Home Politica e Società Nel buio si sogna meglio: l’esperienza dell’attesa.

Nel buio si sogna meglio: l’esperienza dell’attesa.

di p. Benito Fusco

testo giunto per e-mail

Attendere è cosa piena di vita, di ansia, di speranza, di sogni e di timore. Aspettando ci mordiamo le dita, ci viene il batticuore. Immaginiamo quel che accadrà, e se accadrà. E quanto tempo ci vorrà. Ci interroghiamo se ci porterà bene o male … C’è tutta una inquietudine dell’attesa, il rischio della delusione (come i discepoli di Emmaus …). E tutto un amore.

E poi c’è una ricerca, il tentativo di leggere i segni di quel che può venire. È una notte che aspetta l’alba, un buio che individua la luce, la cerca e provoca i sogni o i risvegli.

Quindici anni fa, proprio in maggio, era il 1994, Giuseppe Dossetti commemorava a Milano l’amico Giuseppe Lazzati ponendosi la domanda: «Sentinella, quanto resta della notte?».

Diceva: «Lazzati è sempre stato – ma in particolare negli ultimi anni della sua vita – un vigilante, una scolta, una sentinella: che anche nel buio della notte, quando sulla sua anima appassionata di grande amore per la comunità credente poteva calare l’angoscia, ne scrutava con speranza indefettibile la navigazione nel mare buio e livido della società e della Chiesa italiana».

Dossetti ricordava che Isaia (21, 11-12) descrive la sentinella che scruta verso il nuovo giorno e non ha alcuna nostalgia del giorno precedente; e sa che anche il nuovo giorno avrà fine e ci sarà una nuova notte …

Ma sottolineava soprattutto che l’attesa dell’alba “non autorizza a dimenticare che la notte è notte e va riconosciuta come tale”; notte delle culture, per le persone, per le comunità; e non servono, anzi, sono dannose le scorciatoie o i facili rimedi, tra i quali Dossetti ricordava in particolare la tentazione della Chiesa di negoziare favori dal potere politico: “per esempio la politica familiare e la politica scolastica”.

Nell’attesa dell’alba, del giorno e poi, ancora, della notte, quello che conta è l’esortazione della sentinella: «Convertitevi!». Quindi non solo aspettare, ma fare, cambiare. Leggere i segni del tempo insieme alla Parola di Dio; insieme come comunità, perché solo così siamo Chiesa.

Auspicava Dossetti un pentimento dei cristiani, un cambiamento: «… i battezzati consapevoli devono percorrere un cammino inverso a quello degli ultimi vent’anni, cioè mirare non ad una presenza dei cristiani nelle realtà temporali e alla loro consistenza numerica e al loro peso politico, ma ad una ricostruzione delle coscienze e del loro peso interiore, che potrà poi, per intima coerenza e adeguato sviluppo creativo, esprimersi con un peso culturale e finalmente sociale e politico”.

L’idea della Chiesa forza sociale, culturale e politica era considerata da Dossetti come un equivoco e un pericolo: «ricordo sempre che la Chiesa non è ancora il Regno di Dio: ne è, se mai, il germe, l’inizio (LG 5). E va aggiunto che delle due sue funzioni: l’evangelizzazione (cioè l’annuncio del Cristo morto, risorto, glorificato) e l’animazione cristiana delle realtà temporali, la seconda spesso può concernere il Regno in modo molto indiretto”… e improprio, aggiungo io.

Ecco, allora: il tempo dell’attesa è dunque tutt’altro che vuoto e obbliga a pensieri severi e ad un’azione intensa e profonda. Soprattutto invita a scrutare con attenzione e spirito critico tutti i segni esteriori e le esperienze umane interiori che incontriamo sulla nostra strada.

