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La crisi economica “minaccia” la pena di morte negli USA

di Michele Paris
da www.altrenotizie.org

È passato quasi un anno ormai da quando la Corte Suprema degli Stati Uniti decretò lo stop alla moratoria della pena di morte, dichiarando legittimo il procedimento di esecuzione tramite iniezione letale. Dall’aprile del 2008 sono state così ben 51 le condanne eseguite in America e svariate altre decine risultano in calendario solo nelle prossime settimane. Un inaspettato contributo all’abolizione della pena di morte – per lo meno in alcuni dei 36 stati che ancora la prevedono nel proprio ordinamento giudiziario – potrebbe però giungere dall’attuale situazione economica di crisi, che sta producendo vere e proprie voragini nei bilanci di molti stati. Istruire casi nei quali viene richiesta la condanna capitale risulta infatti molto più oneroso per le finanze pubbliche rispetto ad un processo per omicidio dove la pena massima prevista sia il carcere a vita.

Nelle ultime settimane si sono moltiplicati i progetti di legge approdati nelle aule delle legislature statali su proposta di governatori o parlamentari locali e diretti alla cancellazione della pena di morte. Nessun ripensamento di ordine morale tuttavia, almeno a livello ufficiale, ma una pura e semplice necessità di tagliare i costi per far fronte ai talvolta colossali deficit di bilancio che stanno affliggendo quasi tutti gli stati dell’Unione. Ad aprire la strada in questa direzione è stato uno studio condotto da un istituto di ricerca di stanza a Washington sul vicino Maryland, che ha spinto il governatore democratico Martin O’Malley – cattolico che in passato aveva manifestato la sua opposizione alla pena capitale per motivi religiosi – a chiedere l’abolizione delle condanne a morte nel suo stato.

I risultati del rapporto relativo al sistema giudiziario del Maryland – Stato che ha eseguito cinque condanne capitali dal 1978, anno in cui è stata reintrodotta la pena di morte – hanno indicato come i casi per i quali è prevista l’esecuzione hanno un costo tre volte superiore rispetto a quelli che invece non la contemplano. Concretamente, un procedimento che si chiude con una condanna a morte costa in media 3 milioni dollari contro poco più di un milione di dollari per un processo nel quale la pena massima richiesta è l’ergastolo senza possibilità di libertà “sulla parola”. A ciò si aggiunga il fatto che molto spesso i dibattimenti nei quali un pubblico ministero richiede la pena di morte si concludono con condanne al solo carcere. Nello stesso Maryland ad esempio, negli ultimi trent’anni sono stati istruiti 162 casi di omicidio per i quali é stata richiesta la condanna a morte, ottenuta in appena 56 di essi. Condanne che nella grande maggioranza dei casi si sono successivamente trasformate comunque in sentenze di carcere a vita.

Il Maryland in ogni caso è uno degli stati più clementi tra quelli che contemplano la pena di morte negli USA. Nel 2007 un disegno di legge approdato nel parlamento statale per l’abolizione delle esecuzioni capitali non fu approvato per un solo voto, mentre già lo scorso mese di dicembre un’apposita commissione raccomandò all’assemblea legislativa di procedere con l’abrogazione della pena capitale, non solo per gli eccessivi costi dei processi, ma anche per la concreta possibilità di condannare imputati innocenti e per l’eccessivo sbilanciamento delle pene comminate nei confronti degli afro-americani.

Se il percorso di uno stato tradizionalmente a maggioranza democratica come il Maryland appare prevedibilmente indirizzato verso il definitivo abbandono della pena di morte – così come fece il New Jersey un paio di anni fa e come potrebbe fare il New Hampshire a breve, sempre per la necessità di contenere le spese giudiziarie – maggiore sorpresa stanno suscitando gli analoghi procedimenti intrapresi dai più conservatori Colorado, Kansas, Montana, Nebraska e Nuovo Messico, tutti stati che comunque hanno eseguito un numero relativamente basso di condanne a morte a partire dal 1978. In questi stati sono naturalmente anche maggiori le resistenze dei sostenitori della pena capitale, i quali invitano a non misurarne la presunta efficacia in relazione agli oneri economici che produce. Le associazioni a favore dello stop al contrario hanno immediatamente appoggiato le varie iniziative a livello locale, ma allo stesso tempo stanno mettendo in guardia da un eccessivo ottimismo, alla luce di un sostegno alla pena di morte ancora piuttosto diffuso nel paese.

