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COLOMBIA: L’ONU RIVELA I MASSACRI DEI MILITARI

di Michele Paris
da www.altrenotizie.org

Agli occhi della destra americana ed europea, la Colombia continua ad apparire come un esempio di democrazia in un continente – quello sudamericano – sempre più spostato a sinistra. La realtà dei fatti suggerisce tuttavia un’immagine ben diversa del paese guidato dal discusso presidente Alvaro Uribe. Oltre a far segnare, ad esempio, il numero più alto di omicidi nel mondo ai danni di sindacalisti, da qualche mese a questa parte si è avuta anche la conferma ufficiale di una trama “sistematica” di esecuzioni extragiudiziali condotte da militari e gruppi paramilitari contro cittadini comuni. A metterla in evidenza è stato un recente rapporto dell’inviato delle Nazioni Unite, Philip Alston, il quale, pur non potendo confermare l’esistenza di un piano messo in atto dal governo nell’uccisione di civili ingiustamente identificati come guerriglieri, ha ugualmente definito insostenibile l’ipotesi di un fenomeno limitato a qualche mela marcia all’interno di un sistema sostanzialmente irreprensibile.

L’indagine indipendente durata dieci giorni del docente della New York University School of Law, che risponderà al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, segue solo di qualche mese la visita dell’alto commissario delle Nazioni Unite, Navanethem Pillay, la quale era già giunta a simili conclusioni circa le esecuzioni extragiudiziarie in Colombia. In concomitanza con la missione della giurista sudafricana, lo scorso autunno erano giunti peraltro i primi provvedimenti adottati dal governo conservatore di Uribe per rispondere alla crescente pressione dell’opinione pubblica locale e internazionale. Alle polemiche era infatti seguita la sospensione di 27 ufficiali dell’esercito (tra cui tre generali) a causa delle loro responsabilità in numerosi massacri di civili nel paese.

A portare all’attenzione del mondo lo scandalo delle esecuzioni è stato il ritrovamento dei cadaveri di alcuni giovani nel settembre 2008, documentato dai media colombiani. In quello che risultava ormai uno schema consolidato, le vittime venivano quasi sempre allontanate dalle proprie abitazioni con la promessa di un lavoro. Una volta raggiunta una località isolata, gli omicidi erano eseguiti da soldati dell’esercito. Il tutto nel quadro di un sistema che garantiva bonus e ricompense ai militari che mostravano risultati concreti nella lotta alla guerriglia armata delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane). A tale scopo, i civili innocenti giustiziati senza motivo venivano successivamente armati e vestiti con le divise dei rivoltosi, in modo da dare all’operazione l’aspetto di una controffensiva ai danni di ribelli o terroristi.

I numerosi casi documentati dei cosiddetti “falsi positivi” – espressione nella quale la parola “positivo”, in gergo militare, si riferisce ad un’operazione andata a buon fine e che indica appunto l’uccisione di civili fatti passare per guerriglieri – sarebbe la diretta conseguenza della “Direttiva 029”, diramata in maniera confidenziale nel novembre del 2005 dall’allora Ministro della Difesa colombiano Camilo Ospina. Questa disposizione stabiliva infatti un sistema di incentivi per la cattura o l’uccisione di membri di gruppi armati illegali, per la raccolta in informazioni o materiale militare e per operazioni contro il narcotraffico.

Nonostante la Direttiva 029, nelle intenzioni del governo colombiano, pare dovesse rispondere ad un’esigenza di trasparenza e regolamentazione delle ricompense versate a civili e miliari nella lotta alle FARC, l’aumento di esecuzioni immotivate a partire proprio dalla fine del 2005 risulta evidente. Secondo i dati forniti dalla sezione che si occupa dei diritti umani presso il Ministero della Giustizia colombiano, i falsi positivi documentati sarebbero passati da 73 nel 2005 a 122 nel 2006 e addirittura a 245 nel 2007.

