Home Politica e Società Le Psicanaliste e l’Agorà: essere uomo, divenire donna

Le Psicanaliste e l’Agorà: essere uomo, divenire donna

di Paola Zaretti
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Quel che importa è che la psicanalisi, inventata da un uomo sulla e per la cura delle donne (?) venga riscritta al femminile, rifondata, su altre basi teoriche e nuove pratiche di cura, che si smetta di seguire l’onda maschile e patriarcale della patologizzazione del femminile, per occuparsi di quei pericolosissimi “pazienti assenti” che stanno fuori dal setting.

Prendo spunto, per il titolo, da un’intervista rilasciata dallo psicanalista Paul-Laurent Assoun, datata 1994, La femminilità secondo Freud, in cui l’intervistato, ripensando al pensiero e all’opera di Freud, ricorda come egli non parli mai di “diventare uomo” ma introduca, molto tardi, poco prima di morire, una “nozione capitale, la categoria del divenir donna” con cui viene teoricamente sancita l’esistenza di una dissimmetria edipica ben nota che concerne, nel caso della bimba, il cambio d’oggetto.

Non mi soffermerò su questo punto che pure resta, nella teoria, assolutamente nodale per la donna, chiamando direttamente in causa, sino ad insidiarlo, il principio stesso dell’eterosessualità normata.
Sono altre – e ben più pressanti – le sollecitazioni che mi giungono da questa intervista su cui, a quattordici anni di distanza dal rilascio, credo valga oggi la pena di riflettere non fosse altro che per interrogare, da capo, il problematico rapporto fra femminismo e psicanalisi, il suo reale statuto di esistenza e “di salute” – nel passato e nell’attuale – e per verificare, in primo luogo, l’eventuale l’incidenza di tale rapporto nella costruzione di una realtà sociale diversa, Altra dal patriarcato.

Si tratta di un’ indagine preliminare ma indispensabile per poter ripensare, precisare, e riformulare, nell’attuale, le vicissitudini, le criticità e le compatibilità di una relazione quanto mai complessa, nebulosa e troppo frettolosamente liquidata, i cui effetti di ritorno potrebbero influire positivamente – o negativamente – sulla crescita quantitativa e qualitativa della presa di coscienza, da parte delle donne, della loro condizione e sullo sviluppo futuro del movimento delle donne nel suo complesso.

La prima sollecitazione mi viene dalla risposta data da Assoun a una domanda postagli dall’intervistatore sul rapporto, appunto, fra psicanalisi e femminismo.

E’ appena il caso di dire che il mio smodato interesse per la risposta dell’intervistato non sarebbe così preclaro e spudorato se non fosse che tanta parte della mia ricerca è sempre più incalzata da un’esigenza forte: rimettere al centro dell’attenzione teorica e delle pratiche di “cura” rivolte alle donne, il rapporto fra teorie femministe e teoria psicanalitica per esplorarne a fondo compatibilità e paradossi, affinità e differenze, mistificazioni e antagonismi.

E’ un lavoro che esige tempo, così come richiederebbe tempo motivare, nel contesto, l’uso del plurale in riferimento alle prime e del singolare adottato per la seconda.

Ma consideriamo, per cominciare, la risposta di Assoun all’intervistatore, dalla quale sono già rilevabili alcuni spunti utili per verificare se il paradigma teorico psicanalitico e politico che se ne ricava – sostanzialmente uni-forme e condiviso, all’epoca dell’intervista, dalle diverse “scuole”, fondate, peraltro, da un’assoluta maggioranza di padri – sia tuttora vivo e dominante nella “formazione” impartita a donne e uomini all’interno di queste “scuole” o se siano intervenute, strada facendo, delle sostanziali modifiche nel modo di pensare il rapporto fra psicanalisi e femminismo. Dice Assoun:

Primo punto: il fatto che femminismo e psicanalisi siano contemporanei non è affatto una cosa fortuita.
Secondo punto. Freud ha sempre detto – questo è il punto ovviamente dolente delle relazioni tra psicoanalisi e femminismo – che la psicoanalisi non si prestava ad un uso polemico, a quello che lui chiama “uso agonale”, in termini, cioè di lotta.
Con questo si vuol dire che la psicoanalisi non si regola su come le cose dovrebbero essere. Il femminismo, al contrario della psicoanalisi, milita, combatte – perché questo è il suo compito – per l’emancipazione della donna.

