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L’AFRICA DI HILLARY: ARMI E PETROLIO

di Michele Paris
da www.altrenotizie.org

Qualche giorno fa si è concluso il lungo viaggio di 11 giorni del Segretario di Stato USA, Hillary Rodham Clinton, nel continente africano. Nel suo tour l’ex first lady ha toccato sette paesi, con l’intenzione, dopo la beve visita del presidente Obama in Ghana lo scorso mese di luglio, di rafforzare la posizione americana in Africa a fronte della sempre maggiore influenza esercitata da altri paesi, primo fra tutti la Cina. In una trasferta durante la quale si sono sprecati i richiami alla responsabilità dei singoli governi nella battaglia contro la corruzione e per la creazione di sistemi democratici efficienti, Hillary ha mancato tuttavia di ricordare le responsabilità occidentali nell’impoverimento e nel degrado del continente, così some il contributo del proprio stesso paese nell’instaurare regimi dittatoriali corrotti che ancora oggi governano molti paesi africani.

Nella Repubblica Democratica del Congo, ad esempio, la Clinton ha fortemente condannato il dilagare degli episodi di violenza sessuale, senza tuttavia misurare minimamente gli effetti catastrofici sulla condizione delle donne prodotti dall’invasione di questo paese, appoggiata dagli USA, degli eserciti di Uganda e Ruanda nel 1998. Un intervento militare che diede inizio alla destabilizzazione di una regione ricca di giacimenti minerari e che causò la morte di oltre 5 milioni di morti.

In precedenza, Hillary Clinton aveva incontrato in territorio keniano il presidente del Governo Federale di Transizione somalo (TFG), Sheikh Sharif Ahmed, al quale ha promesso nuovi aiuti militari nella lotta contro le forze ribelli degli estremisti islamici del gruppo radicale Al Shabaab. La situazione in Somalia rimane una delle più esplosive di tutto il continente africano, con centinaia di migliaia di civili rifugiati presso campi profughi attorno alla capitale Mogadiscio e a sud, lungo il confine con il Kenya.

Le responsabilità americane per il massacro di almeno un milione di persone in Somalia nel recente passato riguardano l’appoggio garantito all’invasione dell’esercito etiope nel 2006 in funzione anti-islamica, che inasprì ulteriormente un già violento conflitto interno. L’invio di forniture militari è dunque il solo mezzo assicurato al governo somalo da Washington per il mantenimento del controllo strategico sul Corno d’Africa.

Un altro tema che spiega a sufficienza la continua militarizzazione dei rapporti tra Stati Uniti e paesi africani e che, pur non essendo emerso nei resoconti ufficiali del viaggio della numero uno del Dipartimento di Stato, è affiorato nei colloqui ufficiali, è la possibile sede del nuovo quartier generale del comando militare USA in Africa (Africom). In precedenza, le operazioni militari americane nel continente africano erano suddivise tra il comando europeo e mediorientale. L’amministrazione Bush ha deciso successivamente di stabilire un comando separato per il territorio africano, sottolineando l’importanza strategica di questo continente per gli interessi a stelle e strisce.

Attualmente, la sede dell’Africom è in Germania, dal momento che il predecessore di Obama non è stato in grado di convincere alcun governo africano ad ospitare il quartier generale USA dopo le reazioni negative della comunità internazionale alle invasioni di Afghanistan e Iraq. In concomitanza con la visita di Hillary, il comando americano ha inoltre infittito il proprio programma di attività in Africa, con la visita di una propria nave da guerra nel porto della capitale della Tanzania, Dar es Salaam, e con l’organizzazione di un seminario su “sanità e sicurezza” a Lusaka, in Zambia. D’altra parte, fonti dello stesso Dipartimento di Stato hanno di recente evidenziato come il budget per le proprie attività diplomatiche in Africa risulti di gran lunga inferiore a quello assicurato dal governo all’Africom.

