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L’ABORTO FRA IPOCRISIA E IDEOLOGIA

di Paolo Bonetti
da www.italialaica.it

Tutti sappiamo che l’aborto, in qualunque condizione, è un’esperienza conflittuale e dolorosa, che ogni aborto è un caso a sé, e che in ognuno di questi casi si scontrano ragioni diverse, e che, infine, non può che essere la coscienza della donna, una coscienza informata e responsabile, a prendere la decisione circa un atto in cui è in gioco la sua vita e la sua identità profonda.

Che cosa possono fare le leggi, in una questione così delicata, se non creare le condizioni affinché questa decisione sia presa, in ogni caso, secondo un’etica della responsabilità? Poiché non può e non deve esserci una filosofia di Stato circa il concetto di persona e il suo inizio, quello che la legge può fare è vietare l’interruzione di gravidanza quando essa appaia palesemente dettata da futili motivi o la creatura che la donna porta in seno abbia raggiunto un grado di sviluppo in cui chiaramente si manifesta l’autonomia di questa nuova vita.

Non è facile, in simili questioni, stabilire confini precisi e, proprio per questo, la libertà di scelta della donne dovrebbe avere un valore preminente, anche se non può trasformarsi in arbitrio e irresponsabilità Tutti, comunque, siamo d’accordo che non è in alcun modo ammissibile l’aborto di Stato, l’aborto coatto fatto contro la volontà della donna, così come non è ammissibile la sterilizzazione coatta di uomini e donne, quali che siano le motivazioni demografiche che possano indurre a una simile pratica.

Fatta questa indispensabile premessa, sulla quale tutte le persone di buon senso e non mosse da pregiudizi ideologici possono concordare, sembrerebbe logico dichiararsi d’accordo con la mozione Buttiglione votata dalla Camera, una mozione che “impegna il governo a promuovere una risoluzione delle Nazioni Unite che condanni l’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico ed affermi il diritto di ogni donna a non essere costretta ad abortire”.

La nostra legge 194, ad esempio, non costringe certamente le donne ad abortire, pone anzi precisi limiti al diritto all’aborto fatto entro strutture pubbliche e con tutte le garanzie medico-legali necessarie. Eppure, in quella mozione approvata dalla maggioranza di governo più l’Udc, ci deve essere qualcosa che, sotto un velo di suadente ipocrisia, si configura proprio come un primo ed obliquo tentativo di eliminare, attraverso un appello all’Onu che non dovrebbe in alcun modo riguardare la legge in questione, proprio la !94 che, da quando è stata approvata, ha contribuito concretamente, e non con chiacchiere ideologiche anti-abortiste, a ridurre sensibilmente il numero degli aborti.

Siamo forse dei malpensanti che vedono ombre inesistenti in una risoluzione così limpida e, nella sostanza, condivisibile? Non direi, e la riprova viene da una lettera che, domenica 19, la cattolicissima sottosegretaria al Welfare Eugenia Roccella ha inviato al “Corriere della Sera”, che l’ha pubblicata con un titolo molto significativo, virgolettato perché esprime in modo preciso il pensiero della Roccella : “Il muro della 194 è caduto, l’aborto è a una svolta”.

L’intervento della sottosegretaria è pesantemente ideologico e rivela la volontà del governo e della maggioranza di demolire progressivamente, in nome di un preteso femminismo della differenza sessuale apertamente regressivo, una legge meritoria anche se certamente migliorabile, specialmente per quello che riguarda l’educazione alla procreazione responsabile, fatta però senza tabù religiosi. La signora Roccella dice apertamente quello che il proponente della mozione e coloro che l’hanno votata non hanno osato dire, velando l’intera operazione con soavi ed ipocrite ragioni umanitarie.

Ecco le precise parole dell’autorevole donna politica, autorevole anche per le sue entrature vaticanesche oltre che governative: “La mozione votata dalla Camera contro l’uso dell’interruzione di gravidanza come mezzo autoritario di controllo demografico può davvero assumere il peso di una svolta, se sancisce la fine di un pensiero che svalorizza la maternità e il patrimonio della differenza femminile, da parte laica come da quella cattolica. Perché l’antifemminismo laico esiste, eccome: e si nasconde proprio tra chi difende con più ardore l’assoluta eguaglianza, l’appiattimento delle donne sul modello maschile. È l’emancipazione, bellezza: come se le donne non potessero aspirare a nulla di meglio, e di più, che assomigliare agli uomini, disperdendo il patrimonio storico della differenza di genere”.

Ma che brava la sottosegretaria, che intrepida sostenitrice del diritto alla differenza sessuale. Peccato che dimentichi che la differenza, quella vera, si esercita nella libertà di scelta, e che l’emancipazione, quella vera, consiste nel garantire anche alle donne un diritto di cui gli uomini godono da sempre e che hanno quasi sempre esercitato per mantenere le donne in uno stato di soggezione.

Non occorre essere femministi o femministe per comprendere questa elementare verità che deve necessariamente stare a fondamento di una società libera. La libertà di essere schiavi o schiave è una “differenza” che lasciamo volentieri alla signora Roccella e ai suoi amici. Norberto Bobbio era solito dire che la rivoluzione femminile era stata l’unica vera rivoluzione del Novecento, una rivoluzione che, a quanto pare, non smette di dare fastidio a tutti coloro, uomini e donne, che inalberano la differenza per negare l’uguaglianza.

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