Come anche sostenuto da Alston nel suo rapporto all’ONU, non è possibile provare la responsabilità del governo di Bogotà nelle esecuzioni extragiudiziarie. L’istituzione di premi per l’uccisione di membri dei gruppi armati rivoluzionari risulta tuttavia determinante nella creazione di un sistema a tratti agghiacciante ed efficacemente descritto in un recente reportage del quotidiano americano Miami Herald. Tra le testimonianze raccolte dal giornale della Florida c’è quella del sergente colombiano Alexander Rodríguez, di stanza nel dipartimento Norte de Santander, al confine con il Venezuela. Rodríguez racconta come un certo sergente Ordoñez avesse ordinato agli uomini della propria unità di contribuire con una somma pari a 10 dollari ciascuno per l’acquisto di una pistola che sarebbe stata successivamente collocata a fianco di un civile ucciso per farlo passare come un ribelle armato. I militari avevano trasformato l’omicidio di un innocente in una vittima di uno scontro a fuoco, poiché sapevano che i loro superiori “li avrebbero premiati con una licenza di cinque giorni per ogni guerrigliero ucciso”, ha rivelato Rodríguez al Miami Herald.

La direttiva segreta del Ministero della Difesa colombiano stabiliva anche un vero e proprio tariffario per l’esecuzione di presunti terroristi o per la raccolta di materiale bellico. Per l’uccisione di un esponente di spicco dei ribelli la ricompensa prevista sarebbe stata addirittura di 2,5 milioni di dollari. Per un comandante di secondo livello si scendeva invece a 900 mila dollari. Più modesti i premi per semplici membri delle FARC: 1.500 dollari per un guerrigliero con un mitragliatore; 500 se giustiziato con un fucile; 50 con una bomba a mano. Compensi erano previsti anche per una serie di oggetti eventualmente recuperati, tra cui divise (10 dollari), fotocamere digitali (100), mirini telescopici (35), tosaerba (15) o cavalli (5).

La cattura o l’uccisione d’innocenti spacciati come terroristi, secondo la direttiva a detta del governo colombiano, recentemente modificata pur risultando tuttora in vigore, era regolamentata in maniera alquanto elastica, lasciando spazio ad aberrazioni che si sono puntualmente moltiplicate. Le operazioni dovevano infatti essere condotta sulla base di “informazioni raccolte prima o dopo i fatti, oppure sulla base di ipotetiche informazioni di intelligence e del controspionaggio”, o ancora in seguito “all’analisi dei precedenti criminali dei soggetti in questione”.

Tra le vittime di quelli che Alston nella sua indagine descrive come “omicidi premeditati di civili innocenti per ottenere un profitto immediato” vi sono anche “ragazzi di 16 o 17 anni, un giovane con disturbi mentali, un rispettato padre di famiglia ed un militare in licenza”, tutti fatti passare come “pericolosi guerriglieri” e seppelliti in anonime fosse comuni. Oltre alle unità dell’esercito che avrebbero materialmente condotto le esecuzioni, nello scandalo dei falsi positivi sono coinvolti anche coloro che avevano il compito di reclutare le vittime. Essi sarebbero, per lo più, civili apparentemente appartenenti a gruppi paramilitari dell’estrema destra che si occupavano anche della fornitura di armi ai miliari e di creare una scena che doveva evocare l’avvenuto combattimento nel luogo delle esecuzioni.

Oltre ai massacri, lo schema perpetrato da militari e paramilitari ai danni di cittadini comuni comprende la sistematica intimidazione dei famigliari delle vittime alla ricerca di giustizia o, più semplicemente, di informazioni sui propri cari improvvisamente scomparsi. A volte, i parenti venivano contattati dalle autorità militari, le quali sostenevano che le persone assassinate erano state coinvolte in operazioni antiterroristiche in località molto distanti dalle loro abitazioni. Minacce di morte o vere e proprie aggressioni – spesso fatali – sono poi puntualmente rivolte a fratelli o genitori che cercano di indagare sulla sorte di parenti svaniti nel nulla.

