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DECAPITA LA MOGLIE PERCHE’ CHATTAVA

di Beppe Pavan – cdb Pinerolo

E’ il titolo dell’articolo su Il Manifesto del 31.3.09. Quel “perché” suggerisce che anche le azioni più efferate vengono compiute per una ragione: c’è sempre un motivo, una causa, una provocazione… “A ogni azione, in natura, corrisponde una reazione uguale e contraria”: quindi, dalla reazione posso risalire all’azione che l’ha provocata, uguale e contraria. Uguale nell’efferatezza?

No, qui non siamo “in natura”, ma nel regno dell’umano, del consapevole, del razionale: è lecito aspettarci, esigere, autoconsapevolezza, autocontrollo, capacità di fermarsi, riflettere, domandare, discutere, litigare… e cambiare insieme, magari lasciandosi, di fronte all’evidenza di un logoramento insuperabile della relazione. Farne, cioè, una tappa del nostro personale cammino di vita, di crescita, di formazione. Non c’è giustificazione possibile a un gesto così violento e definitivo, nessun “perché” regge.

E capisco che si radichi sempre di più una conseguenza fatale per le nostre possibilità di relazioni: le donne continueranno ad avere paura degli uomini. Eppure continuano a sposarseli… E noi ci sentiamo invincibili e sogghigniamo, tronfi di questa nostra invulnerabilità. Barbablù abita in ciascuno di noi…

Ma siamo fragili, tragicamente fragili. Finire in carcere o suicidi: non è solo disperazione. Significa tristezza, infelicità, rabbia consumata in silenzio, senza immaginare neppure di poter chiedere aiuto… mascherate solo dalla sguaiataggine della complicità con chi ci è simile. Dallo stordimento nell’alcool, nelle droghe, nella pornografia, nel vuoto di esistenze attraversate come cani randagi, che reagiscono come natura comanda.

Ben altro è essere uomini. Ben altre opportunità ci sono patrimonio e, soprattutto, matrimonio, cioè dono della madre: tenerezza, intimità, amore, relazioni di cura e di rispetto, convivialità, felicità… E’ un ordine simbolico altro, un altro mondo, un’altra dimensione di vita. Non c’è continuità con questa: bisogna fare un salto. Ce lo descrive Mary Daly in Quintessenza (ed Venexia).

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