La militarizzazione della politica estera degli Stati Uniti nei confronti dell’Africa è insomma un dato di fatto e se, da un lato, riflette le difficoltà a contrastare con i soli mezzi economici la crescente influenza cinese nel continente, dall’altro evidenzia impietosamente lo scollamento tra gli intenti dichiarati ufficialmente dalla retorica di Obama e di Hillary Clinton e la realtà dei fatti. Recentemente, infatti, la Cina ha superato gli USA come principale partner commerciale dell’Africa. Nel 2008, Pechino ha scambiato con i paesi africani beni per 107 miliardi di dollari, contro i 104 di Washington, con un incremento di dieci volte nell’ultimo decennio.

Ma la Cina non è l’unica potenza emergente a guadagnare terreno in Africa sul fronte delle relazioni commerciali. Solo qualche settimane fa, il presidente russo Dmitry Medvedev è stato protagonista di un viaggio in Angola nel quale si è assicurato sostanziosi contratti a favore delle aziende del proprio paese. Brasile e India poi continuano ad estendere le proprie attività economiche sul suolo africano a discapito degli USA.

La reazione americana al peso crescente di questi paesi in Africa è giunta piuttosto tramite l’influenza esercitata presso in Consiglio di Sicurezza dell’ONU o il Fondo Monetario Internazionale. Ad esempio, l’accordo di 9 miliardi di dollari tra Congo e Cina per la realizzazione di una serie di progetti infrastrutturali in cambio di concessioni minerarie, è stato preso di mira dal FMI, che ha minacciato, in caso l’intesa fosse andata a buon fine, di rivedere la propria politica di alleggerimento del debito nei confronti del gigante africano. In Kenya, invece, Hillary ha promesso di utilizzare il peso americano all’interno del Consiglio di Sicurezza per deferire alla Corte Penale Internazionale i mandanti politici delle violenze post-elettorali nel 2007, nell’eventualità che il governo keniano non riesca a fare chiarezza sui fatti.

Nel suo viaggio africano, Hillary ha toccato anche la Nigeria, uno dei principali fornitori di petrolio degli USA, e la Liberia. In quest’ultimo paese, diventato di fatto un protettorato americano dopo la caduta del regime di Charles Taylor nel 2003, il Segretario di Stato ha annunciato la cancellazione di 1,2 miliardi di dollari di debito e offerto il suo appoggio incondizionato alla Presidente Ellen Johnson Sirleaf, finita nell’occhio del ciclone dopo aver ammesso il suo appoggio all’ex presidente, attualmente sotto processo per crimini di guerra al tribunale de L’Aja.

Nonostante l’approvazione – quasi un decennio fa – dell’African Growth and Opportunities Act (AGOA) da parte del Congresso USA per aprire il mercato americano a una serie di prodotti africani, i legami economici con questo continente rimangono incentrati in gran parte sulla fornitura di petrolio. Il 22% delle importazioni totali di petrolio degli Stati Uniti provengono infatti dall’Africa, una quantità maggiore anche rispetto al quella fornita dal Medio Oriente.

Ciò spiega, tra l’altro, l’atmosfera cordiale dell’incontro di Hillary Clinton con le autorità dell’Angola, dove il presidente José Eduardo dos Santos governa con il pungo di ferro dal 1979. L’Angola sta infatti emergendo rapidamente come il principale produttore di petrolio del continente e promette di servire al meglio le necessità energetiche americane rispetto ad una Nigeria tuttora nel caos.

La visita di Hillary, in definitiva, aveva lo scopo di utilizzare l’enorme popolarità del presidente Obama nel continente per ristabilire i legami con i paesi dell’area dopo i disastrosi otto anni di George W. Bush, anche su questo fronte diplomatico. L’avvicendamento alla Casa Bianca, almeno per il momento, non si è tuttavia tradotto in un’inversione di rotta della politica americana verso l’Africa. Il predominio in Africa rimane l’obiettivo principale di Washington e l’espansione dell’influenza militare rimane il mezzo di gran lunga principale per la difesa dei propri interessi economici e strategici.

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