Home Politica e Società PUBBLICO E PRIVATO NELL’EPOCA DELLA BIOPOLITICA

PUBBLICO E PRIVATO NELL’EPOCA DELLA BIOPOLITICA

di Paolo Bonetti
da www.italialaica.it

Una buona regola per una società liberale (peraltro raramente osservata, come dimostrano molteplici esempi, storici e recenti, proprio in quelle società dove il costume liberale ha più profonde radici) sarebbe quella di tenere rigorosamente distinta, quando si affrontano questioni politiche, la vita privata degli uomini politici da quella pubblica, e di non far ricadere su quest’ultima il biasimo morale che costoro possono aver meritato per le loro faccende private. In un celebre saggio più volte citato a proposito dell’onestà politica ( lo si può trovare, per chi ne avesse voglia, in “Etica e politica”), Croce scrive che “è evidente che le pecche che possa eventualmente avere un uomo fornito di capacità e genio politico, se concernono altre sfere di attività, lo renderanno improprio in quelle sfere, ma non già nella politica. Colà lo condanneremo scienziato ignorante, uomo vizioso, cattivo marito, cattivo padre, e simili; al modo stesso che censuriamo, in un poeta giocatore e dissoluto e adultero, il giocatore, il dissoluto e l’adultero, ma non la sua poesia, che è la parte pura della sua anima, e quella in cui di volta in volta si redime”. Parole, queste del filosofo napoletano, da tenere ben presenti ogni volta che un facile e voyeuristico scandalismo sessuale viene adoperato per distruggere un avversario politico.

Fatta questa premessa, bisogna però aggiungere che il paragone crociano del politico con il poeta, non è del tutto calzante, specialmente oggi che la politica, al contrario della poesia, entra, attraverso la legislazione, nell’intimità delle nostre vite per aprire o chiudere spazi di libertà. Si pensi a leggi come quelle sulla procreazione assistita o sul testamento biologico o anche (ma per ora in materia non si vede nulla di concreto) sui diritti e doveri delle coppie di fatto. Sono leggi, come è facile capire, fortemente ideologiche, intrise di valori che si vogliono imporre a tutti i costi a persone che rivendicano il diritto di regolare la propria vita intima secondo un principio di libera scelta morale che non intacca la libertà altrui. Si possono anche capire (senza magari accettarle) le preoccupazioni morali di certuni su una questione delicatissima come è quella dell’aborto, dove occorre definire preliminarmente un concetto di persona sul quale ci sono profonde divergenze filosofiche e religiose. Ma negli altri casi che abbiamo citato (anche in quello della procreazione assistita) si tratta di concedere a ciascuno il diritto di condurre la propria vita secondo un’etica della responsabilità che esige, naturalmente, la libertà della scelta. La libertà può anche essere usata male, ma soltanto in casi di grave pericolo sociale dovrebbe essere soggetta a restrizioni penali, quelle insomma su cui la coscienza comune dei cittadini si trova pienamente d’accordo. Non è certo il caso di procreazione assistita, testamento biologico, coppie di fatto.

La politica tende oggi, purtroppo, a intervenire sempre più pesantemente sulle radici della vita biologica ed emotiva. Da una parte c’è la tendenza da parte della classe politica al controllo del privato per meglio condizionare le scelte pubbliche dei cittadini, dall’altra c’è anche la richiesta di numerose minoranze di veder garantiti, sul piano legislativo, bisogni e interessi che esse giudicano scarsamente riconosciuti e rispettati nella società civile. Ma l’iperlegislazione garantista può anche ottenere risultati del tutto contrari a quelli auspicati, come si è visto nel caso della procreazione assistita, dove è stata partorita una legge che invece di allargare l’autonomia dei cittadini l’ha gravemente ristretta. Forse sarebbe utile, da parte delle minoranze, affidarsi maggiormente alla tutela della Costituzione e dei giudici, piuttosto che confidare in provvedimenti legislativi che finiscono spesso per rendere ancora più dura e soffocante la presa della politica sulle questioni di vita e di morte.

Questa crescente invadenza della politica e dei politici nelle nostre faccende personali impone, comunque, una revisione del tradizionale rapporto fra pubblico e privato. Già il pensiero femminista ha posto in dubbio, con validi argomenti, la pretesa tradizionale di mantenere il privato in una sfera di riservatezza tale da garantire la tradizionale divisione di ruoli fra uomini e donne, dietro cui è poi facile scorgere il dominio di un sesso sull’altro. Ma ora che si vogliono imporre sul privato leggi a forte caratterizzazione ideologico-religiosa, è senz’altro lecito (anzi, è doveroso) chiedere agli uomini politici coerenza fra i valori che proclamano e che intendono imporre alla totalità dei cittadini e la loro vita privata. In concreto: non si può sancire giuridicamente un’etica familiare e sessuale di stampo cattolico e al tempo stesso praticare un libertinaggio in alcuni casi perfino pubblicamente ostentato. Chi denuncia questa contraddizione, chi smaschera questa doppia morale, non invade la sfera privata degli uomini politici, non fa dello scandalismo gratuito, esercita invece un preciso dovere civile. Non bisogna temere di apparire moralisti, come gridano i difensori d’ufficio di un potere che pretende di controllare le nostre vite senza essere controllato. Chi invade, con leggi liberticide, la nostra privacy, non ha diritto ad alcuna privacy, tanto più se questo potere ha già provveduto a denudarsi per conto suo.

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