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ERITREA: L’ALTRA FACCIA DELL’INDIPENDENZA

di Eugenio Roscini Vitali
da www.altrenotizie.org

Le condizioni globali dell’Eritrea di oggi si possono riassumere in una sola parola: tragedia. E non potrebbe essere altrimenti visti gli indicatori che concorrono a trasformare questo triste primato in un incubo, veri e propri record di povertà, fame, repressione e disperazione che fanno di questo Paese un caso quasi unico, un dramma che trova le sue origini nei sogni di libertà di un popolo tradito e nelle promesse che un leader non ha mai mantenuto. A quasi vent’anni dalla sua indipendenza, l’Eritrea non è altro che il prodotto delle decisioni e delle azioni politiche dell’uomo che ne ha disegnato i destini, di colui che ha combattuto perchè potesse diventare una nazione libera ed indipendente e che l’ha poi trascinata in una devastante guerra di confine, di chi l’ha costretta ad anni di immobilità diplomatica e l’ha portata all’isolamento totale, del suo primo ed unico presidente, di Isaias Afewerki.

Anche se la comunità internazionale ne riconoscerà lo status di nazione solo dopo due anni, di fatto l’Eritrea ottiene l’indipendenza dall’Etiopia nel maggio 1991, al termine di una lotta politica e militare durata trent’anni. Quando nel 1960, al Cairo, Idris Muhammad Adam e Hamid Idris Awate danno vita al primo movimento eritreo di liberazione, sono già cinquant’anni che nel resto del continente africano si combatte contro il colonialismo. In effetti, una volta disciolta l’Africa orientale italiana, per gli eritrei il vero problema non è l’indipendenza ma l’annessione imposta da Addis Abeba, che considera la regione costiera come parte integrante dell’Impero. A stabilirlo è stata la Risoluzione ONU numero 390 del 2 dicembre 1950, con la quale Eritrea ed l’Etiopia entrano a far parte di una federazione all’interno della quale Asmara gode di competenze limitate. Un governo federale che rappresenta “un espediente transitorio in vista del ricongiungimento alla madrepatria di una terra irredenta e finalmente liberata” e che in qualche modo ripaga gli etiopi per i torti subiti durante il colonialismo.

E’ sulla base di queste affermazioni che nel 1962, con un atto puramente coercitivo, il Negus Hailé Selassié annette l’Eritrea all’Impero Etiope ed è così che l’opposizione, organizzatasi nel Fronte di Liberazione Eritreo (ELF), decide di passare alla lotta armata. Una guerra che durerà trent’anni e che per trent’anni, prima contro la monarchia e poi contro la dittatura militare, terrà unite la resistenza etiope e quella eritrea in percorso comune che si concluderà con la caduta della giunta istituita nel 1974 dal Colonnello Menghistu Hailé Mariam. Da parte eritrea, a guidare la resistenza è Isaias Afewerki, universitario in ingegneria che nel 1966 entra nel Fronte di Liberazione Eritreo e nel 1973, insieme ad Osman Saleh Sabbe, da vita al Fronte Popolare di Liberazione Eritreo, di cui diventerà leader nel 1987. La scissione, principalmente dovuta a posizioni ideologiche maggiormente rivolte al socialismo, permetterà ad Afewerki di aumentare il suo peso all’interno dell’organizzazione e, con l’aiuto del Fronte di Liberazione del Tigray di Meles Zenawi, di estromettere l’ELF dalla scena politica eritrea.

Cacciato Menghistu, nel 1993 l’Eritrea diventa uno Stato sovrano: a consentirlo è la nuova Etiopia di Zenawi e a volerlo è il popolo eritreo che esprime la sua volontà attraverso un referendum. Da qui alla fine di un sogno il passo è breve: successore e sintesi dei movimenti armati che hanno combattuto per la libertà e l’indipendenza è il Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia, partito unico presieduto da Afewerki ed espressione di un governo fortemente autoritario che a più riprese post pone lo svolgimento di elezioni politiche e di fatto non permette che la Costituzione, ratificata nel 1997, entri mai in vigore. La posta in gioco non cancella però l’ottimismo di un popolo abituato a soffrire e gli eritrei giurano così di costruire uno Stato libero, dove la coesione sociale e il lavoro devono diventare una ricchezza comune ed un argine contro ogni forma corruzione, criminalità e discriminazione, etnica e religiosa.

Sogni che nell’arco di breve tempo si infrangono tra le rovine del villaggio etiope di Badme: un ciclo di crisi che a turno coinvolge il Sudan, lo Yemen e l’Etiopia e che raggiunge il suo apice nel 1998 con una guerra che in 31 mesi causa circa 70 mila vittime e quasi 100 mila profughi. Gli effetti del conflitto con l’Etiopia e il modo autoritario con il quale Afeworki governa il paese portano ben presto l’Eritrea al collasso economico e sociale; condizioni di forte arretratezza che mettono la popolazione in situazioni di forte rischio umanitario. Le siccità che devastano il Corno d’Africa aggravano una situazione già disperata e trascinano la popolazione verso l’incubo della fame, una tragedia chiusa tra le mura di uno Stato che si trasforma rapidamente in una gigantesca prigione: non esiste alcun tipo di opposizione se non formale o clandestina e viene repressa qualsiasi forma di dissenso.