Ma vorrei aggiungere ancora un punto a queste osservazioni: quando parliamo dell’attesa, noi pensiamo immediatamente al nostro attendere e cerchiamo di interpretarlo e realizzarlo nel modo migliore. Ma c’è anche un altro versante dell’attesa: ed è l’attesa degli altri; non c’è solo il nostro attendere, ma anche ciò che gli altri attendono, anche il nostro prossimo vive un’attesa che siamo chiamati a percepire e condividere, e ad andargli incontro.

La Pira, grande e mistico sindaco di Firenze negli anni sessanta, parlava delle attese della povera gente. Anche oggi ci sono le attese dei poveri, degli immigrati, degli emarginati. Le attese dei giovani, delle donne … e di tutta la società. Le voci che in questi giorni abbiamo ascoltato dalle terre del terremoto sono commoventi e autentiche, più di tanti personaggi pubblici, laici ed ecclesiastici! E poi ricordiamoci quelle che vengono dal terzo mondo, dalle aree di conflitto …

Allora c’è un problema, che non è solo politico (ma anche!), di saper ascoltare le attese degli altri, capirle, approfondirle. Qualche volta discuterle, più spesso condividerle. In ogni caso dedicare attenzione: più attesa e più attenzione fanno pensare alla necessità di tendere a …, di mettersi in moto verso qualcosa, di uscire dallo stato di oscurità, ripiegamento e pigrizia in cui spesso ci rinchiudiamo da soli in momenti sociali ed ecclesiali come questi.

Allora bisogna pensare (sognare e vivere) a un’immagine creativa del cristianesimo: accendere nuove domande per preparare nuove risposte e affrontare il buio. Ma come?

Gandhi diceva: “non ho bisogno di andare lontano a cercare la grotta sacra, la porto dentro di me”.

Gesù era andato ben oltre, molto prima di Gandhi, rinnovando radicalmente l’orizzonte: dicendo che l’uomo non è grande quando va al tempio o quando si aggrega al tempio, ma che è l’uomo stesso il vero tempio di Dio. Il tempio è ebraico, è pagano, non è cristiano. Nel cristianesimo c’è il cenacolo, c’è la mensa, anziché il tempio.

I primi cristiani si recavano al tempio il sabato, ma la celebrazione dell’Eucaristia si teneva nelle case la domenica, il vero giorno sacro e comunitario, ecclesiale.

Siamo immersi nel buio dei dubbi, siamo credenti lacerati e tormentati come Giobbe, così come lacerata e contraddittoria è la realtà in cui ci troviamo: ci sono delle cose che dicono Dio e ci sono delle cose, eventi, avvenimenti, che dicono non-Dio.

Questo non è tempo di cose luminose, né di profeti, né di sacerdoti, né di regalità: è tempo di poeti e di poesia, è tempo dell’attesa creativa che deve renderci capaci di fare cose divine. Poesia, infatti, deriva da una parola greca “poiesis” che vuol dire “fare” ma nel modo più creativo, originale, profondo. Il poeta diventa così un ricevitore e un trasmettitore di frequenze del pensiero diverse e più elevate rispetto al ragionare chiuso in se stesso. (Andare a braccio sul tema della creazione e del bassorilievo di Chartres).

Vi cito Coleridge: “E così, i suoi sensi a poco a poco rapiti/ in un dormiveglia, egli sogna mondi migliori”; o più esplicitamente Hoelderlin: “dello Spirito comune sono pensieri/ che finiscono quieti nell’anima del poeta”.

E il primo momento poetico, forse, è quello del silenzio (il monologo della nostra interiorità), proprio immergendosi in un silenzio sempre più intenso e denso di attesa possiamo volare nella creatività, far compiere un passo in più alla creazione, come descrive molto bene Rebora in una famosa poesia del 1920:

Dall’immagine tesa

Vigilo l’istante

Con imminenza di attesa –

E non aspetto nessuno:

Nell’ombra accesa

Spio il campanello

Che impercettibile spande

Un polline di suono –

E non aspetto nessuno:

Fra quattro mura

Stupefatte di spazio

Più che un deserto

Non aspetto nessuno:

Ma deve venire,

Verrà, se resisto

A sbocciare non visto,

Verrà d’improvviso,

Quando meno l’avverto:

Verrà quasi per dono

Di quanto fa morire,

Verrà a farmi certo

Del suo e mio tesoro,

Verrà come ristoro

Delle mie e sue pene,

Verrà, forse già viene,

Il suo bisbiglio.

