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L’EDUCAZIONE O È CATTOLICA O NON È. IL VATICANO RECLAMA L’ORA DI RELIGIONE OBBLIGATORIA

di Eletta Cucuzza
da Adista Notizie n. 90 del 19/09/2009

Già l’equivalenza ‘l’educazione scolastica o è anche religiosa o non è’ – perché mancherebbe l’attenzione alla “dimensione morale e religiosa della persona” – potrebbe sollevare obiezioni, ma che l’educazione scolastica, per essere tale e completa, debba comprendere necessariamente e, perché no, esclusivamente l’insegnamento della religione cattolica è un’affermazione che innervosisce i sostenitori della laicità dello Stato, siano essi credenti o no. Ma, questo, in estrema sintesi, ribadisce la Lettera circolare n. 520/2009, datata 5 maggio 2009, inviata dalla Congregazione vaticana per l’Educazione Cattolica a tutti i presidenti delle Conferenze episcopali del mondo nella primavera scorsa e diffusa il 9 settembre.

Nel porre mano al testo, il prefetto card. Zenon Grocholewsky, doveva avere più che altro in mente il contesto spagnolo, nella cui scuola pubblica è prevista, come da noi, l’ora facoltativa di religione. Solo che, da quest’anno, sarà materia obbligatoria di studio l’“educazione alla cittadinanza”, che di religioso non ha nulla, ma sì di etico, in senso ampio, essendo una sorta di ‘guida’ ai valori della convivenza sociale dei cittadini. E i vescovi spagnoli sono ultra-impegnati contro tale insegnamento, che vedono in pericolosa – secondo loro, illegittima – concorrenza con quello della religione cattolica.

È la stessa lettera a precisare subito il contesto dell’intervento: “La natura e il ruolo dell’insegnamento della religione nella scuola – è detto in apertura – è divenuto oggetto di dibattito e in alcuni casi di nuove regolamentazioni civili, che tendono a sostituirlo con un insegnamento del fatto religioso di natura multiconfessionale o di etica e cultura religiosa, anche in contrasto con le scelte e l’indirizzo educativo che i genitori e la Chiesa intendono dare alla formazione delle nuove generazioni”.

E allora, meglio rimettere le cose a posto, perciò il testo spiega: “Un insegnamento che disconoscesse o emarginasse la dimensione morale e religiosa della persona costituirebbe un ostacolo per un’educazione completa”; “in una società pluralista, il diritto alla libertà religiosa esige sia l’assicurazione della presenza dell’insegnamento della religione nella scuola, sia la garanzia che tale insegnamento sia conforme alle convinzioni dei genitori”, “primi responsabili dell’educazione”; “il diritto all’educazione e la libertà religiosa dei genitori e degli alunni si esercitano concretamente attraverso: a) la libertà di scelta della scuola”, “b) la libertà di ricevere, nei centri scolastici, un insegnamento religioso confessionale che integri la propria tradizione religiosa nella formazione culturale e accademica propria della scuola”.

Da tali assunti discende la responsabilità economica dello Stato: “I pubblici poteri, a cui incombe la tutela e la difesa della libertà dei cittadini, nel rispetto della giustizia distributiva debbono preoccuparsi che le sovvenzioni pubbliche siano erogate in maniera che i genitori possano scegliere le scuole per i propri figli in piena libertà, secondo la loro coscienza”. E l’anatema: “La marginalizzazione dell’insegnamento della religione nella scuola – così paventa il testo della Congregazione vaticana – equivale, almeno in pratica, ad assumere una posizione ideologica che può indurre all’errore o produrre un danno agli alunni. Inoltre, si potrebbe anche creare confusione o generare relativismo o indifferentismo religioso se l’insegnamento della religione fosse limitato ad un’esposizione delle diverse religioni, in un modo comparativo e ‘neutro’”.

