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Lettera Aperta all’ ARCIVESCOVO di LUCCA Mons. Italo CASTELLANO

da Mario Ciancarella – Cittadino

Caro Monsignore,

Mi spinge a scriverLe questa Lettera Aperta – per il tramite del giornale (d’altra parte mi veniva insegnato che nella comunicazione e’ importante rispondere con i medesimi strumenti utilizzati dal proprio interlocutore) – l’articolo del Tirreno del 13 Gennaio scorso nel quale si riferisce della Sua partecipazione ai funerali del Card. Pio Laghi e si riportano alcune Sue frasi virgolettate in cui Ella ricorda affettuosamente e con parole di sperticato elogio la figura del Cardinale. La cosa mi ha sorpreso non poco e sconcertato profondamente conoscendo il Suo impegno per i poveri ed i diseredati della nostra attuale improbabile Civilta’ Umana.

Forse non c’e’ da stupirsi in un Paese che intende ricostruire la nostra stessa storia equiparando fino ai riconoscimenti istituzionali i combattenti della Repubblica di Salo’ con quelli Resistenza e della Lotta di Liberazione dal Nazifascismo, e tuttavia ci sono cose che ancora riescono a suscitare un moto di indignazione.

Ora e’ pur vero che ciascuno di noi e’ legittimato a ricordare con i toni e le parole che meglio crede persone che gli furono familiari (se per questo anche le famiglie criminali celebrano i propri figli deceduti come fossero stati eroi e campioni di generosita’ e a volte chiedono ed ottengano che le loro spoglie siano conservate con magnificenza in qualche storica basilica romana), e tuttavia puo’ apparire sconcertante che un Vescovo come Lei possa dimenticare le truci, drammatiche e terribili vicende in cui il Cardinale Pio Laghi fu coinvolto come non secondario protagonista.

Un simile “tradimento” della memoria storica e della verita’ puo’ avvenire solo quando si consente alla affabulazione satanica di alienarci dalla storia concreta degli Uomini e degli ultimi tra di loro, cioe’ delle vittime senza potere dei voraci cercatori del dominio assoluto sugli altri uomini, che snatura la nostra pur genuina ricerca di fedelta’ evangelica e di imitazione di Cristo.

Il Cardinale Pio Laghi era infatti il nunzio apostolico nell’Argentina dei Generali Golpisti, intimo amico del Generale Videla con cui si intratteneva in amabili pranzi ed accese partite di tennis mentre i torturatori si accanivano sui corpi e le menti dei candidati deçapareçidos nelle vicine officine-carceri della Marina Militare. E’ stato colui che mai ascolto’ od accolse il grido di disperazione delle madri di quei figli torturati ed uccisi. E fu colui che sostenne ed approvo’ la pratica delle assoluzioni, da parte dei “cattolicissimi” cappellani militari, degli assassini funzionari dello Stato, non appena questi scendevano dai velivoli della morte dai quali avevano lanciato nell’oceano, ancora vive, le loro vittime, colpevoli solo di essere “comunisti”, politicamente dissidenti, ed a volte neppure nulla di tutto questo.

Per questo il Cardinale Pio Laghi avra’ forse anche “servito la Chiesa nella ricerca della Pace”, come Lei ha detto (ma bisognerebbe allora declinare una volta per tutte questo tema della Pace perche’ non divenga sgabello per qualsiasi tallone e alienazione dalla vicenda umana), ma certamente non lo ha fatto “battendosi per questa (pace) anche con i potenti del mondo”, come Lei concludeva. Egli piuttosto ha spesso colluso con le loro mire di dominio. Ed e’ per questo che il fallimento di una missione di pace volta a scongiurare la “guerra statunitense contro quel Satana di Saddam Hussein” era gia’ scritto prima ancora che nella cronaca nelle corde e nella storia di un uomo che tutto aveva avallato per garantirsi, con la sua Chiesa e con lo Stato presso cui svolgeva funzioni diplomatiche, contro lo spettro del “comunismo satanico”.

Nell’archivio diocesano di Lucca, se mai fosse stato finalmente rubricato il lascito del Vescovo Giuliano Agresti, Lei potra’ trovare forse la documentazione che egli accetto’ di ricevere dalle Madri di Plazo de Mayo, Las Locas, Le Pazze come le definiva il regime (in un incontro toccante e riservato che volle loro dedicare subito dopo che esse erano state umiliate in Vaticano) ed il telegramma di affettuoso ricordo che queste donne inviarono in occasione della morte del presule. La lettura di quella documentazione potrebbe forse aiutarLa a riconsiderare la Sua personale valutazione elogiativa dell’uomo e cardinale Pio Laghi.

Ma se cosi’ non fosse mi permetto di chiederLe: perche’ non rischiarsi allora nella promozione di un pubblico dibattito sulla figura e la storia del Cardinale Pio Laghi, in cui sia dato spazio (se non nelle relazioni introduttive almeno negli interventi) anche a coloro che di lui hanno avuto esperienze ed hanno ricordi assolutamente diversi e contrastanti rispetto ai Suoi?

Potrebbe forse trovarsi a scoprire – con quanto stupore e disponibilita’ a rimettere in discussione i Suoi convincimenti personali stara’ a Lei deciderlo – che non solo in esponenti di un “becero laicismo anticlericale”, ma anche in persone animate da sincera fede evangelica e persino pastoralmente impegnate esistano consapevolezze e conoscenze documentate che contrastano con il Suo affettuoso ricordo dell’alto prelato.

E concludo, Monsignore, con l’invito – se mi e’ consentito – a rimanere in un’ottica davvero cattolica (e non protestante) sulla remissione dei peccati. Questa ottica prevede che alla confessione del peccato consegua – oltre l’impegno a rimanere nella Verita’ per “non commetterne mai piu’” – anche la disponibilita’ a vivere quella penitenza che renda evidente il pentimento e agevoli la ricostruzione del legame di fraternità’ con gli Uomini infranto dal peccato. A differenza di una cultura che invece assume l’dea che “confessato il peccato, sia automaticamente rimessa la colpa”.

Ora la Chiesa Cattolica, sembra a chi Le scrive, negli anni del recente pontificato ha riconosciuto innumerevoli colpe storiche di disumana ferocia consumata verso i fratelli umani, ma lo ha fatto forse a troppi secoli di distanza (tanto da rischiare di non suscitare piu’ in alcuno – se non forse negli ultimi discendenti degli indios – lo sdegno che quelle colpe avrebbero meritato) e comunque sempre evitando di assegnarsi anche un solo minuto, una sola preghierina, un solo atto di penitenza per le infamie commesse.

Mi auguro che non sia necessario attendere che passino come per Galileo alcuni secoli e che comunque siano morti tutti i discendenti o i parenti dei decaparecidos argentini perche’ sia ritenuto maturo il tempo di fare giustizia dell’animo perverso con cui un Cardinale, in nome di un “provvidenziale anticomunismo”, decise di disinteressarsi alla sorte di tante vittime di atroci violenze. Mi auguro che la “protezione ecclesiale” che gia’ salvo’ Monsignor Marcinkus dal dover rispondere delle sue malefatte e dei crimini commessi sotto la sua alea protettrice possa una volta almeno arrendersi alla evidenza della Verita’ sul Cardinale Pio Laghi che, seppur repressa, sara’ infine inevitabilemente ed evangelicamente “urlata dai tetti”.

La saluto con amareggiata deferenza.

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