Identiche pratiche intimidatorie bersagliano poi gli attivisti per i diritti umani e i magistrati incaricati del
le indagini. Anche a causa di questo clima, il numero dei casi di falsi positivi sfociati nell’individuazione dei colpevoli rimane molto basso, nonostante qualche modesto progresso ravvisabile negli ultimi mesi. Il dipartimento del Ministero della Giustizia che si occupa delle indagini sta attualmente lavorando a più di 1.000 casi accertati che hanno determinato circa 1.700 vittime innocenti. Parallelamente, la Procura Generale ha aperto altri 683 procedimenti connessi ad omicidi extragiudiziari a carico di 1.602 membri delle forze di sicurezza colombiane. L’ostilità nei confronti delle indagini sono tuttavia estremamente diffuse, tanto che – come sottolinea ancora Alston – in molte aree del paese i giudici militari ignorano le sentenze della Corte Costituzionale ostacolando il trasferimento dei casi di violazione dei diritti umani ai tribunali ordinari.

A fare maggiore chiarezza sul fenomeno dei falsi positivi ci ha provato anche l’Osservatorio per i Diritti Umani del Gruppo di Coordinamento di Colombia, Europa e Stati Uniti (CCEEU) che ha fatto una stima ben più preoccupante di quella ufficiale. Secondo i numeri di questa organizzazione, tra luglio 2007 e giugno 2008 gli omicidi al di fuori di combattimenti con guerriglieri sarebbero stati 1.492. Tra gennaio 2007 e novembre 2008 le sole esecuzione operate direttamente da militari dell’esercito colombiano sarebbero state invece 638. Gli episodi che riguardano i militari sembrano in realtà in declino nell’ultimo anno, mentre sono però tuttora in ascesa le morti attribuibili a gruppi paramilitari di estrema destra. Nel lungo periodo, a partire dall’inizio della presidenza di Alvaro Uribe nel 2002, gli omicidi di questo genere sono aumentati del 67% e si sono verificati in 27 delle 32 province nelle quali è suddiviso il territorio colombiano.

La storia di massacri compiuti dai gruppi paramilitari in Colombia affonda le radici nella distorta lotta dei governi centrali con l’appoggio aperto di Washington, contro le organizzazioni guerrigliere marxiste-leniniste iniziata fin dagli anni Sessanta. Le reti d’intelligence messe in campo dalle varie amministrazioni americane nel corso degli anni hanno posto le basi per una sempre più fitta serie di operazioni illegali condotte da esercito e gruppi paramilitari colombiani. E a fare le spese di questo abbraccio mortale tra le forze armate, con la benedizione dello Stato, sono stati in maniera sproporzionata, come ricorda ancora l’inviato dell’ONU, “gli strati più poveri della società, i contadini, le popolazioni indigene, gli afro-colombiani, i sindacalisti e i difensori dei diritti umani”.

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Essere sfollati in Colombia
di Ilenia Piccioni e Antonio Tiso

Colombia. A oggi, quasi quattro milioni di persone sono scappate dalle loro case in seguito al conflitto alimentato dal traffico di droga che coinvolge le forze militari governative, i gruppi paramilitari e i guerriglieri dell’Eln e delle Farc. Massacri, esecuzioni, intimidazioni e paura affliggono la vita quotidiana dei civili che vivono nelle zone colpite dal conflitto. A ciò si unisce che la Colombia risulta essere tra gli stati più minati al mondo e la popolazione in fuga è la prima a cadere vittima di queste armi. Secondo MSF, il problema dei desplazados rientra nella lista dei drammi umanitari più dimenticati dai mezzi di informazione.

La maggior parte degli sfollati ha cercato rifugio nelle baraccopoli che sorgono sempre più numerose attorno alle principali città della Colombia. Lì patiscono povertà e terribili condizioni di vita. Alle condizioni di indigenza ed emarginazione provocate dal conflitto si aggiungono i disordini mentali dei sopravvissuti, causati dall’avere assistito o dall’essere stati vittime di eventi violenti.
Le fotografie che fanno parte del portfolio sono state scattate nell’Ottobre 2008 a Bogota durante una manifestazione per i diritti umani, a Medellin presso la Casa del Afecto (un centro d’accoglienza per minori vittime di abusi), nei barrios di Cartagena, e infine nelle aree rurali dell’Antioquia e del Norte di Santander, territori ad alta concentrazione di popolazione sfollata.

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