“L’insegnamento scolastico della religione – argomenta ancora la lettera circolare – s’inquadra nella missione evangelizzatrice della Chiesa. È differente e complementare alla catechesi in parrocchia e ad altre attività, quale l’educazione cristiana familiare o le iniziative di formazione permanente dei fedeli”: “La catechesi si propone di promuovere l’adesione personale a Cristo e la maturazione della vita cristiana nei suoi diversi aspetti”, “l’insegnamento scolastico della religione trasmette agli alunni le conoscenze sull’identità del cristianesimo e della vita cristiana”. “L’insegnamento della religione cattolica – precisa il documento – ha una sua specificità riguardo alle altre materie scolastiche”, e dunque “spetta alla Chiesa stabilire i contenuti autentici dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola, che garantisce, di fronte ai genitori e agli stessi alunni l’autenticità dell’insegnamento che si trasmette come cattolico. (…). La Chiesa riconosce questo compito come suo ratione materiae e lo rivendica come di propria competenza, indipendentemente dalla natura della scuola (statale o non statale, cattolica o non cattolica) in cui è impartita”. (eletta cucuzza)

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“ARIA” DI RELIGIONE NELLA SCUOLA ITALIANA. I COMMENTI ALLA LETTERA DEL VATICANO SULL’IRC

Diverse le reazioni alla Lettera circolare indirizzata ai vescovi dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica (v. notizia precedente). Per il ministro Gelmini, ad ulteriore testimonianza che i rapporti tra Chiesa e governo godono di ottima salute, la richiesta del Vaticano di equiparare l’ora di religione alle altre materie e di non trasformarla in un insegnamento di natura multiconfessionale è “assolutamente condivisibile”.

Diversa la posizione di Domenico Maselli, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei): “Il nuovo Concordato prevede la facoltà dello studente di avvalersi o non avvalersi dell’Irc: lo rende opzionale. Gli aderenti a culti diversi da quello cattolico, o a nessun culto, sono ormai centinaia di migliaia ed uno Stato democratico e laico non può fare discriminazioni tra i suoi cittadini, cosa che pertanto sarebbe in contraddizione con quella libertà religiosa che anche il Vaticano proclama a parole”.

Dello stesso avviso Ermanno Genre, docente di Teologia Pratica alla Facoltà valdese di Roma. In un intervento su il manifesto (10/9) Genre scrive che il testo vaticano tradisce l’“arroganza” e la “cecità” che abitano “le stanze vaticane”. “L’unico interesse – nota Genre – è quello di difendere, là dove questo ancora è possibile, in Italia per esempio, posizioni grette e discriminatorie nei confronti degli studenti e delle famiglie che non sono cattolici romani o che sono cattolici, ma hanno ormai maturato una nuova visione del problema. Il concetto di una comune cittadinanza non esiste, non interessa, e non interessano i numerosi documenti che provengono da diverse istanze e associazioni europee e che invitano a modificare i vecchi progetti didattici di insegnamento della religione”. “In Europa le cose stanno diversamente – osserva lo studioso valdese – e per la maggioranza dei paesi dell’Ue questa lettera è assolutamente inutile perché le autorità scolastiche sono autonome e legiferano in libertà e responsabilità anche in materia di religione. Ci si può chiedere, per rimanere in ambito ecumenico, quale valore abbia la Charta Oecumenica sottoscritta dalle massime autorità cattoliche che si impegnano ‘a promuovere l’apertura ecumenica e la collaborazione nel campo dell’educazione cristiana…’ (II, 3). La Chiesa di Roma sottoscrive tante carte ma poi fa ciò che vuole”.

Dello stesso giorno, stavolta su la Repubblica, l’articolo di Adriano Prosperi, che rileva come il card. Grocholewski non sembri rendersi conto “che quel pericolo di uno Stato che presuma di dirigere o di impedire atti religiosi è proprio ciò che la sua lettera tende a realizzare e che in Italia già esiste. Non potremmo definire altrimenti – spiega Prosperi – lo Stato
obbediente che a) impone nelle sue scuole pubbliche l’insegnamento di una sola e specifica religione; b) fa svolgere quell’insegnamento da persone scelte dall’autorità ecclesiastica; c) si prepara a garantire a quell’insegnamento la stessa autorevolezza delle altre discipline scolastiche e la stessa remunerazione in crediti, in barba alla sentenza del Tar del Lazio, assicurando che questa ora di religione ha ‘la stessa esigenza di sistematicità e di rigore che hanno le altre discipline’”.

“Tra l’esercizio dell’intelligenza aperta e ancora fresca delle menti giovanili e l’obbligo di inculcare certezze, tra la libera ricerca del vero e l’apologetica di una religione c’è un abisso”, osserva Prosperi. Che constata: “Quale sia lo stato della religione degli italiani è sotto gli occhi di tutti. Non parliamo solo di conoscenza: ché qui l’abisso è grande come sanno i pochi volenterosi che tentano ogni tanto di diffondere la conoscenza della Bibbia. Parliamo di morale, quella dei Vangeli cristiani e del decalogo ebraico. Parliamo della capacità cristiana di testimoniare la fede in faccia al potere”.