Le ristrettezze economiche con cui sono costretti a fare i conti molti stati in questo periodo stanno determinando persino clamorose inversioni di rotta in merito all’appoggio della pena capitale. Il governatore del Nuovo Messico – il democratico Bill Richardson – ha ad esempio rivisto la propria posizione, annunciando di essere pronto a firmare un provvedimento di abrogazione che è già stato approvato dalla Camera statale ed è in fase di valutazione al Senato. I casi nei quali viene richiesta la condanna a morte, ha spiegato l’ex candidato alla carica di ministro del Commercio nell’amministrazione Obama, sono troppo spesso soggetti ad errori giudiziari e richiedono una maggiore spesa pubblica a causa della loro lunghezza, del maggior numero di avvocati, testimoni e perizie e quasi sempre sfociano in numerosi appelli.

In alcuni casi, sono addirittura rappresentanti repubblicani ad aver proposto l’abolizione della pena di morte. In Kansas, ad esempio, dove la pena capitale è stata reintrodotta nel 1994 senza tuttavia a tutt’oggi alcuna esecuzione, la senatrice repubblicana Carolyn McGinn è la prima firmataria di un disegno di legge che proprio in questi giorni è all’esame della commissione giustizia del Senato statale. Abrogazione che significherebbe un risparmio di oltre 500 mila dollari per ogni caso giudiziario in uno stato che deve fronteggiare un passivo di bilancio che sfiora i 200 milioni di dollari.

Tutte queste iniziative si inseriscono in un più generale tentativo da parte di molti stati di contenere i costi del proprio sistema giudiziario e, parallelamente, di dare respiro ad una situazione di sovraffollamento carcerario. In stati come Arizona, Kentucky, Mississippi, New Jersey e Vermont sono state apportate modifiche al codice penale che stabiliscono periodi di detenzione più ridotti per la violazione delle condizioni di libertà vigilata. In altri casi si stanno valutando pene alternative per crimini non violenti. Più sfumata è poi la situazione in uno Stato come la Virginia che sta attraversando profondi cambiamenti nella propria composizione sociale e nelle tendenze politiche della sua popolazione. Mentre stanno per essere approvati sconti di pena per i detenuti meno pericolosi, in discussione vi è anche un progetto di legge che estenderebbe la possibilità di condanna a morte per la sola complicità in un omicidio, pur senza averlo commesso. Proposta tuttavia che difficilmente sarà firmata dal governatore democratico Tim Kaine, convinto oppositore della pena capitale.

Se il cammino verso l’abolizione della pena di morte negli Stati Uniti – colpevolmente assente dal dibattito elettorale per le presidenziali dello scorso anno e totalmente escluso dalla foltissima agenda della nuova amministrazione Obama – fa segnare qualche passo in avanti in alcuni stati, in altri, nonostante le difficoltà economiche, la tendenza non sembra invertirsi, se non addirittura procedere nel verso opposto. È il caso del Texas, stato che vanta il ben poco invidiabile primato di esecuzioni capitali in America (431 dal 1976) dove una proposta di legge avanzata dal deputato democratico Lon Burnam per l’abrogazione delle esecuzioni capitali non ha alcuna possibilità di essere approvata. Ma anche dello Utah, dove si voterà a breve un emendamento alla Costituzione dello Stato per ridurre drasticamente il periodo di tempo a disposizione per presentare appello in caso di sentenze di condanna, comprese quelle che prevedono la pena di morte.

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