Neanche l’Accordo di Algeri, firmato da Asmara ed Addis Abeba alla fine del 2000, mette fine alle tensioni: aumenta la guerra di propaganda tra i due Paesi e lo scambio di accuse circa la causa del conflitto e la responsabilità dell’intervento militare. Gli eritrei mettono in discussione la legittimità della Commissione di Arbitraggio Internazionale dell’Aja (CAI) che nel 2002 ridisegna i confini intorno a Badme e il regime si oppone al contingente di pace delle Nazioni Unite (UNMEE) che ha il compito di controllare l’attuazione dell’Accordo di Algeri e garantire una zona cuscinetto che si estende all’interno del territorio eritreo per una profondità di 25 chilometri. La crisi con la comunità internazionale arriva al collasso il 14 dicembre 2005, quando Afeworki dispone il divieto di sorvolo del territorio eritreo a qualsiasi aeromobile dell’Onu, chiude 18 dei 40 posti di controllo che si trovano lungo l’area demilitarizzata e sospende le operazioni di sminamento dei territori colpiti dalla guerra.

Con questa mossa Asmara riesce a raggiungere due obiettivi: far fallire la missione di pace e riaffermare la possibilità di una nuova guerra imminente contro l’Etiopia, strategia avvalorata nel 2008 dalla posizione presa dal governo a favore delle Corti islamiche durante l’invasione etiope delle Somalia. Una strategia che gli permette di alimentare la sua maniacale fobia contro le ingerenze straniere ed usare il ricatto della paura su un popolazione già fortemente provata dalla fame e vessata da continue minacce: vengono inasprite le pene per i renitenti e i disertori, pene che in caso di irreperibilità dell’accusato possono colpire gli stesi parenti, le moglie e i genitori del ricercato.

E a poco servono esempi come le elezioni regionali del 17 maggio 2004, una consultazione dove i candidati sono tutti legati, direttamente o indirettamente, al Partito unico di Afeworki e che quindi non posso certo rappresentare una garanzia di democrazia. Intanto le autorità militarizzano progressivamente l’Amministrazione Pubblica e prendono provvedimenti che in molti settori limitano la libertà personale, cresce l’indisponibilità di beni di prima necessità mentre aumenta la forza schierata alla frontiera con l’Etiopia.

La crescita dei gruppi di opposizione non rappresentano una minaccia: il Movimento Eritreo della Jihad Islamica, che trova le sue radici in un gruppo di dissidenti che nel 1975 lasciò il Fronte di Liberazione Eritreo, è soprattutto un punto di raccolta della dissidenza politica che, eccezion fatta per qualche azione contro le forze armate eritree, ripudia l’estremismo ma che comunque viene inserito da Washington nella lista nera dei gruppi terroristici internazionali. Intanto, metà degli abitanti continua a sopravvivere grazie agli aiuti alimentari che UNICEF, WHO, la Croce Rossa Internazionale e le altre Organizzazioni umanitarie rie
scono a far entrare nel paese; aiuti che il regime limita perché ossessionato dalle minacce di infiltrazioni esterne.

Nel 1993 l’Eritrea e il suo leader, Isaias Afewerki, fecero una scelta ben precisa: giustizia sociale come questione di importanza nazionale, non solo dal punto di vista della legge ma come offerta di sviluppo e di distribuzione della ricchezza. La fallimentare risposta data al popolo eritreo viene descritta da alcuni come una sorta di “sindrome etiope”, una condanna alla quale è impossibile sottrarsi fin quando non verrà risolto l’annoso problema del confine col l’Etiopia. Ma il tira e molla, le truppe che vengono ammassate a pochi chilometri dalla linea di demarcazione stabilita nel 2002, i fatti di sangue che si ripetono e che accrescono la diffidenza reciproca, vengono utilizzati come fumo negli occhi per nascondere la povertà di un paese afflitto da carestie cicliche e nel quale il rispetto dei diritti umani è diventato carta straccia.

Nel rapporto 2007/2008 sullo Sviluppo Umano, le Nazioni Unite pongono l’Eritrea al 157mo posto su 177 Paesi, con un’aspettativa di vita che non arriva a 57 anni, un trend demografico che per il 2015 prevede di 6.2 milioni di persone (2.1 nel 1975 e 4.5 nel 2005) e una fascia di popolazione denutrita che passa dal 70% del 1992 al 75% del 2004; con i bambini con età inferiore ai 5 anni che per il 44% risultano sottopeso, un tasso di mortalità infantile che raggiunge l’8% e 1000 madri su 100 mila che perdono la vita durante il parto; con più della metà della popolazione che vive sotto la soglia di povertà nazionale e con il flagello dell’Aids che nel 2005 ha colpito il 2,4% degli eritrei con età compresa tra i 15 e i 49 anni. Una situazione insostenibile, esacerbata dalla quasi completa mancanza di scambi commerciali con i Paesi confinanti, dai lunghi periodi di siccità e dalla scarsità di risorse idriche, risultato dell’assenza d’investimenti che vengono invece convogliati verso la Difesa.

Un paese in mano ad un solo uomo che dall’ 8 giugno 1993 ricopre la carica di Capo di Stato e di Primo ministro; un eroe dell’indipendenza nazionale che – insieme ai 150 membri dall’Assemblea unicamerale, di cui 75 provenienti dal Comitato Centrale del partito al potere da lui presieduto – difende la sua supremazia utilizzando la leva della paura per una guerra imminente. Un regime autoritario guidato da un uomo che l’attivista eritreo per i diritti umani, Selam Kidane, paragona alla Corea del Nord e al suo tiranno Kim Jong-il. Un paranoico, irrazionale, eccentrico e solitario leader.

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