E aggiunge:

Ma questa differenza non comporta da parte della psicanalisi alcuna forma di misoginia, perché essa si accosta alle donne come soggetto…
La psicoanalisi non è una “Weltangschauung”… non è una “visione del mondo” che metterebbe le cose a posto in modo da formare una bella sintesi. Una Weltanschauung è un po’, in fondo, un’ideologia. Allora, da questo punto di vista, il femminismo è una Weltanschauung utile, certamente necessaria; ma la psicanalisi può dire semplicemente che cosa essa impara dalla realtà “sul volere al femminile”, sul “desiderio al femminile”.

Per commentare questi enunciati, non basta un articolo, mi limito, dunque, ad alcune osservazioni a caldo.

La prima, relativa al punto 1 contenuto nella citazione d’apertura, è che la natura – non “fortuita” – del nesso fra femminismo e psicanalisi viene semplicemente enunciata senza alcuna indagine ulteriore.
Ma, quel che più interessa, sono le affermazioni di Assoun raccolte al punto 2, in cui femminismo e psicanalisi, quanto al loro rispettivo “compito”, vengono da lui concepiti, sulle orme di Freud, in termini decisamente binari e contrapposti: il femminismo, al contrario della psicanalisi – si dice – lotta per l’emancipazione della donna.

Senza soffermarci, per brevità, su quest’ottica riduttivista che non rende certo giustizia al pensiero femminile e tralasciando le complessità inerenti il concetto di “emancipazione”, l’emancipazione della donna, dice Assoun, non è faccenda che riguardi in alcun modo la teoria e la pratica di “cura” psicanalitica, il cui compito – ridotto alla pura e semplice descrizione e presa d’atto della realtà così come si configura nel funzionamento del sistema simbolico patriarcale in atto e non “come dovrebbe essere” – si esaurisce in un’autoproclamazione di in-differenza, disinteresse e rinuncia situati al di qua di ogni prospettiva di trasformazione simbolica dell’esistente.

E’ appena il caso di dire che una simile affermazione supera di gran lunga lo “scandalo” suscitato dalla teoria freudiana, denunziato a suo tempo dal femminismo e condiviso – nonché perspicacemente utilizzato – da Lacan, per non aver saputo fare di meglio che applicare alla donna il metro di misura adatta all’uomo.
E lo supera nella misura in cui questa affermazione sembra ignara del paradosso che contiene e che consiste nel “dimenticare” l’origine della sintomatologia “isterica” e la sua dipendenza da un sistema simbolico patriarcale patogeno, discriminatorio e fuorclusivo nei riguardi della donna, di cui – ora come allora – gli psicanalisti si limitano a prendere atto.

E una buona giustificazione “teorica” cui appellarsi per continuare a farlo – misconoscendo la peculiarità e la gravità dei danni prodotti sulle donne dall’esistenza di un simbolico che le cancella – è sostenere la tesi di una dipendenza indifferenziata, dell’uomo e della donna, dal “significante”: Fifthy-fifthy, insomma, e, mal comune mezzo gaudio!

Ciò che oggi massimamente importa, è capire se sia ragionevolmente e realisticamente credibile che da una simile impostazione di pensiero e visione della “realtà”, siano immuni le psicanaliste donne la cui “formazione” avviene all’interno di “scuole” affette da dipendenza del Nome del Padre e funzionanti, in tutto e per tutto – persino nella direzione delle scelte bibliografiche – sul modello patriarcale.
Si può davvero pensare di elargire “ascolti” e “sostegni” e “cure”, e “guarigioni” a chi soffre di disturbi indotti, per tanta parte, da un sistema patogeno che contempla la presenza di un unico significante “privilegiato” a rappresent
are entrambe i sessi, mantenendo intatto questo sistema e legittimandolo come tale, senza che l’idea di modificarlo venga minimamente contemplata?