Ma che il Vaticano avanzi pretese, ben oltre l’art. 7 della Costituzione e gli Accordi concordatari, non stupisce Prosperi: “Oggi il capo del governo italiano si prepara a pagare alla dirigenza vaticana della Chiesa un prezzo tanto più salato in termini di limitazione o erosione dei diritti costituzionali quanto più logora appare la sua rappresentatività allo sguardo non offuscato dalla propaganda mediatica: dichiarare – come ha fatto Berlusconi – che quelle relazioni sono ‘eccellenti’ significa solo che il debitore si impegna a pagare qualunque prezzo”.

Insieme all’articolo di Prosperi, Repubblica riporta le opinioni del rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, e del direttore del Centro islamico di via Jenner di Milano, Abdel Hamid Shaari. Il primo afferma che uno Stato “laico come è il nostro Paese, deve assicurare a tutti gli studenti la possibilità di avvalersi o meno dell’insegnamento cattolico o di optare per altre discipline senza discriminazioni. Per cui, se ai ragazzi che seguono l’insegnamento della religione vengono assegnati crediti formativi, mentre a chi fa altro no, mi sembra un trattamento non equo”. Dal canto suo, Shaari afferma che, contrariamente alle indicazioni vaticane, è “giusto che la formazione di un allievo sia il più vasta possibile e abbracci tutti i culti. Già oggi dipende dalla sensibilità degli insegnanti riuscire ad aprire il cuore e gli occhi degli studenti: se poi ci si mette anche uno steccato davanti, vuol dire tornare indietro di secoli, non posso credere che la Chiesa voglia questo”.

A stretto giro di posta, e dunque ancora in data 10 settembre, l’Arci ha diffuso un comunicato. “Imporre alle scuole pubbliche – si legge – l’insegnamento di una sola dottrina religiosa, per di più con la piena dignità di materia curriculare e con personale scelto direttamente dall’autorità ecclesiastica, è una pretesa irricevibile per uno Stato che voglia dirsi laico e aconfessionale come prescrive la nostra Costituzione”.

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da www.repubblica.it

Ora di religione, no del Vaticano a quella multiconfessionale

L’insegnamento dell’ora di religione nelle scuole non può essere sostituito “con lo studio del fatto religioso di natura multiconfessionale o di etica e cultura religiosa”. Lo afferma la Congregazione vaticana per l’Educazione cattolica, in una lettera inviata nel maggio scorso alle conferenze episcopali di tutto il mondo e che sta circolando in questi giorni, in vista dell’apertura dell’anno scolastico. Il documento è in antitesi rispetto alla sentenza dal Tar del Lazio che escludeva i professori di religione dagli scrutini, con questa motivazione: “Avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, dà luogo ad una precisa forma di discriminazione, dato che lo Stato italiano non assicura la possibilità per tutti i cittadini di conseguire un credito formativo nelle proprie confessioni o per chi dichiara di non professare alcuna religione, in Etica morale pubblica”.

La lettera. ”La natura e il ruolo dell’insegnamento della religione nella scuola – recita la lettera firmata dal cardinale Zenon Grocholewski e da monsignor Jean-Louis Brugue’s, presidente e segretario del dicastero vaticano – è divenuto oggetto di dibattito e in alcuni casi di nuove regolamentazioni civili, che tendono a sostituirlo con un insegnamento del fatto religioso di natura multiconfessionale o di etica e cultura religiosa, anche in contrasto con le scelte e l’indirizzo educativo che i genitori e la Chiesa intendono dare alla formazione delle nuove generazioni”. Inoltre, prosegue il documento vaticano, ”se l’insegnamento della religione fosse limitato ad un’esposizione delle diverse religioni, in un modo comparativo e neutro, si potrebbe creare confusione o generare relativismo o indifferentismo religioso”.

Il documento vaticano ricorda l’insegnamento di papa Giovanni Paolo II, per il quale hanno diritto all’insegnamento della religione cattolica ”le famiglie dei credenti, le quali debbono avere la garanzia che la scuola pubblica – proprio perché aperta a tutti – non solo non ponga in pericolo la fede dei loro figli, ma anzi completi, con adeguato insegnamento religioso, la loro formazione integrale”. “I diritti dei genitori – continua la lettera, citando il Concilio Vaticano II – sono violati se i figli sono costretti a frequentare lezioni scolastiche che non corrispondono alla persuasione religiosa dei genitori o se viene loro imposta un’unica forma di educazione dalla quale sia completamente esclusa la formazione religiosa”.

