Home Politica e Società SE SONO I POLITICI A DECIDERE LE NOZZE CHE S’HANNO DA FARE

SE SONO I POLITICI A DECIDERE LE NOZZE CHE S’HANNO DA FARE

Editoriale
da “Famiglia cristiana” n. 34 del 23 agosto 2009

«Una legge che porterà dolore». Si sta avverando la facile profezia di monsignor Agostino Marchetto, segretario del Pontificio consiglio per i migranti. L’onda della legge Maroni sulla sicurezza (che prevede il reato d’immigrazione clandestina) è arrivata a travolgere anche i matrimoni tra stranieri e i matrimoni misti (le nozze celebrate tra italiani e stranieri), quando lo straniero sia irregolarmente soggiornante. Ironia della sorte, entrata in vigore la legge, è toccato a Verona, la città di Giulietta e Romeo e dell’amore eterno, aprire le danze.

Molte agenzie e giornali hanno sposato la tesi diffusa dal ministero degli Interni, e cioè che finalmente si metteva fine alla piaga dei matrimoni combinati al solo scopo di ottenere un permesso di soggiorno e la cittadinanza, dietro cui spesso si cela un vero e proprio racket. In soccorso di questa tesi, ecco le stime offerte dall’Associazione matrimonialisti italiani, che hanno quantificato i matrimoni di convenienza in 30 mila in 10 anni e parlato di tribunali intasati da pratiche di separazione e divorzio.

È molto difficile individuare i matrimoni combinati, come dimostra una recente comunicazione della Commissione europea al Consiglio d’Europa e al Parlamento di Strasburgo, contenente una lista lunghissima di condizioni che devono essere soddisfatte per parlare di nozze di convenienza. Ma diamola pure per buona, la cifra, anzi aumentiamola e diciamo che il 50 per cento dei matrimoni misti sono truffaldini. Ma per quale ragione dobbiamo proibire l’altro 50 per cento e gettare il bambino con l’acqua sporca? Eppure è quanto ha fatto questa legge, che modificando il Codice civile stabilisce che chi è presente sul suolo italiano in condizioni d’irregolarità non si sposa. Anche lo straniero che vuole sposarsi con una cittadina italiana deve dimostrare la regolarità del proprio soggiorno.

Una proposta di legge simile, in Francia, è stata bocciata dal Tribunale costituzionale. Invece a Verona e in Italia le nozze non s’hanno da fare. Con buona pace di quelle centinaia di migliaia di stranieri clandestini, badanti comprese, che non hanno il diritto d’innamorarsi, amarsi e creare una famiglia fondata sul matrimonio e protetta giuridicamente. In spregio a un diritto fondamentale della persona, sancito dalla Costituzione (agli articoli 29 e 30), dalle leggi dell’Unione, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, dal quel diritto naturale e universale che muove il mondo e che è alla base del Vangelo: l’amore.

Entrata in vigore la legge che sancisce il reato di clandestinità, l’escalation sembra non avere fine. Sfruttando la leadership appannata del premier, con una classe politica acquiescente, i leghisti sembrano insaziabili. Dimenticando i veri problemi del Paese, le proposte bislacche si susseguono al ritmo di una al giorno, dai presidi e professori autoctoni al dialetto a scuola (ideale per formare cittadini europei), alle gabbie salariali, ai giudici eletti dal popolo fino ai sottotitoli in dialetto delle fiction e al cambio dell’inno nazionale.

Quanto alla legge sulla sicurezza, che per le nozze miste sembra scritta da don Rodrigo (ma chiedere a un politico leghista di leggere I promessi sposi del “gran lombardo” Alessandro Manzoni è chiedere troppo), essa sarà probabilmente spazzata via da una sentenza della Consulta non appena qualcuno la impugnerà. Nel frattempo, la Lega avrà già conquistato le poltrone di governatore nelle Regioni del Nord alle amministrative.

Che importa se si sarà rivelata un’inutile grida? Al massimo qualche centinaio di migliaia di extra-comunitari avranno dovuto rinunciare al loro sogno di sposarsi e metter su famiglia.