Una tale modificazione, certo, è, in teoria, contemplata (il famoso point de capiton lacaniano), ma a dar conto della verità dei fatti, restano il numero di istituzioni fondate da maschi, e, salvo rare eccezioni, il totale disinteresse delle psicanaliste che le abitano per la storia del femminismo, della sua cultura, delle sue teorie, e la loro assenza, reale e simbolica, da quei Luoghi dell’agone in cui contro la violenza sulle donne e per la loro dignità c’è ancora, grazie al cielo, chi combatte.

Si pensa, forse, che delle trasformazioni, delle “riarticolazioni” del simbolico – su cui Butler insiste – possano essere incoraggiate e incentivate restando blindate all’interno bunker del setting o partecipando a Congressi in cui l’ autoreferenzialità è scopo primario?
E sarebbe atto di fede credere che su questo aspetto decisivo – politico prima che etico – i proclami “rivoluzionari” dei fanatici del “lacanismo” abbiano davvero qualcosa di più di altri da insegnare per il solo fatto di predicare l’avvento di una miracolosa “conversione” degli psicanalisti maschi dalla posizione dell’Uno-Tutto, alla posizione femminile del non tutto o per il solo fatto di “risarcire” le donne dalla loro mancanza supposta con la trovata lacaniana di un godimento femminile “supplementare al di là del fallo”.

Se non è compito della psicanalisi lottare contro un sistema di valori che ha ridotto le donne in schiavitù togliendo loro ogni parvenza di dignità, se l’uso agonale è faccenda delle femministe e non degli e delle psicanaliste, ebbene, questa fuga dall’agone non dipende da una qualche misterica virtù epistemica o da un verginità ideologica incontaminata – come Assoun e altri/e con lui vorrebbero farci credere – ma dall’essenza maschile e patriarcale della fondazione di una disciplina e delle sue istituzioni, che non hanno alcun motivo per “polemizzare” contro un sistema di dominio di cui sono sempre stati fedeli servitori (come prova il privilegio attualmente accordato alle pratiche psi dalle istituzioni)

Ma, ecco il punto che interessa, a nutrire la psicanalisi e gli psicanalisti, da Freud in avanti, sono sempre state le donne con la loro sofferenza, femministe incluse.
La foltissima schiera di donne che si è avvicinata a questa disciplina passando attraverso la pratica femminista dell’autocoscienza è stato, negli anni ’70-80 un fenomeno generalizzato che ha rappresentato per i “curatori d’anime” un business senza confronto.
A rivolgersi all’analisi o ad altre pratiche “psi” sono tuttora, al 90 per cento, le donne.

E se è vero, com’è vero, che esiste un’incompatibilità fra questa psicanalisi e il femminismo, è proprio sul delicato passaggio dalla posizione di donna “femminista” alla posizione di donna “paziente” o di donna “psicoanalizzante” e, in alcuni casi, di donna “psicanalista”, che dovremmo oggi interrogarci.

Come? Indagando un po’ più da vicino sugli esiti di “cure” e “guarigioni” inquinate da un’incompatibilità irriducibile fra teoria femminista e teoria psicanalitica e sui suoi riflessi soggettivi, generazionali e sociali.
Potrei spingermi oltre e domandarmi se un tale livello di incompatibilità nei rispettivi “compiti” e finalità, non si sia tradotto e non si traduca, nei percorsi di “cura” prodigati alle donne, in un ennesimo atto di violenza nei riguardi della crescita dell’affermazione della libertà e dignità femminile.

E, con un passo appena più in là, potrei azzardare persino il sospetto che il Grande Silenzio delle donne durato per oltre trent’anni, l’incomprensibile stato di paralisi in cui il movimento sembrava precipitato e l’incapacità di trasmettere energia “agonale” alle nuove generazioni, siano imputabili, in certa misura, agli esiti deleteri di pratiche di cura a direzione maschile di stampo repressivo-rassegnativo-depressivo che riducendo – consapevolmente o no – l’aggressività positiva e la forza trasformativa delle donne attraverso quello straordinario potere che si chiama transfert, hanno finito per “guarire” le “pazienti” restituendole a quel deficit di aggressività, a quell’ipoaggressività di cui Marina Valcarenghi ci parla come una delle cause principali della sofferenza femminile.

La denegazione della violenza, ci raggiunge, puntuale come la Morte, nel secondo passaggio dell’intervista :

Ma questa differenza (fra femminismo e psicanalisi) non comporta da parte da parte della psicanalisi alcuna misoginia perché essa si accosta alle donne come soggetto.