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Il Vaticano vuole lo Stato catechista
di Adriano Prosperi

Che fra i tanti problemi dell´Italia di oggi si debba porre in evidenza – ancora una volta – quello dell´ora di religione potrà sembrare un lusso da laicisti incalliti. E invece è probabile che proprio in questo dettaglio si trovi un bandolo dell´imbrogliata matassa italiana. Vediamo. Nel testo della lettera inviata dal prefetto della Congregazione vaticana per l´educazione cattolica ai presidenti delle conferenze episcopali si affermano punti secchi e precisi:

1.l´insegnamento della religione non può essere «limitato ad un´esposizione delle diverse religioni, in modo comparativo o neutro», ma deve concentrarsi nell´insegnamento della religione cattolica.
2.Il potere civile «deve riconoscere la vita religiosa dei cittadini e favorirla»; ma uscirebbe dai suoi limiti se presumesse di «dirigere o di impedire gli atti religiosi». Dunque «spetta alla Chiesa stabilire i contenuti autentici dell´insegnamento della religione cattolica nella scuola» garantendo così genitori e alunni che quello che viene insegnato è proprio il cattolicesimo.

Questa direttiva può essere letta da molti punti di vista: se ne ricava intanto un´idea di quanto scarsa sia l´autonomia dei vescovi e delle loro conferenze nazionali nel governo religioso dei fedeli cattolici. Il Concilio Vaticano II aveva segnato un momento di svolta rispetto all´avanzata del potere delle congregazioni vaticane, veri ministeri centralizzati capaci di ridurre i vescovi a obbedienti impiegati di concetto. Ma poi la Curia ha ripreso la sua marcia. Con qualche vittima e con evidenti conflitti tra figure dell´episcopato e mondo vaticano, come quelli intravisti nell´episodio dell´aggressione al direttore di «Avvenire» e delle sue dimissioni.

Oggi il capo del governo italiano si prepara a pagare alla dirigenza vaticana della Chiesa un prezzo tanto più salato in termini di limitazione o erosione dei diritti costituzionali quanto più logora appare la sua rappresentatività allo sguardo non offuscato dalla propaganda mediatica: dichiarare – come ha fatto Be
rlusconi – che quelle relazioni sono «eccellenti» significa solo che il debitore si impegna a pagare qualunque prezzo. Oltre al testamento biologico avremo dunque sempre più uno Stato catechista, anzi uno Stato chierichetto. Perché una cosa di cui il cardinale Grocholewski sembra non rendersi conto è questa: che quel pericolo di uno Stato che presuma di dirigere o di impedire atti religiosi è proprio ciò che la sua lettera tende a realizzare e che in Italia già esiste.

Non potremmo definire altrimenti lo Stato obbediente che:
a) impone nelle sue scuole pubbliche l´insegnamento di una sola e specifica religione;
b) fa svolgere quell´insegnamento da persone scelte dall´autorità ecclesiastica;
c) si prepara a garantire a quell´insegnamento la stessa autorevolezza delle altre discipline scolastiche e la stessa remunerazione in crediti, in barba alla sentenza del Tar del Lazio, assicurando che questa ora di religione ha «la stessa esigenza di sistematicità e di rigore che hanno le altre discipline».

Noi non vogliamo negare che lo studio delle dottrine cattoliche possa avere sistematicità e rigore. In popoli che il caso geografico e le svolte storiche hanno lasciato più lontani di noi da Piazza San Pietro ci sono eccellenti facoltà di teologia cattoliche sorte per emulazione accanto a quelle protestanti. Qui, come ben sa l´attuale pontefice che ne è stato un docente, le questioni dottrinali dell´intricato sistema di segni e di concetti elaborato nel corso di millenni vengono dottamente discusse seguendo le regole della ricerca intellettuale: conoscenza critica dei testi, rigore di analisi. Ma nell´insegnamento scolastico di cui qui si tratta abbiamo solo la distribuzione di verità in pillole per lottare contro i pericoli sommi evocati dalla lettera cardinalizia di cui sopra: «creare confusione o generare relativismo o indifferentismo religioso».