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“Irregolari o no la Chiesa li sposa”
intervista a Domenico Sigalini a cura di Giacomo Galeazzi

«Il matrimonio è un sacramento e la Chiesa è sempre libera di celebrarlo. Attenzione a non andare contro il Concordato». Con la legge Maroni, entrata in vigore l’otto agosto, chi si vuole sposare, all’atto delle pubblicazioni, deve presentare il permesso di soggiorno oppure niente nozze e in alcune città (Milano, Bologna e Verona) sono già stati negati decine di matrimoni. Ma il vescovo Domenico Sigalini, segretario della commissione Cei per le Migrazioni e assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica, mette in guardia dagli «effetti impropri» del pacchetto-sicurezza sui «fiori d’arancio».

«Si tratta di un sacramento, quindi, in assenza di impedimenti canonici, non neghiamo il matrimonio. Per le nozze in chiesa bisogna fare le pubblicazioni sia in parrocchia sia in Comune. E’ una pratica antica che serve a informare del matrimonio chiunque sia a conoscenza di precedenti legami o altri ostacoli. Dal punto di vista del codice di diritto canonico non cambia nulla se gli sposi hanno o meno il permesso di soggiorno. Italiani, clandestini, immigrati regolari senza cittadinanza sono identici davanti al sacramento. Se lo chiedono alla Chiesa e ne hanno diritto: lo ottengono. Il problema, però, si crea con la trascrizione».

Cioè?
«Con il Concordato quando celebriamo in chiesa un matrimonio, poi lo facciamo trascrivere allo Stato. Ma perché ciò avvenga serve che, prima della cerimonia, siano state fatte le pubblicazioni in Comune. Dunque, il permesso di soggiorno diventa un ostacolo a monte. Però ciò non toglie, che se anche non gli vengono riconosciuti effetti civili, il matrimonio è assolutamente valido per la Chiesa. Ci sono una serie di “escamotage” possibili. Noi in pratica il sacramento lo diamo, così che una coppia è sposata come Dio comanda, anche se lo Stato non li ritiene due coniugi».

Non è una violazione della legge?
«No, perché il matrimonio è, appunto, un sacramento e quindi la Chiesa ha la libertà di sposare chiunque. Sia che abbia sia che non abbia il permesso di soggiorno. Per questioni concordatarie si è trovato un accordo e lo Stato chiede alla Chiesa, tutte le volte che avviene una celebrazione, di denunciare le nozze affinché siano riconosciute. In pratica, possiamo sposare chi vogliamo e successivamente la trascrizione rende valido il matrimonio anche per lo Stato. Altrimenti capitano situazioni eccezionali, per le quali la Chiesa non dice allo Stato si aver celebrato un matrimonio».

Quali?
«In casi rarissimi ci sono delle dispense, come quando ci sono di mezzo ragioni di sicurezza delle persone che contraggono matrimonio in chiesa. In pratica si fa il matrimonio in chiesa, senza che poi venga comunicato niente all’autorità civile. Per cui per lo Stato sono due conviventi, per la Chiesa due sposati. Adesso con le nuove norme, è stato aggiunto il permesso di soggiorno. Però lo Stato non può imporre alla Chiesa di dire di no a due persone, immigrati regolari o meno, che non vogliono vivere in una condizione di peccato e perciò chiedono un sacramento. Se c’è un problema di pubblicazioni in comune ciò non costituisce un impedimento canonico al matrimonio religioso».

Cosa accadrà adesso?
«La questione è allo studio e nei prossimi giorni saranno consultati vari esperti. Il matrimonio celebrato dal sacerdote ha effetti sia civili sia religiosi. La mancata trascrizione delle nozze crea una situazione anomala, quasi un istituto familiare “invisibile” allo Stato, parallelo. Certo, la legge riconosce i figli nati da conviventi, però chi chiede di sposarsi in Chiesa lo fa perché vuole stare in regola con la coscienza e con Dio, quindi io ho il diritto e il dovere, come pastore, di celebrare le nozze anche se non sono potute avvenire regolarmente le pubblicazioni in Comune e anche se manca il permesso di soggiorno. Da parte delle autorità di governo, occorre avere una particolare attenzione per una materia che to
cca nel vivo il vissuto della gente. Sia chiaro, da parte nostra, che la Chiesa può negare il sacramento solo in presenza di cause gravissime».

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