Le bugie hanno le gambe corte e un effetto boomerang assicurato: la fretta di rispolverare il vecchio argomento-paravento freudiano della Weltanshauung (concezione del mondo) che il femminismo, accusato di ideologismo, farebbe propria, per nascondere le vere ragioni della presa di distanza della psicanalisi dall’agone femminista, riserva qualche inconveniente: se c’è qualcosa che, da Platone a Heghel, la storia e la cultura dell’Occidente insegnano, è che la smania di “mettere le cose a posto in modo da formare una bella sintesi” (che il nostro intervistato attribuisce, per un clamoroso errore alle femministe), è una passione tutta maschia non smentita (anche quando ci si prova) dalla riarticolazione lacaniana dell’”intera teoria psicanalitica in termini hegeliani”.

Nella parte conclusiva del secondo passaggio, il compito della psicanalisi si ridurrebbe, per il nostro intervistato, a dire, riferire e riportare, quanto essa “impara” “dalla realtà sul “volere al femminile” sul “desiderio al femminile”.
Tutto qui? E per farne che?
Per appropriarsene. Per dominarlo – per paura. E la vera “tragedia” del maschile, della sua indomita violenza, è tutta qui: in quest’appropriazione-dominio impossibile e nell’odio che ne scaturisce.
E’ per questo che a uno psicanalista che discorre con un suo collega della femminizzazione del mondo, dicendogli che “Le donne si sentono più a loro agio con lo statuto attuale dell’Altro che non esiste” (sono questi gli stereotipi con cui s’intendono), il collega, acido, risponde: che esse siano più a loro agio in questo malessere implica caratterizzare l’epoca come il nuovo regno del non-tutto. Nell’epoca del non-tutto è logico, seguendo i matemi di Lacan, che si prenda in conto il fenomeno detto della femminizzazione.

Ma come? Non è dalla posizione femminile del non tutto che lo psicanalista – maschio o femmina che sia – deve operare nell’analisi? E, se è davvero così, perché questa femminizzazione invocata, così importante per definire la posizione dello psicanalista nella cura, viene qui descritta come una sventura cui rassegnarsi “lacanianamente”?
Come non convenire sul giudizio espresso da Rosy Braidotti a proposito di questa spinta maschile alla femminizzazione, già teorizzata da alcuni filosofi?

Non posso fare a meno di chiedermi che cosa li abbia spinti in questo progetto di defallicizzazione. Che cosa esorcizzano questi filosofi nell’atto del loro divenire femminilizzati? Che cosa vogliono questi nuovi isterici? In questa manovra non vedo altro che il nuovo cannibalismo metafisico: essa esprime il desiderio maschile di continuare la tradizione egemonica che hanno ereditato, rivela l’attaccamento degli uomini al loro tradizionale luogo di enunciazione nonostante tutto Invidia.

Smettere di pensare, in questo momento, è davvero l’ultima cosa da fare. E a giustificare, se mai ce ne fosse bisogno, la posizione critica che emerge da questo scritto, direi che mi viene dall’aver impiegato già troppi anni a rimuginare e a scrivere sulle acrobazie dei lacaniani…che con la favola del fallo e del pene sono riusciti a convincere persino le analiste – e qualche femminista – che lui, Lacan, era femminista…

La cosa
che importa è che la psicanalisi, inventata da un uomo sulla e per la cura delle donne (?) venga riscritta al femminile, rifondata, su altre basi teoriche e nuove pratiche di cura.
La cosa che importa è che si smetta di seguire l’onda maschile e patriarcale della patologizzazione del femminile, per occuparsi di quei pericolosissimi “pazienti assenti” che stanno fuori dal setting.
E’ forse per questa via che, con il contributo del femminismo, con la sua ricchezza e con le sue spinte agonali, può davvero nascere un rapporto fecondo, non antagonista, fra femminismo e psicanalisi che, a ben vedere, non è mai esistito.
Solo così sarà forse possibile “insidiare la rete socio simbolica” e sgretolare quel potere psicanalitico maschile che, come altri e non diversamente da altri, ha diviso le donne perpetuando, attraverso questa divisione, se stesso.

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