Home Politica e Società ECCO IL CANTO DELLE SIRENE: LA CRISI E’ FINITA

ECCO IL CANTO DELLE SIRENE: LA CRISI E’ FINITA

di Ilvio Pannullo
da www.altrenotizie.org

La grande buffonata che sta andando in scena in questi giorni parla di una possibile, anzi probabile se non addirittura certa, ripresa. Insomma il peggio è passato, è stato solo un brutto sogno. Dimostrando un eroico sprezzo del ridicolo, si azzardano addirittura i tempi che – manco a dirlo – saranno più che rapidi, praticamente immediati. Inutile dire che lo scempio di una televisione complice del disastro appare, così, in tutta la sua crudezza: le facce impudenti di coloro che hanno prosperato creando la catastrofe per tutti noi, accuratamente nascondendo e coprendo quello che stavano facendo, sono ora disposte nuovamente in fila per convincerci che la peggiore crisi del capitalismo sia già finita. Sono ovviamente tutte balle: quella che stiamo vivendo è una crisi di fiducia ed è proprio sulla fiducia delle masse che si gioca la partita. L’esito di questo folle gioco, che vede come protagonisti tutti quanti sono cointeressati al mantenimento dello status quo, non potrà che essere tragico. Non per tutti, s’intende. Chi non ha mai perso non intende iniziare certo a perdere ora.

Come dice saggiamente l’europarlamentare uscente Giulietto Chiesa “per l’economia della truffa l’ultima spiaggia è sempre la penultima”. Banchieri, centrali e meno centrali, ma anche giornalisti, commentatori di pagine economiche e di prime pagine, prima tutti lautamente retribuiti per non dire quello che sapevano, o che avevano l’obbligo professionale almeno di supporre, fanno ora a gara per ipotizzare miracolosi recuperi interpretando, il più ottimisticamente possibile, anche il più ridicolo trend rialzista. Dopotutto se vi fosse una reale informazione sullo stato macroeconomico dei mercati e dei bilanci delle potenze occidentali non si farebbe in tempo ad arrivare a domani. Questo perché in un sistema bancario a riserva frazionaria anche il colosso più capitalizzato è matematicamente insolvente.

Va da sé che questi signori, non avendo detto la verità prima, non potranno essere sinceri neanche adesso. Solo qualche settimana fa c’era ancora chi timidamente utilizzava come paragone la crisi del 1929 per descrivere come, in realtà, l’attuale situazione fosse decisamente diversa. Diversa perché tremendamente peggiore. Ora a quel lieve sussurro si è sostituita una sagra paesana che incoraggia i consumi e inneggia all’ottimismo. Questo perché si è ormai compreso che siamo già oltre la gravità della “Grande Depressione”. Quella del venerdì nero di Wall Street, infatti, fu una depressione economica seguita da una “ripresa”, ma oltre dieci anni dopo, e ci volle una guerra mondiale prima di vederla. Ma su questo nessuna delle suddette faccette intende disquisire: dopo aver passato una vita intera utilizzando il trimestre come orizzonte temporale di riferimento non gli si può certo chiedere tanta lungimiranza.

Ora, a buoi usciti dalla stalla, sciorinano i loro pronostici edulcorati, dimenticando di ricordare, per esempio, che alla vigilia del crack del 1929 l’America era il più grande creditore del pianeta, mentre nel 2009 è diventato il più grande debitore. E dimenticano anche che allora il dollaro era ancora “una delle monete”, mentre ora è “la moneta” di riferimento mondiale e, se cade questa, non ci potranno essere argini per lo tsunami planetario.

Il compito di un governo, la prima priorità in situazioni come quella che stiamo attraversando, è ristabilire la fiducia nel mercato, perché tutti i bilanci pubblici e privati sono fatti tenendo come riferimento un clima normale nelle piazze d’affari del mondo. Il motivo è lo stesso che ha portato il presidente Obama a fare carte false per tenere in piedi banche d’investimento piuttosto che colossi finanziari “troppo grandi per poter fallire”. Su tutti Goldman Sachs e AIG. Se i mercati fanno registrare perdite, infatti, un bilancio in positivo può trasformarsi in un bilancio in rosso e una situazione già traballante può collassare definitivamente. Tenendo questo a mente ben si comprende il perché ogni dato con il segno più davanti rappresenti la ridicola base di affermazioni criminali, che ben facilmente potrebbero essere interpretate come un pericolosissimo segnale di cessato allarme.

La cosa veramente paradossale sta nella fonte delle notizie che vengono citate: le agenzie di rating. Un comportamento questo degno del peggiore psicotico, equivalente a fare la coda, quando si prende la polmonite, per farsi visitare dal macellaio, ovvero, a prestare le chiavi di casa a Lupin III. È questo, infatti, che fanno ogni giorno le più importanti istituzioni finanziarie mondiali. Per sentire il polso della crisi consultano quelle stesse agenzie di rating che, letteralmente, non ne hanno azzeccata una. Non si è ancora capito se per incapacità o per negligenza. I soliti maligni addirittura ipotizzano il dolo e veramente non si capisce sulla base di quali oscure osservazioni.

Sta di fatto che c’è ancora chi presta loro attenzione, nonostante non siano stati presi provvedimenti degni di questo nome per chi, nel dare il voto agli altri, ha dato prova di quanto possano essere inutili eventuali organi di controllo e di garanzia, laddove facciano capo anch’essi ad interessi privati. Si prenda come esempio la prestigiosa Moody’s. Il loro voto decideva l’andamento in borsa di una grande corporation, ma poteva condannare o salvare un intero paese. Adesso, se si andassero a vedere i loro registri dei voti – per esempio quelli degli anni 2000-2003, quando tutto era già evidente anche a un cieco – scopriremmo, non senza stupore, che davano dieci e lode anche ai più asini tra gli asini.

Ora questi stessi signori vengono a raccontarci che tra poco tempo tutto passerà e la crisi non sarà altro che un triste e lontano ricordo. Da Obama alla Marcegaglia, da Brown al nostro divino Premier, tutti gli fanno da cassa di risonanza. I giornali hanno – finalmente- pubblicato le e-mail che si scambiavano tra di loro i dirigenti di queste società di rating. Vale la pena di leggerne qualcuna per comprendere il livello di consapevolezza di questi signori che, non avendo meno di due lauree, non hanno trovato lavoro migliore da fare se non mentire e raggirare il prossimo. “Questo affare è ridicolo – scriveva uno – non dovremmo renderlo credibile con il nostro voto”. E l’altro rispondeva: “Ma che dici? Il nostro compito è dare rating a tutti, anche a un titolo strutturato da una vacca”. Un altro – e siamo ai vertici di Standard & Poor’s – scrive malinconicamente: “La verità è che non solleviamo mai le tende delle nostre finestre per guardare fuori quello che succede, non ci facciamo domande sulle informazioni che ci forniscono. Abbiamo venduto l’anima per una frazione di fatturato”. E l’altro – ed è l’epitaffio di tutta questa storia – risponde: “Speriamo di essere già pensionati e ricchi quando tutto questo castello di carte cadrà”. È proprio vero: lo stupido è il cibo quotidiano del furbo.

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