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Per una comunità «educante»

di Andrea Mannucci
da www. riforma.it

Manca nella nostra società l’educazione alla morte e anche alla gestione delle emozioni: occorre un impegno dei credenti più che della chiesa-istituzione

Ricordate quella foto degli anni di piombo raffigurante un giovane con il fazzoletto al viso, che impugna la pistola in una strada metropolitana durante una manifestazione? Ecco, oggi, diversamente, in quella foto vediamo un giovane diciassettenne con un mitra che spara non alla polizia, ma ai propri compagni di studio, quindici dei quali non frequenteranno mai più quella scuola. In questo atto non c’è più ideologia, non c’è più dimensione politica, non c’è più retorica della contrapposizione delle idee, ma forse più nemmeno odio, solamente l’agghiacciante nulla del disinteresse, della noia, della paura di se stessi, della mancanza di reali punti di riferimento. Si uccidono i nostri simili distrattamente come si potrebbe uccidere una zanzara che ci ronza intorno, si uccidono come in un videogioco dove si affinano le strategie, dove ci si allena affinché al virtuale lentamente, e senza saperlo, si sostituisca il reale.

Perché tutto questo? Perché manca un’educazione alla morte, un’educazione alle emozioni, un’educazione al «bello»! I genitori oggi non sanno parlare della morte ai propri figli e così gli insegnanti, perché hanno paura e lasciano ai telefilm, ai videogiochi, alla spettacolarizzazione del pericolo il compito di farla conoscere loro, ma in che modo? I genitori oggi non sanno trasmettere emozioni e così gli insegnanti, e lasciano che sia lo sballo, la discoteca, la fuga nelle sostanze o l’atto di violenza a renderle parte della loro vita, ma con quali conseguenze? I genitori oggi, ma soprattutto gli insegnanti, non sanno educare al «bello», al piacere di gustare un dipinto, di sognare davanti a un tramonto, di volare lontano leggendo una poesia e lasciano i loro figli e alunni soli davanti alle centinaia d’immagini di orrore, di paura, di sangue, e alla moda conseguente, che i media sempre più propongono loro, ma con quali conseguenze?

Tutto inizia a pochi mesi, quando davanti alla tv un bambino comincia a lasciarsi andare, inizia ad aprire acriticamente la propria mente, il proprio corpo, le proprie emozioni e nessuna delle altre agenzie educative, come la famiglia e la scuola, saranno dopo così attente e capaci di aiutarlo a ragionare, a riflettere, a cogliere ciò che può contare per la propria vita e ciò che invece può negagliela, abbrutirgliela, rubargliela. I genitori fanno cose «per» i loro figli, ma non «con» i loro figli. Gli insegnanti danno sapere, o cercano di darlo, ai propri alunni e alunne, ma non li conoscono, non sanno, o forse anche non vogliono, conoscerli.

Questo è l’antefatto, questa è la preistoria del fatto di sangue di Stoccarda! Questa è la punta di un iceberg che ha nel profondo solo disinganno, paura, delusione, noia e si manifesta con atti di bullismo, di violenza privata, di sopraffazione sul diverso e sul più debole, anche se è proprio la debolezza interiore di questi adolescenti la molla di tutto ciò. Oggi si corre, si consuma tutto alla svelta, sono per primi gli adulti a farlo, e i bambini e le bambine, gli adolescenti, i giovani seguono inevitabilmente questo esempio.

Oggi si consuma un esame universitario come un hamburger, si consuma una relazione amorosa come una bibita ghiacciata durante la calura estiva, si svolge un lavoro come una corsa al successo e alla propria affermazione come se fosse un gioco passeggero, un abito da dismettere prima possibile perché non più alla moda. Oggi si consuma tutto in fretta per il solo gusto di consumare. I nostri adolescenti non hanno acquisito una capacità critica di riflessione, non sono stati educati a gestire al meglio le proprie emozioni, ma soprattutto a coglierne la dimensione intima, relazionale, affettiva, sociale.

L’amore, la morte, la sessualità, la condivisone delle diversità, la solidarietà, la speranza nel futuro sono concetti che hanno perso il loro significato, sono diventate solo parole, o ancora peggio, oggetti di consumo, momenti vissuti, ma non compresi, non sentiti, non partecipati con consapevolezza e con piena e rassicurante emozione! Si pensa al guadagno, al successo, alla visibilità spettacolare senza nemmeno capirli. In questo le agenzie educative tradizionali stanno fallendo ormai da molto tempo il loro compito formativo e così ci domandiamo chi possa, e come si possa colmare questo vuoto esistenziale.

Dunque non c’è più speranza, c’è solo la rassegnazione all’evidente, all’effimero, alla spettacolarizzazione degli eventi? Forse no, forse ci può essere ancora una «fede», un «credo», un «ideale superiore» a sciogliere questa matassa. Forse, anzi, vorrei azzardare nel dire, e sono fermamente certo di questo, che, sempre di più, solo la comunità «operante» di credenti, e non l’Istituzione religiosa formale, può rispondere a questo vuoto, può riprendere quel suo impegno di essere «sale della terra», che forse anch’essa si è dimenticata in questi anni, specchiandosi troppo, come Narciso, nella visione della propria immagine riflessa nello specchio della cultualità e della ricerca di Dio molto in alto, senza accorgersi più che, invece, Dio è proprio lì, accanto magari a quel ragazzo con il mitra, a quel bullo che molesta i propri compagni, a quel violentatore che crede di soddisfare così il suo fittizio piacere e la sua perduta sessualità, ed è lì che la comunità deve operare recuperando il senso vero dell’educazione come reale cambiamento della persona, come aiuto a crescere, a capire, a scegliere con la propria testa e il proprio cuore.

Forse da questo punto, tornando un po’ indietro nelle nostre riflessioni teologiche, tornando a guardare la realtà con occhi veramente nuovi, possiamo iniziare a dare nuovi messaggi, nuovi contenuti e soprattutto nuove certezze, non solo per queste giovani generazioni, ma anche e soprattutto per quella dei loro genitori, che forse hanno bisogno di ritrovare se stessi per ritrovare i propri figli, per quella dei loro insegnanti che devono ritrovare il vero significato di «educazione», il vero significato delle proprie motivazioni. Qui, in questo tempo, sta la scommessa per il futuro!

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