Il cristiano, per vivere questi tempi straordinari in modo attivo e creativo (si può dire “contempl-attivo?), ha urgente bisogno di cammini spirituali concreti, da vivere in comune, entro i quali possa essere aiutato a compiere le trasformazioni esistenziali (e professionali) che urgono. Questi cammini devono integrare una formazione culturale permanente, che aiuti a comprendere in senso evolutivo i fenomeni anche drammatici che viviamo, ma anche strumenti di auto-conoscimento che purifichino la nostra fede, evitando che diventi una via di fuga dal fuoco della controversia storica e personale.

In tal senso Enzo Bianchi, introducendo un libro di André Louf , La libertà interiore, scrive:

“… la tentazione di fuggire questo confronto è sempre molto forte. Noi siamo sempre stati convinti che errori di spiritualità diventano patologie psicologiche che non sono mai estranei alla vita spirituale e proprio per questo una sinergia di dati e di attenzioni ci pare feconda secondo le indicazioni di André Louf”.

Solo una nuova centralità contemplativa e spirituale, radicata in percorsi da vivere in piccoli gruppi, può poi aiutarci a ri-orientare anche l’intero ordine delle nostre priorità, a semplificare le nostre esistenze, e quindi anche a trovare quel tempo necessario al lavoro interiore, che sembra sempre più carente nell’affanno delle nostre esistenze iperattive e a volte addirittura deliranti.

Dobbiamo testimoniare e annunciare che senza un profondo baricentro spirituale, ogni giorno ritrovato e rinforzato attraverso l’auto-conoscimento e la preghiera creativa, le nostre esistenze divengono letteralmente dis-integrate, perdono di gusto e di sostanza, affondandoci in una cupa disperazione.

La radicalità cristiana dentro il mondo deve invece mostrare con chiarezza che tutto può ricominciare a fiorire dal cuore sanato e che anche nel buio si sogna e si sogna meglio, credetemi. (Andare a braccio sulla trasfigurazione delle professionalità e del “essere”).

Tutta la storia chiede di ricominciare dal nostro cuore pacificato (ricordate quante volte vi ripeto le parole del mio maestro di pre-noviziato:“la vita è l’infinita pazienza di ricominciare”?). Tutte le nostre esistenze, le nostre identificazioni, i nostri mestieri chiedono urgentemente di essere ridisegnati a partire da un centro più profondo del nostro piccolo io, da un cuore meno diviso e lacerato. E dobbiamo annunciare e testimoniare questa esigenza trans-figurativa mostrandone già con le nostre vite la possibilità concreta e in atto.

Dobbiamo mostrare che è possibile essere uno scrittore o un avvocato, una casalinga o un operaio non alienati, non dispersi nel labirinto di specchi della nostra società illusionistica. E’ possibile anche ora, anche nelle nostre metropoli più o meno desertificate, essere persone che curano le proprie relazioni, che pongono al centro della loro vita gli affetti e l’attenzione al prossimo, che sanno inventare modi nuovi di stare insieme, di creare insieme un mondo diverso, maturo. (A braccio evidenziare la differenza tra i gesti (relazioni d’affetto) e le opere (relazioni distaccate).

Questo attende da noi la Creazione, e sembra proprio suggerirci che “nel buio si sogna meglio”.

A braccio spiegare il senso sempre evolutivo della creazione affidata da Dio all’uomo: darwinismo (evoluzionismo) spirituale? Si può.

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