mi piace ricordare parole della nostra storia che già si annuncia, e che traggo da un testo superbo, di Franca Filippone e Marina Marangon (dal quaderno CdB donne, atti 2008, L’ombra del divino, pag71): “…imparando a fidarci delle compagne, respirando con loro… sperimentare che si può passare dal respiro come funzione vitale a respiro come mediatore di sacralità…”.

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Per il punto “l’obiezione silenziosa”: c’è un’esigenza oramai improcrastinabile di parlarne con parresia. Quanto a me, ho letto e riletto il libro di Mira come un gesto generoso e coraggioso, e averle dedicato una intervista su Esodo ne è il segno.

A ciò aggiungo qualcosa – che si distanzia da una frase detta da Doranna nella sua relazione. E cioè pongo una domanda: che ne è di una donna (io) che ha gioito per quel libro e si mette in risonanza con quella esperienza – perché si riconosce in essa -, ma, a proposito della frase “Il mio racconto mette in evidenza che senza [….] la scoperta dell’ordine simbolico della madre non sarei mai riuscita ad uscire da quella sottomissione” [frase tratta nel libro e che Doranna ha citato nella sua relazione], ebbene con quella frase, quella donna non trova accordo? E non perché questa sia la verità per Mira. Nulla da dire, ci mancherebbe.

Ma che ne è di altre esperienze che scelgono riferimenti diversi (a proposito di Differenze) da quella dell’ordine simbolico della madre, e che analogamente (per me) sono riuscite a smascherare il fallologocentrismo, ad uscire dalla soggezione patriarcale, ed affermano la soggettività e la libertà femminile? Il mio – più che quarantennale – femminismo si è nutrito di parole per dirlo che non si inscrivevano in quest’ordine del discorso: anche se non ha cessato di constatare che molti punti erano in comune, e di cercare e trovare amicizia (non sempre) in donne che invece quell’orizzonte lo facevano proprio. Per esempio alcune di queste sono Adriana Sbrogiò, Marisa Trevisan, Nadia Lucchesi (con cui ho anche avuto un profondo scambio epistolare su ciò), ed ultimamente con Doranna.

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Ma, se ne sono estranea oggettivamente all’impresa, soggettivamente non mi vivo tale. Perché il mio sentire è qui con voi, nell’humus, nella sensibilità, nella traiettoria di pensiero e di pratiche, nella condivisione di una genealogia spirituale, nelle reazioni cresciute in questo triennio, nella preparazione della liturgia dell’incontro nazionale 2017… vale a dire nella sostanza della storia presente che il gruppo sta vivendo,… e perché le mie vicende/scontri/incomprensioni con la chiesa ufficiale ed il clero maschile sono state parallele – credo – a quelle di alcune di voi (ne ho parlato solo con Anna Turri). Subito dopo l’uscita del libro di Mira, in una telefonata con Doranna, le espressi questo mio desiderio: perché non uscire nella dimensione pubblica con le nostre ferite sofferte all’interno della chiesa cattolica? Perché non prender parola e ri-trascrivere la Storia della storia di donne e chiesa? Poi ognuna dosa il racconto secondo la propria sensibilità e spiritualità.

Ultimissima cosa: penso che sarebbe bella anche una versione “filmica”, del lavoro in cantiere, editio minor certamente del testo scritto.

Un abbraccio

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