Tra l´esercizio dell´intelligenza aperta e ancora fresca delle menti giovanili e l´obbligo di inculcare certezze, tra la libera ricerca del vero e l´apologetica di una religione c´è un abisso. Quale sia poi l´effetto di questa dimensione catechistica sulla vita religiosa di un popolo è la storia a dircelo. Da secoli, in un modo o nell´altro, con una breve parentesi di scuola laica nell´Italia dello Statuto albertino, gli italiani imparano il catechismo cattolico, da quello di San Roberto Bellarmino in poi. Ebbene, quale sia lo stato della religione degli italiani è sotto gli occhi di tutti.

Non parliamo solo di conoscenza: ché qui l´abisso è grande come sanno i pochi volenterosi che tentano ogni tanto di diffondere la conoscenza della Bibbia. Parliamo di morale, quella dei Vangeli cristiani e del decalogo ebraico. Parliamo della capacità cristiana di testimoniare la fede in faccia al potere. L´Italia non ha conosciuto martiri se non quelli creati dal potere ecclesiastico. Ha conosciuto ipocriti, eredi di ser Ciappelletto e di Tartufo. Nel paese dove un tempo fiorivano i marxisti immaginari, oggi pullulano i convertiti religiosi. «Franza o Spagna, purché se magna», si diceva nel ‘600.

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“Scuola, la religione sia materia piena”
di Orazio La Rocca

Documento vaticano: studio del cattolicesimo, non di altre fedi. Gelmini:d’accordo. Una lettera ai vescovi contro leggi che “marginalizzino” il cattolicesimo

Giù le mani dall´insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. L´altolà arriva direttamente dal Vaticano. Destinatari, i vescovi di tutto il mondo. Lo studio del cattolicesimo, avverte la Santa Sede, non potrà mai essere sostituito con materie tipo storia delle religioni o di etica e cultura interreligiosa, perché ciò significherebbe «danneggiare» e «marginalizzare» gli studenti che se ne avvalgono. Sarebbe invece «necessario – per il Vaticano – fare dell´insegnamento della religione cattolica una materia scolastica con la stessa esigenza di sistematicità e rigore che hanno le altre discipline».

Lo ricorda la Congregazione per l´Educazione Cattolica in una lettera alle Conferenze episcopali firmata dal cardinale prefetto Zenon Grocholewski. Il testo, firmato il 5 maggio scorso, viene diffuso ora in vista – spiegano Oltretevere – dell´apertura delle scuole. Difficile, quindi, non immaginare che il documento sia stato redatto tenendo particolarmente presente anche la situazione italiana, dove l´insegnamento della religione cattolica nelle scuole è sempre oggetto di forte dibattito tra i partiti.

E dove appena qualche settimana fa il Tar del Lazio si è espresso contro la presenza degli insegnanti di religione nei consigli di classe e contro l´assegnazione dei crediti agli studenti che si avvalgono della religione cattolica. Pronunciamento in seguito annullato dal ministero dell´Istruzione, il cui titolare, Maria Stella Gelmini, non a caso ha subito definito «condivisibile la posizione espressa dal Vaticano». Di tutt´altro parere la Rete degli Studenti che teme che «l´ora di religione diventi merce di scambio tra Vaticano e governo» dopo il caso Boffo-Feltri. Come pure il segretario del Partito socialista Riccardo Nencini, che parla di «proposta inaccettabile e irricevibile».

Ma Oltretevere assicurano che – anche sulla scuola – il Vaticano non guarda solo all´Italia. L´insegnamento della religione nelle scuole – si legge infatti nella lettera – «è divenuto oggetto di dibattito e in alcuni casi di nuove regolamentazioni civili in determinati Paesi, che tendono a sostituirlo con un insegnamento religioso multiconfessionale o di etica e cultura religiosa, anche in contrasto con le scelte e l´indirizzo educativo dei genitori e della Chiesa». «Se l´insegnamento della religione fosse limitato ad un´esposizione delle diverse religioni, in un modo comparativo e ‘neutro´», per il Vaticano «si potrebbe creare confusione o generare relativismo o indifferentismo religioso». Da qui, l´ordine impartito ai vescovi di opporsi a qualsiasi tentativo di «insegnamenti multireligiosi o etici».

«Non capiamo queste preoccupazioni perché l´ora di religione nelle scuole è assicurata dal Concordato e dipende dall´autorità diocesana. Perché allora diffondere questo documento ora?», si chiede il segretario della Uil Scuola Massimo Di Menna.

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