Home Politica e Società A che servono classi «per stranieri»?

A che servono classi «per stranieri»?

di Simonetta Salacone
da www.confronti.net

Crescere insieme, per i bambini, è l’unica condizione per diventare amici, comprendersi, confrontarsi ed accettarsi, ciascuno a partire dalle proprie caratteristiche e diversità. Va nella direzione opposta la mozione sulle «classi di inserimento» per i figli degli immigrati fatta approvare dalla Lega. L’autrice è dirigente scolastica della scuola elementare «Iqbal Masih» di Roma.

Quando alla Camera dei deputati è passata a maggioranza la mozione del capogruppo della Lega Nord Roberto Cota, che prevede «classi di inserimento» per i figli degli immigrati, si è levata una protesta molto forte da parte di un’ampia parte del mondo della scuola, dalle associazioni dei migranti, da una grande parte del mondo cattolico, dalle forze politiche dell’opposizione, dall’Associazione dei comuni d’Italia (Anci).

La protesta, e il dibattito che ne è seguito e che ancora coinvolge molte realtà culturali e politiche del paese, hanno poco di ideologico e molto di concreto. La mozione è stata collegata subito alla ampia serie di provvedimenti governativi che, a seguito di eventi anche drammatici avvenuti in alcuni territori del nostro paese, sono stati varati per collegare in maniera diretta l’emigrazione con i fenomeni della clandestinità, della marginalità, della sicurezza.

Ancora una volta l’arrivo di popolazione migrante sembra diventare di per sé un problema, prima che un argomento da affrontare in termini di accoglienza e integrazione.

Negli anni Sessanta le massicce migrazioni interne proposero problemi simili di integrazione fra italiani del Nord e italiani del Sud e anche allora emersero problemi di difficoltà ad accogliere alunni provenienti da territori più poveri del nostro paese e da culture contadine e patriarcali che il Nord, più industrializzato, aveva da poco tempo, e solo in parte, modificate.

Anche allora si trattò non solo di una integrazione linguistica fra dialetti tanto diversi da costituire apparati linguistici specifici (si ricordi il bel film di Amelio, Così ridevano, che utilizza i sottotitoli per tradurre i dialoghi in dialetto stretto di immigrati siciliani a Torino!), quanto di una integrazione sociale e culturale, per la quale ci vollero tempo e azioni positive degli Enti locali, della scuola, delle Chiese, delle associazioni. Anche oggi si tratta non solo di apprendimento della lingua, ma di incontro fra culture di diversa provenienza.

Si tratta di capire se si può apprendere una lingua al di fuori del suo contesto comunicativo e del suo apparato letterario ed artistico, ovvero se si può entrare nella cultura diffusa di un paese, intraprendere percorsi di integrazione, imparare ad amare il nuovo paese in cui si è scelto di vivere e del quale, per gran parte delle situazioni, si è deciso di diventare cittadini, lavorando appartati in classi differenziate e subendo percorsi di assimilazione.

Le considerazioni che accompagnano la mozione della Lega non prevedono solo test di conoscenza della lingua, ma anche percorsi di «educazione alla legalità e alla cittadinanza», di «comprensione dei diritti e dei doveri (rispetto per gli altri, tolleranza, rispetto della legge del paese accogliente)», di «sostegno alla vita democratica» e progetti sulla «interdipendenza mondiale», sul «rispetto delle tradizioni territoriali e regionali del paese accogliente, senza etnocentrismi», sul «rispetto della diversità morale e cultura religiosa del paese accogliente».

Leggere tutta la mozione ci permette di capire che lo scopo della mozione stessa non è quello di facilitare l’apprendimento della lingua per alunni di famiglie migranti, bensì quello di garantirsi che chi arriva in Italia sia preventivamente misurato sulla capacità di adeguarsi alla cultura del paese accogliente. Il fatto che si pensi che ciò possa avvenire in maniera separata, ci indica che l’obiettivo è l’omologazione, non l’incontro.

Tutta la pedagogia dell’accoglienza ha per obiettivo lo sviluppo della cittadinanza democratica e l’inclusione. Essa ci dice che solo dall’incontro fra culture e fra esperienze di vita e solo dall’intreccio di relazioni affettive, oltre che cognitive, si ottengono risultati di crescita per chi arriva in un paese, ma anche per chi vi è nato e vi abita da generazioni.

La pedagogia dell’incontro richiede a tutti, a chi arriva e a chi accoglie, di cambiare e di adeguare comportamenti, conoscenze, fantasie, mitologie, sogni. Nessuno può rimanere quello che era prima, a seguito di un incontro.

Crescere insieme, per i bambini, è l’unica condizione per diventare amici, comprendersi, confrontarsi ed accettarsi, ciascuno a partire dalle proprie caratteristiche e diversità.

La difficoltà obiettiva dell’apprendimento della lingua, oltre ad essere la parte meno evidente del problema (più del 70% degli alunni di famiglie immigrate è ormai nato in Italia e parla italiano, solo il 10% del totale degli alunni è in situazione di non italofonia), si risolve facilmente con strategie di individualizzazione dell’insegnamento, dedicando cioè alcune ore a percorsi personalizzati all’interno della programmazione di classe, soprattutto per gli alunni che arrivano durante l’anno scolastico, e creando tutte le possibili situazioni di motivazione e scambio comunicativo con i compagni.

Sarebbe utile, quindi, poter disporre non di classi speciali, in cui raccogliere alunni di età diversa e di diversa provenienza geografia e quindi di linguistica (a chi affidare, poi, tali classi così composite e complesse?) quanto di un monte ore di straordinario per i docenti delle classi in cui quegli stessi alunni sono inseriti, di spazi attrezzati, di computer e di programmi informatici adeguati, di laboratori di lingua e di espressività.

Sarebbe poi compito delle scuole, attraverso lo strumento dell’autonomia, organizzare l’orario e la didattica individualizzata e per piccoli gruppi in modo efficace.

Chiunque pratichi l’insegnamento delle lingue straniere sa che queste si apprendono in situazioni di immersione totale: attraverso le esperienze di vita quotidiana, il gioco, libero ed organizzato, l’esercizio dei linguaggi complessi, quali il teatro, la musica e il canto, l’espressione corporea e quella grafico-manipolativa, l’utilizzazione degli audiovisivi. Ma questo vuol dire parlare di didattica! Affrontare i problemi in maniera sincera, non ideologica e nella loro reale portata. Purtroppo, invece, il nostro paese comincia ad essere insensibile alle discriminazioni, alle separazioni, agli allarmismi creati ad arte e non riesce più a leggere il senso di sottile violenza sui cittadini più fragili che appare sotteso a provvedimenti, quali la mozione Cota, proposti con finalità di apparente utilità pratica. Svegliamoci e vigiliamo, perché i tempi sono duri e possono diventarlo ancora di più se non ci troveranno pronti a reagire con intelligenza, serenità e senza timori.

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