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MIGRANTI. NESSUNO E’ CLANDESTINO

di Rosa Ana De Santis
da www.altrenotizie.org

Il Consiglio d’Europa ha espresso profonda preoccupazione per la condizione dei migranti nel nostro Paese. Così accogliente a detta dei politici, così pieno di carità cristiana a sentire i cattolici, eppure così sul filo di accuse pesantissime. Il rapporto del commissario per i diritti umani, Thomas Hammarberg, uscito il 16 aprile, dopo la visita in Italia di metà gennaio, gli incontri con le istituzioni e le amministrazioni locali, parla di “deep concern”.

L’espressione è diplomatica, ma pone un allarme serio sull’atteggiamento politico del Belpaese nel contesto europeo. L’osservatore europeo ha visto con i propri occhi cosa accade nei campi rom, nei centri di espulsione di Lampedusa, nelle periferie in cui spesso sono ammassati gli stranieri. Nel mirino sarebbero andati soprattutto i nuovi provvedimenti sull’immigrazione, l’aggravante della clandestinità e da ultimo il clamoroso espediente dei medici spia.

Il diritto d’asilo vanta poi numerosi esempi di violazione, storie su storie in cui sarebbe stato totalmente disatteso, abbandonando perseguitati politici. Le misure adottate dal governo per contrastare l’immigrazione clandestina risulterebbero sproporzionate rispetto al fenomeno, sia nella loro ispirazione che nelle procedure di applicazione, al punto da deteriorare pericolosamente quel nucleo di diritti civili fondamentali che ad alcuno possono essere negati impunemente in un contesto politico-culturale che voglia dirsi liberal-democratico.

Il governo non ci ha risparmiato casi da citare. Il censimento su basi etniche dei rom e dei sinti, gli annunci xenofobi della Lega e di alcuni sindaci del Nord Italia, gli stessi che sulla manodopera a nero e a basso costo degli stranieri fino ad ora hanno costruito la ricchezza delle proprie cittadelle, l’espulsione (ignorando il monito della Corte Europea) di cittadini che chiedevano asilo per motivi politici. Il governo ha già dato una prima risposta al rapporto europeo. Rassicura, ma ribadisce che tutto è stato fatto in nome della sicurezza.

C’è tempo, a quanto pare, per una legislazione compiuta e ad hoc sul fenomeno della discriminazione razziale. Una lacuna profonda sul tema delle Pari Opportunità che non ci stupisce date le condizioni di conservatorismo sempliciotto e pallida prudenza in cui versa il Dicastero affidato alla Carfagna, alle strette dipendenze dell’azienda Chigi.

Così, in una battuta, la maggioranza ci dice che non ha cura di rappresentare un caso isolato nell’Europa, che esiste un’equazione tra mancanza di sicurezza e immigrazione, tutta da stabilire e anzi screditata spesso dagli stessi numeri del Ministero degli Interni, che l’approccio punitivo sulla clandestinità è considerato sia lecito che efficace. Il punto ribadito più volte dal commissario e su cui l’Italia tradisce maggiore impreparazione è proprio sul tema di come vengono accolte o respinte le richieste di asilo.

Ed è in questo come, nella scelta della modalità politica e del metodo perseguito che il governo tradisce la sua incapacità a trattare con prospettiva e irremovibilità di principi il tema dell’immigrazione, svelando piuttosto la propria anima xenofoba che riconosce nell’italianità dei cittadini un valore in sé. Il tema della terra e del sangue che ha generato funeste stagioni di storia, nemmeno troppo lontana.

L’Italia esce male, anzi malissimo. A volerci alleggerire da sofismi diplomatici il nostro è un Paese che non vuole entrare nei risvolti di un fenomeno tanto complesso e tanto difficile da analizzare e gestire. E’ un Paese che respinge con argomenti ingenui e miopi. Che punisce con una legislazione spartana, che non riesce proprio per questo a risolvere nessuna delle sue ferite sociali. L’unica amara equazione confermata dai numeri è proprio questa. Così come, seguendo le cronache, appare chiaro che i veti della legge, la trinità di espulsione, carcere e discriminazione non ferma, né fermerà la processione delle barche.

Il viaggio della speranza sopravvive ai naufragi, alla perdita di ogni identità, alla tutela di una cittadinanza che evapora lungo il tragitto da costa a costa. Clandestino diventa così una condizione esistenziale, quasi innata, scritta nel DNA di una diaspora motivata dalla povertà. L’utilizzo esteso di questo nome che nasconde in sé un significato offensivo è stato sufficiente a ribaltare la logica di un fenomeno, ad oscurarne le cause e i responsabili, a giustificare reazioni politiche illegittime.

Clam-des-tínus è colui che si nasconde di giorno e che odia la luce, una specie di adoratore del buio, uno che approfitta delle tenebre per fare il male. Le parole nel tempo cambiano se stesse, vengono stravolte, mutano i significati e vengono prese in prestito dai costumi sociali. In alcuni casi danno origine a un comportamento, creano loro stesse – da sole – persone e luoghi, cose e pensieri. La politica dell’immigrazione vive ruotando intorno a un significato sbagliato che ha costruito, non soltanto nell’immaginario collettivo, una rete di comportamenti e reazioni che a quella negatività ha provato a reagire con misure di restrizione e difesa.

Il migrante diventa clandestino per forza, per la sua stessa condizione di viaggiatore. Per il modo in cui arriva sulle nostre coste, di notte, con nulla addosso. Con espedienti dettati dalla disperazione. Solo perché è un povero. E’ la povertà, tema scomodo per la parte bene del mondo, ad arrivare dopo, troppo tempo dopo, quando ormai la popolazione degli invisibili è già nelle liste nere. Il 65% arriva quindi con un visto e si trattiene oltre la scadenza prevista. Un altro 25% arriva approfittando dell’abolizione delle frontiere nei Paesi Schengen. Diventano presto tutti invisibili.

L’espulsione è la reazione principe a questa lettura dell’immigrazione che è dedicata patologicamente all’identificazione dei clandestini. Soltanto una diversa analisi delle persone che arrivano a bussare a casa nostra potrà dare luogo a una politica seria di regolazione del fenomeno. Continuare a volerlo invisibile servirà ad avere sempre più invisibili. Dei “non – cittadini” da cacciare senza troppe preoccupazioni e per finta – chi potrà stabilirlo mai? – su cui catalizzare la rabbia popolare al momento giusto, braccia da sfruttare senza inconvenienti contrattuali.

Consentendo davvero in questo modo di lasciare in libertà quelli che contravvengono alla legge per reati commessi e non per il presunto status di clandestinità. Quello in cui gran parte dei fallimentari tentativi politici nostrani sono riusciti a mantenerli a tutti i costi.

Un caso paradigmatico quello dell’immigrazione, quasi da manuale, in cui la parola ha generato un fatto. Essa stessa è diventata concreta, uomo e donna. Un uso reiterato che ha portato a un malcostume. Che ha rimosso il momento della conoscenza e dell’analisi. Che continua a sommare, unire indistintamente, accatastando gente come mattoni nei centri di espulsione. Che ha paralizzato la lucidità della politica e ha promosso l’oblio popolare.

Vincitore di carta il governo e tutti quelli che ignari camminavano tranquilli nella stazione della Capitale dove, sotto i tombini, come topi rintanati, andavano a dormire clandestini afgani. Eppure quel giorno, un moto di pudore li ha raccontati nelle cronache solo come bambini.

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